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LA MAGIA

DI GUBBIO

Per la terza volta il picchio verde sorvolò le propaggini del colle. Si udì un'ultima volta il battito delle ali percuotere l'aria, finché il messaggero degli dèi disparve in una delle gole che delimitano l'altura.

Era questo il segno che auguri e sacerdoti attendevano. Ora sapevano con certezza dove edificare la nuova città.

Fu forse così che circa tremila anni fa nacque Ikuvium, la prima Gubbio, fondata da un popolo di stirpe umbra, proveniente dal Nord.

E non dobbiamo lasciare molto spazio alla fantasia per ricostruire gli antichi rituali, dal momento che questo popolo ci ha lasciato un documento magico-religioso unico in tutto l'Occidente: le Tavole Eugubine. Sette tavole di bronzo redatte in lingua umbra, che risalgono ad un periodo compreso tra il III e il I secolo a.C.

una delle sette Tavole Eugubine

Giacomo Devoto, che le studiò e le tradusse, le definì "il più importante documento rituale di tutta l'antichità classica".

Da esse sappiamo che la civiltà di Gubbio ha radici remote. La comunità ikuvina possedeva un'organizzazione complessa, regolata, già alcuni secoli prima dell'era volgare, da precise norme di diritto pubblico.

I governanti erano eletti dal popolo, organizzato in tribù e decuvie, mentre sull'Arce Fisia, il centro sacrale della città-stato, vigilava una fitta schiera di divinità, articolate in un sistema trinitario, al culmine del quale stava Giove Grabovio.

Le sette tavole danno poi preziose informazioni sull'arte augurale, la disciplina che consentiva di conoscere la volontà degli dèi, interpretando il volo degli uccelli.

Oltre a ciò gli Umbri si dimostrarono anche abili costruttori. La città da loro fondata fu infatti il primo insediamento degno di questo nome.

Non più capanne di legno e paglia o abituri tagliati nella roccia e difesi da lastroni di pietra sovrapposti, ma mura ed edifici solidi e compatti, composti di pietre calcaree, squadrate e giustapposte alla perfezione.

Nulla venne lasciato al caso. La città doveva infatti riflettere l'ordine cosmico. Cosicché ogni tempio o edificio pubblico occupava sulla terra uno spazio ben definito, in risonanza perfetta con il cielo.

Le vecchie pietre, tagliate secondo la tecnica dell'opera poligonale, sono ancora visibili in alcuni manufatti, come l'arco di San Marziale, la chiesa di S. Andrea, i muri perimetrali della chiesa di San Pietro, le mura adiacenti la Porta degli Ortacci.

I Romani, che non furono mai conquistatori, ma alleati di Gubbio, si insediarono al di fuori della cinta umbra, nella pianura che si apre all'uscita della gola del Bottaccione.

La città e le sue tradizioni non subirono perciò l'egemonia culturale e politica imposta ai popoli vinti, ma continuarono ad esistere in maniera autonoma, sopravvivendo nei secoli.

Teatro Romano

Nel Medioevo la città romana fu abbandonata. Il Teatro, capace di 16.000 spettatori, cadde in rovina già al tempo delle guerre gotiche, quando fu forse trasformato in fortezza. Nei pressi di Gualdo si combatté infatti la battaglia decisiva tra goti e bizantini, con la sconfitta di Totila e la successiva morte nella località di Caprara, sulla sponda sinistra del Chiascio.

E quando i barbari ebbero infine il dominio delle pianure, la città si arroccò, contraendosi, verso il Monte Ingino.

Terme e teatri, basiliche e archi marmorei divennero cave di pietra per costruire in maniera frettolosa, nuove e improvvisate difese.

L'arco di San Marziale è un chiaro esempio di questa esigenza: pietre, cornici, lastroni provenienti da costruzioni romane e umbre, furono riutilizzati per edificare, in uno stile scomposto la nuova cinta muraria.

Questo manufatto è un simbolo eloquente del caos materiale e ideale che conseguì alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente.

E' l'immagine di un mondo ormai disgregato, dal quale tenta di emergere dolorosamente una nuova civiltà, ancora acerba e incapace di riassumere, senza cadere nella confusione e nell'angoscia, l'ingente eredità di cultura dell'età classica.

Se da un lato però la nuova cultura era ancora troppo fragile e insicura per sostenere il peso di questo retaggio, dall'altra era già sufficientemente orgogliosa per non riconoscersene figlia minore.

Fu proprio questo atto di superbia che la salvò. Gubbio sopravvisse e, quel che più conta, sopravvissero le sue tradizioni.

Il legame con la civiltà degli avi rimase intatto e la città si perpetuò, ancora una volta, nella pietra.

La pietra degli Umbri, legata al ritmo e al divenire dell'universo, trovò un nuovo interprete, un Santo costruttore: Ubaldo Baldassini.

Le case di legno, retaggio dell'età barbarica, furono consumate dal fuoco di un incendio in un sol giorno, e della città non rimase che cenere e disperazione.

Bisognava riedificarla e insieme con essa riedificarne lo spirito.

Fu così che il Vescovo Ubaldo apprese la lingua segreta dei costruttori: l'argotico, l’idioma segreto dei maestri costruttori, che nulla ha in comune con i barbari goti.

In questo gli furono maestri i benedettini, detentori della tradizione costruttoria, durante il soggiorno presso l'Abbazia di Fonte Avellana.

E sulla pietra fu rifondata la nuova città. Nella pietra nobile dell'Appennino, Ubaldo trasfuse il suo spirito, quello del rinnovato cristianesimo, che trovò in Umbria il più alto centro di irradiazione.

S. Ubaldo

Fu così che Gubbio riprese a vivere, e con le nuove dimore risorsero il diritto, la religione, l'economia.

Ubaldo costruì la città per la seconda volta, la difese dagli aggressori e non solo da quelli in forma umana. Egli fu infatti esorcista e taumaturgo, e a testimonianza della sua santità lasciò agli eugubini il miracolo del suo corpo incorrotto.

Nei decenni successivi alla sua morte la città fu edificata secondo i canoni del gotico in un'atmosfera di crescente rinascita: il porticato della Loggia dei Tiratoi, la chiesa di San Giovanni, San Domenico, San Pietro, Sant'Agostino, poi Palazzo Beni, quello del Bargello che domina la fontana dei matti e tanti altri, ne sono testimonianza.

Opere che ricalcano, in una sobrietà di linee dagli accenti solari, i canoni del gotico, che fu ascesa verso il cielo, desiderio struggente e mai risolto di accedere alla sfera divina. Ma il gotico umbro tempera questa angoscia attraverso un approccio più meditato.

Quella ricerca di Dio che nel che nel Nord Europa assunse a tratti toni drammatici, appare qui come una meta raggiungibile.

Le forme, seppure tendenti verso l'alto, assumono consistenza eterea. La materia si dissolve in un gioco tenue di chiaroscuri che accarezzano le superfici, fino a trasmettere agli uomini le vibrazioni di un misticismo profondo.

Smarrimento e vuoto improvviso ci pervadono appena superata la soglia della Cattedrale. Dai vetri policromi del rosone la luce si scompone e con essa la dimensione umana che ci lasciamo alle spalle.

Ma tutto infine riprende forma alla vista della trifora dell'abside. Le tre ogive si riuniscono in una sola. Il mistero dell'Uno e del Trino si manifesta davanti agli occhi di tutti. E' un messaggio di certezza, uno dei tanti, scritto in un idioma segreto.

Una certezza a cui non sfugge la concretezza della vita. Ne è dimostrazione la pittura di Mello, nella splendida pala d'altare di Pieve d'Agnano. L'atteggiamento regale della Vergine è temperato dalla sua prorompente corporeità, ancor più accentuata dalle fattezze sanguigne del Bambinello. Una fisicità che si perde, circa un secolo dopo, nella Madonna del Belvedere di Ottaviano Nelli, un'opera che, pur nel lessico ancora medievale delle figure, prelude ad una sintassi compositiva propria del Rinascimento.

La Chiesa di San Francesco è un altro bell'esempio di architettura gotica umbra ed oltre a ciò un luogo importante nella storia del misticismo.

In quei paraggi sorgeva infatti la casa di Berto di Bernardone Spada, detto, per la sua statura, Spadalonga.

Fu all'uscio di questa casa amica che nel freddo inverno tra il 1206 e il 1207, lasciata Assisi dopo la conversione, Francesco bussò.

Aveva rinunciato all'eredità paterna e ad ogni altro bene terreno. Nella sua patria aveva subito l'incomprensione e il dileggio dei concittadini.

Si era perciò incamminato lungo la strada che congiungeva Assisi a Gubbio, passando per la Pieve di San Nicolò di Campolungo fino a Valfabbrica, quindi per Caprignone, infine per la Badia di Vallingegno, ultima tappa prima della città di Sant'Ubaldo.

Fu un viaggio disagevole per il gran freddo e la neve e, giunto a Caprignone, Francesco fu aggredito da una banda di ladroni che, non potendo derubarlo, lo gettarono per dispregio in una fossa colma di neve.

A Gubbio avvenne però un evento denso di significati simbolici. Fu proprio nella casa di Spadalonga che Francesco fu rivestito con la tunica di bigello, un panno grossolano, a pelo lungo e di colore scuro, quasi un cilizio.

Le nozze mistiche con Sorella Povertà erano state celebrate: da Gubbio Francesco poteva guardare intorno a sé con occhi nuovi ed orientare la sua missione nel mondo. Non era un caso se l'ago del suo compasso aveva posto il centro nella città di Sant'Ubaldo.

La sua predilezione per Gubbio tornò a manifestarsi ancora alcuni anni dopo, quando liberò la città dal famelico lupo.

Chi o che cosa si nascondesse dietro all'allegoria del lupo non è dato sapere, ma è certo che nella tradizione l'immagine di questo animale è legata alle forze che si levano dal mondo sotterraneo.

Fu forse la leggenda di Fratello Lupo l'allegoria della vittoria della fede sulle sopravvivenze sanguinarie di un paganesimo ancora vivo?

sigillo della Custodia Eugubina

Fu la conversione di un malvivente, che depredava e vessava la gente del contado?

O fu davvero e semplicemente l'ammansimento di un lupo?

Qualunque sia la conclusione, il messaggio francescano è inequivocabile: pace, amore verso ogni essere del creato, riconciliazione.

Ma insieme con la tradizione mistica esisteva anche una tradizione guerriera, che nasceva con la città stessa. Già gli antichi Umbri erano in gran parte soldati di professione. In costante lotta con i castelli e le città confinanti Gubbio si espandeva rapidamente.

Tra il 1200 e buona parte del 1300 la città registra una forte crescita in tutti i campi. I più bei palazzi e la cinta muraria vengono infatti elevati in quest'epoca, segno che la città è ricca e temuta dai bellicosi vicini.

Così, per rivendicare questa pretesa regalità il popolo di Gubbio decide di dare un segno tangibile di potenza, che non è solo quella delle armi, ma è anche quella del diritto, sancito dai suoi Statuti.

Se poi una città si proclama regina, quale ornamento più appropriato di una corona?

Forse ad una corona pensò l'architetto che progettò il complesso del Palazzo dei Consoli e del Palazzo Pretorio, uniti dalle ampie campate della piazza pensile.

Una concezione architettonica ardita che dà la misura della perizia e della fatica di legioni di scalpellini, muratori, capomastri, carpentieri.

La mole imponente del Palazzo dei Consoli svetta come un diadema rilucente al centro della città, visibile a chilometri di distanza, a dimostrare forza, ardimento, civiltà.

E che si trattasse di un popolo civile non ci sono dubbi. Chi poteva vantare l'acqua corrente in casa in pieno XIV secolo, quando era ancora una cosa rara fino agli inizi di questo secolo?

Ebbene nel 1300, all'interno del Palazzo dei Consoli c'era l'acqua corrente, portata fin lì da un acquedotto che è uno dei più begli esempi di ingegneria civile di tutto il medioevo.

Bisogna riconoscere che i cosiddetti "secoli bui" si dimostrano in questi luoghi ben più luminosi di quanto il luogo comune sia propenso a riconoscere.

Quanta informatica, quanti progetti, convegni, gruppi di studio, quanti finanziamenti richiederebbe oggi la costruzione di un'opera come il Palazzo dei Consoli?

il Palazzo dei Consoli

Un groviglio inestricabile di problemi e di competenze che forse alla fine ne impedirebbero la realizzazione.

Tutto fu invece affrontato e risolto in maniera efficace più di sei secoli fa, con strumenti semplici: una livella, una squadra, un filo a piombo e una bacchetta da rabdomante. La solidarietà, il sacrificio e la forza a fare da cemento.

E la forza è simboleggiata dalle foglie di quercia in alcune formelle al di sotto della scalea del Palazzo dei Consoli.

Ma non basta. Al mosaico fin qui composto manca ancora una tessera, senza la quale, l'immagine complessiva non sarebbe leggibile: la pazzia.

La pazzia proverbiale degli eugubini, che rompe ogni previsione e ogni schema, che sovverte sul più bello le regole del gioco e inventa nuovi giochi all'apparenza senza regole logiche.

E così si può correre finché il cuore non scoppia nel petto, massacrandosi le spalle sotto un peso tremendo, tallonare l'avversario senza mai volerlo superare, senza vincere e senza perdere.

Non c'è logica apparente in tutto ciò.

E' per questa ragione che la Corsa dei Ceri appare incomprensibile e irrazionale a chi non è di Gubbio.

un momento della Corsa dei Ceri

Che succede mai di misterioso, ogni anno, in quel fatidico 15 di maggio?

Forse il segreto è ancora nelle Tavole Eugubine, in quel "tre" misterioso che si ripete quasi in ogni riga, come fosse l'unità di misura di tutto, la frequenza su cui è sintonizzata la vitalità di un popolo.

Tre ceri, tre "birate", tre santi, tre cappellucce durante l'ascesa al monte...

Ma nessuno oggi legge più le Tavole Eugubine, e allora che cosa spinge il popolo di Gubbio ogni anno a questa dura prova?

Quale misteriosa corrente spirituale emana dalle rocce dell'Arce Fisia, sempre che l'Arce abbia mai posseduto una collocazione fisica precisa?

Non possiamo dirlo. Possiamo però affermare che questa corrente esiste e si manifesta ogni anno, con puntualità. Pervade e conquista ogni eugubino, disegna lungo le vie della città il percorso di un rito di cui non c'è bisogno di memoria, la cui memoria è nell'aria e sulle pietre, e nel profumo struggente della ginestra.

Dal punto più basso della città, nel quartiere di San Martino, i tre Ceri raggiungono il luogo più alto, la Basilica del Santo in una corsa sfrenata. Ogni eugubino che si pone sotto la stanga conferisce al cero la propria energia vitale e da questo al corpo del Protettore che è il simbolo dell'unità del popolo.

Una volta giunti alla Basilica, l'opera è compiuta.

Non c'è vittoria, se non quella di ognuno contro se stesso.

Ora il colle risplende delle fiaccole dei ceraioli che discendono in processione con i santi.

La giornata si è compiuta e un nuovo ciclo ricomincia, quello della corsa dell'anno successivo. Già se ne parla.

Il "matto" ha ripreso in mano il gioco, riconducendo ogni cosa allo zero.

La città si addormenta. Un sonno pesante s’impadronisce delle membra dolenti dei ceraioli. Tutto piomba nel silenzio. Ma il silenzio ha una voce. Per chi ne avesse ancora le forze, sarebbe questo il momento per prendere possesso della città. Cogliere l'attimo in cui ogni segreto, magicamente, si rivela.

Come quello della porta del morto, la cui stretta ogiva affianca la porta del fondaco medievale, presenza costante e inquietante, quasi in ogni angolo della città.

O come il segreto del pietrone, nel selciato del quartiere di San Martino, ai piedi della geometria composta del Palazzo del Capitano del Popolo.

il pietrone

Sembra di ascoltare una voce lontana. Il bronzo delle sette Tavole riprende vita, qualcuno recita una formula rituale in una lingua arcana: "...parfa curnase dersua, peiqu peica merstu...",

"...il picchio verde e la cornacchia da occidente, il picchio e la gazza da oriente...".

Così la volta celeste viene divisa e squadrata sull'ellisse zodiacale del pietrone. Trovato posto nel centro, l'augure prende possesso dello spazio, "orienta" la sua conoscenza, interpreta i fenomeni celesti, traducendo nella lingua degli uomini, la lingua universale degli dèi.

Ma le parole dell'augure svaniscono, l'aria si fa all'improvviso più fredda, un rumore ritmico, martellante, s’avvicina sempre più.

Ecco comparire quattro figure spettrali, vestite di una tunica bianca, il capo e il volto ricoperti da un cappuccio. Sono i sacconi del Venerdì Santo e recano in mano le battistrangole. Dietro a loro la processione con i simboli della Passione.

Due gruppi distinti di penitenti portano a spalla e seguono il catafalco del Cristo Morto e la statua della Vergine.

Due cori s’inseguono sulle note del "Miserere", cercano di "darsi il battifondo", di emulare e superare in bravura il coro che ha cantato il versetto precedente.

Poi, inaspettatamente, la processione si ferma: il Cristo viene deposto sopra il pietrone. Perché? Quali significati magico-religiosi nasconde questo rituale? Qual è la relazione tra la simbologia del pietrone e la religione cristiana? Difficile dirlo.

Forse il pietrone era considerato nell'antichità il centro ideale, se non quello geometrico, della città, il suo ombelico insomma, il luogo da cui questa traeva nutrimento, perché la comunità sopravvivesse e si incrementasse.

E la deposizione del Cristo morto in quel punto preciso simboleggia il trasferimento di questa energia vitale dalla sfera divina a quella umana.

La vita della comunità era perciò condizionata da questa ricerca costante della centralità, che diveniva garante della sua sopravvivenza.

E' la stessa ricerca nella quale s’impegna il balestriere.

Così la verretta taglia l'aria alla ricerca del tasso, il perno troncoconico al centro del bersaglio.

Un'arma micidiale, la balestra, tanto che il Papa nel medioevo ne aveva interdetto l'uso nelle dispute tra cristiani.

Gubbio e Sansepolcro rinnovano ogni anno un'antica, quanto singolare sfida, in due gare che si svolgono alla fine di maggio ed ai primi di settembre nelle rispettive città.

L'arma è ancora quella lunga e da postazione della tradizione italiana.

Questa ricerca ricorrente della centralità di cui parlavamo è in sé ricerca di perfezione, proiezione dell'umanità verso un ideale etico e religioso di elevazione spirituale, fino al raggiungimento del numero, dell'armonia.

A ciò tendeva l'opera di Giorgio Andreoli, maestro impareggiabile della maiolica, inventore di una gamma di lustri inimitabili.

Schiere di artefici, seppure con apprezzabili risultati, si sono cimentati invano dal Rinascimento ad oggi per carpire il segreto dell'iride che egli trasfondeva nelle maioliche.

Ma il segreto è impenetrabile, anche se il Maestro ci ha lasciato un messaggio.

Se non possiamo infatti riprodurre il procedimento dei suoi lustri, possiamo però comprendere il senso della sua opera. Quello di trasformare un materiale vile come la creta, che non è altro che umile terra, in qualcosa di prezioso, che unisca in sé lo splendore dell'oro, dell’argento, del rubino, dell'ametista, rubando al cielo il segreto dell'iride.

Umiltà e regalità, un richiamo che è un connotato costante nella cultura di Gubbio.

Solo facendosi umili si può ascendere. Ce l'ha insegnato Francesco, passando di qui, vestendo abiti umili, cibandosi di cibi umili. Forse nella sua bisaccia di viandante qualche eugubino di cuore avrà infilato un pezzo di "crescia". Un cibo che nelle mense di Gubbio ha ancora oggi un posto regale, come la più prelibata della vivande.

Ed è solo acqua e farina, cotta sulla pietra rovente: il pane azzimo dell'Ultima Cena.

Umiltà e regalità, mitezza e spavalderia, aspetti caratteristici delle nostre genti.

Pochi forse sanno che Federico da Montefeltro, sovrano illuminato e abile condottiero, nacque a Gubbio da madre eugubina o che alla battaglia di Lepanto, Gubbio inviò una fitta schiera di comandanti - quanti erano in grado di inviarne metropoli come Madrid o Parigi - che contribuirono con ardimento alla vittoria delle armi cristiane sui musulmani.

Spavaldi, ma allo stesso tempo miti, forse animati da quella follia che sopravvive ancor oggi e che in fondo non è altro che determinazione, irrisione del pericolo, in una parola: coraggio.

E' lo stesso coraggio che si può ammirare ogni volta che le note del Campanone risuonano nell'aria.

Sulla torretta del Palazzo dei Consoli le casacche rosse dei campanari volteggiano, quasi senza più peso, ritmando il movimento del grande bronzo.

Le sue note vibranti percorrono le membra di ogni eugubino in un lungo, esaltante brivido, che scuote ogni cellula del corpo, che imperla gli occhi di lacrime.

Lasciamo la città sulla note del Campanone. L’alone azzurrino che segue il tramonto, presagio della notte, percorre la superfici gotiche dei palazzi, finché peso e misura si infrangono con l'ultima luce del giorno.

Un battito improvviso d'ali richiama lo sguardo verso l'alto.

Un'ombra fugace segna la trasparenza del cielo.

Salutando l'ultimo raggio di sole, il picchio verde ha suggellato un altro giorno...

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