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Templari: i guerrieri di Dio |
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di Mario Farneti |
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La tradizione primordiale Per comprendere il senso e il significato della nuova milizia che sorse e si radicò profondamente nella cristianità agli inizi del XII secolo, è necessario rifarsi ad una tradizione più antica, quella che, specialmente da parte di alcuni intellettuali italiani della prima metà del XX secolo (Julius Evola, Guido De Giorgio, Gruppo di Ur), è stata individuata e studiata sotto il nome di tradizione primordiale. Nella protostoria, i popoli di origine indoeuropea mantenevano al loro interno una stretta suddivisione in caste in un contesto nel quale la figura del guerriero rivestiva una funzione dinamica, regolata da una disciplina interiore tesa verso il dispiegamento della potenza che agisce sulla materia e la modifica in maniera violenta. Solo alla casta dei guerrieri era demandata la missione di confrontarsi in guerra e ad essa i guerrieri si votavano. In una società ancora priva del concetto di democrazia, la difesa del popolo non era demandata al singolo cittadino – costretto, in un secondo tempo, a lasciare la sua abituale occupazione e impugnare le armi, così come avviene oggi – ma a quegli uomini, guerrieri o eroi, e non semplici soldati, consacrati a questo fine dalla casta sacerdotale. La crisi di questo modello è già riscontrabile nell’Iliade dove al pari delle figure di Ettore e Achille, entrambi rappresentanti della casta dei guerrieri, convive e si afferma Ulisse, che spezzando i canoni tradizionali, inaugura quella che è oggi conosciuta come “guerra sporca”, portando, con uno stratagemma, il conflitto entro le mura di Troia e massacrandone i cittadini inermi, prima ancora che il confronto tra i guerrieri avesse decretato in maniera definitiva le sorti del conflitto. Prima della decadenza e della scomparsa del modello tradizionale, che sopravvisse ancora a lungo solo a Sparta, il confronto armato rivestiva in sé una funzione sacra: non si trattava semplicemente dell’atto di uccidere, ma di una sfida con la morte sul suo stesso terreno e ciò costituiva il superamento della morte stessa. Nell’affrontare la morte, il guerriero la sfugge e nel fuggirla l’affronta. In questo senso il guerriero si sottopone ad una disciplina interiore ben codificata, severa, intransigente, che presuppone un percorso iniziatico che in molti casi sfocerà nell’ascesi. Il guerriero è votato al sacrificio, in senso etimologico (sacrum facere), così com’è votato al sacrificio il suo avversario: entrambi sono vittime sacrificali e non carne da macello, così come ci hanno invece mostrato non solo le guerre del XX secolo, combattute da cittadini in armi, da eserciti popolari, ma anche tutte le guerre combattute sin dai tempi della Roma repubblicana o della democratica Atene. Una rara sopravvivenza della tradizione primordiale si prolungò in Estremo Oriente fino al XIX secolo, e fu rappresentata dal Bushido, o Via del Guerriero cui in Giappone si votava la casta dei Samurai, che fu al tempo cancellata in pochi anni dal processo di sfrenata modernizzazione di quel paese. Ma che in cosa si differenzia il guerriero dal soldato? Il guerriero possiede un’iniziazione, il soldato un addestramento, il guerriero uccide il guerriero suo antagonista per sfidare e superare la morte, il soldato uccide più genericamente il nemico, spesso senza distinguere tra civili e militari, per dare la morte e per esserne strumento e succube a volte ignaro. La casta cui il guerriero appartiene gli impone di difendere la terra, la casa, i templi, facendosi uccidere e uccidendo in nome di Dio, perché la terra per la quale combatte gli è stata donata da Dio e costituisce la base della sua ascensione ed è perciò irrinunciabile. Se infatti perdesse la terra, con questa perderebbe le sue radici spirituali e non le perderebbe solo lui, ma l’intero popolo che è chiamato a difendere. Premesso questo, possiamo meglio comprendere quale fosse il retaggio tradizionale, culturale e ideale che giustificò in Occidente la comparsa dei monaci guerrieri: i Cavalieri del Tempio. Dobbiamo, a questo proposito, premettere che i nove fondatori dell’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo, guidati da Hugues de Payns nel 1118, appartenevano tutti alla stirpe franco-normanna. Una stirpe proveniente dall’Europa Settentrionale, che si era sviluppata da una società articolata in caste chiuse, parallela e geneticamente collegata alla società indoeuropea primordiale che aveva dato origine, più di duemila anni prima, alla civiltà degli Ellèni e dei Romani. Non per nulla, nel medioevo, con la discesa verso il Mediterraneo dei popoli nordici, la società era tornata ad essere suddivisa in tre caste: quelli che pregavano, quelli che combattevano, quelli che lavoravano. Molti storici hanno voluto riscontrare, nella costituzione di un ordine di monaci-cavalieri, come quello dei Templari, una rottura dello schema sul quale si sosteneva la società medievale, poiché i monaci, cui era demandato l’ufficio di pregare, avevano impugnato le armi. Ma si tratta di una visione che, a mio parere, non considera le implicazioni storiche e antropologiche cui ho accennato. La fondazione dell’Ordine del Tempio è invece coerente con il modello indoeuropeo primordiale che attribuisce alla casta dei guerrieri una missione di tipo spirituale, con l’unica differenza che in epoca protostorica, il guerriero si consacrava alle divinità pagane, mentre il cavaliere del Tempio si consacrava al Cristianesimo, alla Cristianità e alla sua difesa. Perciò non vi fu in questo processo una commistione di ruoli e/o rottura di schemi, ma un ritorno coerente alla tradizione primordiale. La veglia d’armi, la sacrazione e la cerimonia d’iniziazione ripetevano un percorso spirituale profondamente radicato nella civiltà occidentale. All’interno dell’Ordine stesso le funzioni continuavano poi ad essere ben distinte. A fianco dei cavalieri e dei serventi esistevano i presbiteri dell’Ordine, che non portavano armi; perciò non vi era affatto commistione di ruoli. Cavalieri cristiani
La nuova milizia che aveva trovato nel monaco Bernardo di Chiaravalle il maggiore estimatore, se non addirittura il promotore e, per alcuni, l’occulto fondatore, faceva della guerra un mezzo di santificazione attraverso il martirio. Non per nulla all’iniziale mantello bianco di lana grezza, si sovrappose nel 1147 - all’altezza del cuore - la croce patente rosso sangue, donata all’Ordine da Papa Eugenio III, simbolo appunto del sangue versato dai martiri. In questo senso i Templari assolsero la missione loro demandata con onore e santità. Qualcuno ha voluto confrontarli, per efficienza e abilità nell’uso delle armi, con le moderne teste di cuoio, specialisti della guerra in grado di compiere missioni al limite della capacità umana: questo, anche se in parte vero, è solamente un aspetto secondario delle virtù eroiche che i Templari dimostrarono attraverso la guerra. La loro presenza fra le truppe crociate non era giustificata solo dalle indubbie capacità militari, ma anche e soprattutto dalla missione di Cavalieri di Cristo, svincolati da qualsiasi potere temporale e obbedienti solo al Papa. Sul campo di battaglia davano testimonianza della propria fede attraverso la spada in un’epoca in cui l’islam, già consolidato in Spagna, minacciava di dilagare in tutta Europa. Roma, centro della cristianità, ne era anche allora la capitale più meridionale e quindi la più esposta al rischio di essere espugnata dagli infedeli. Il martirio era perciò la massima aspirazione per ogni cavaliere del Tempio, pronto a donare a Cristo, con la propria spada, anche la vita. In battaglia, se il rapporto di forze non superava la proporzione di uno a tre, i Templari non potevano infatti ritirarsi dal combattimento, né mai potevano occupare, tra l’esercito cristiano, una posizione marginale, ma erano schierati sempre e solo in prima linea, anzi più esattamente di punta. Erano infatti i primi a sostenere l’urto del nemico al grido di vaucent! e a cadere in combattimento; in questo modo si aprivano la strada verso l’immortalità, conquistata attraverso il sacrificio supremo del martirio, subìto per mano degli infedeli. Di ciò è testimonianza il loro motto: Non nobis Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam. Nel De Laude Novae Militiae, San Bernardo di Chiaravalle mette fine alla diatribe che si erano accese all’interno della Chiesa circa l’opportunità di creare un ordine di monaci-guerrieri. Secondo Bernardo la nuova Cavalleria è superiore a quella secolare perché conduce “un duplice combattimento, al contempo contro la carne e contro gli spiriti maligni diffusi nell’aria”. Il nuovo Cavaliere, il cui “corpo è ricoperto da un’armatura di ferro e l’anima da un’armatura di fede” non teme nulla, né di vivere né di morire, perché “Cristo è la sua vita, Cristo è la ricompensa della sua morte”. Infine Bernardo incita e rassicura i Cavalieri di Cristo: “Andate dunque con piena fiducia, cavalieri, e affrontate senza timori i nemici della croce di Cristo… Rallègrati, coraggioso atleta, se sopravvivi e se vinci nel Signore, rallègrati e sii glorificato ancor più se muori e raggiungi il Signore!” A proposito, infine, della cavalleria secolare, Bernardo ne denuncia con vigore vizi e difetti; giocando con le parole, la definisce militia et malitia e molto duro è il giudizio su chi vi appartiene. Questi, afferma Bernardo, “devono temere sia di far morire la propria anima se uccidono il corpo dell’avversario, sia di farsi uccidere, corpo e anima, dall’avversario”. Quali difensori della croce di Cristo, ai Templari è demandata la custodia dei luoghi santi della Cristianità. Nel De Laude Bernardo li enumera: Betlemme dove “il pane vivente è disceso dal cielo”, Nazareth, dove Gesù è cresciuto; il monte degli Olivi e la valle di Josaphat; il Giordano, dove Cristo fu battezzato; il Calvario, dove Cristo “ci ha mondati dei nostri peccati, non come l’acqua, che scioglie la sporcizia e la conserva in sé, ma come il raggio del sole, che brucia restando puro”; infine il Sepolcro, dove Cristo morto riposa e dove i pellegrini dopo mille prove aspirano a riposare. La Guerra Santa - Il Ribat In questa visione della missione del cavaliere di Cristo è implicito il concetto di guerra giusta e di guerra santa. Un concetto che nel cristianesimo, sin dalle origini aveva stentato a farsi strada. Almeno fino all’XI secolo il ricorso alle armi era condannato o mal tollerato dalla Chiesa, anche se già S. Paolo aveva parlato del combattimento spirituale del soldato di Cristo. Combattimento spirituale, appunto. Nel V e nel VI secolo, poi, con il termine militia si era inteso indicare il clero secolare che combatteva per la fede in mezzo ai laici. Finché nell’XI secolo Gregorio VII si spinge oltre. Per il papa, la milizia di Cristo deve abbandonare la sfera spirituale e diventare una cavalleria armata pronta al combattimento contro i nemici della cristianità. Dopo la sua morte, Bonizone, un teologo di ispirazione gregoriana, nega che i vescovi possano combattere, ma aggiunge: “ciò non vuol dire che i credenti, in particolare i re, i nobili, i cavalieri, non debbano essere chiamati a perseguire con le armi scismatici e scomunicati. Infatti, se non lo facessero, l’ordo pugnatorum sarebbe inutile nella legione cristiana”. Questa affermazione apre la strada all’idea di crociata che identifica il compimento della guerra santa con la liberazione del Santo Sepolcro da parte del cavaliere. E’ interessante notare come in quell’epoca il monaco Guiberto di Nogent abbia le idee molto chiare a proposito della società in cui vive e ritiene la guerra santa un rimedio provvidenziale. Guiberto afferma infatti senza mezzi termini: “Ai nostri tempi Dio ha istituito la guerra santa, di modo che l’ordine dei cavalieri e le moltitudini instabili che avevano l’abitudine di impegnarsi in reciproci massacri, come gli antichi pagani, possano trovare una nuova via per ottenere la salvezza”. Il concetto di guerra santa, non era invece sconosciuto al mondo islamico, anche se solo nel X secolo il termine jihad venne compiutamente acquisendo il significato di “azione militare religiosamente giustificata al fine di creare un ambiente universale islamico”. In senso stretto la parola jihad non significa infatti guerra, ma sforzo verso il compimento di un determinato fine. Si deve infatti in questo senso chiarire che esiste nel mondo islamico una differenziazione tra piccolo jihad e grande jihad, il primo inteso come intervento meramente bellico e il secondo inteso in senso ascetico come sforzo verso se stessi. Poiché la speranza di un’accettazione universale della parola di Dio si era, al tempo, rivelata inattuabile, nacque all’interno del mondo islamico una differenziazione fra i territori dove prevaleva l’islam e quelli in cui prevaleva invece la sedizione. I primi costituivano il dar al-islam (territorio dell’islam), mentre i secondi, il dar al-barb (territorio della guerra). Il dovere del jihad – e parliamo qui del piccolo jihad – pur essendo uno dei tanti doveri di un fedele, non investe però il singolo, ma l’intera comunità dei credenti, la umma, che porta la guerra al dar al-barb. E’ interessante notare come al confine del dar al-islam si formassero nel medioevo dei centri militari e religiosi islamici chiamati ribat, assai numerosi in Spagna. Il ribat era una fortezza di confine tra il mondo musulmano e quello cristiano, dove prestarvi servizio volontariamente e temporaneamente era un atto di ascesi per chi volesse intraprendere il jihad. Nei ribat si erano sviluppate molteplici comunità di monaci sufi, i mistici dell’islam, che all’inizio praticavano un ascetismo affine al monachesimo errante del deserto dei primi padri della Chiesa cristiana. Il loro nome deriva da shuf, pelo di cammello, del quale era fatto il loro saio. Se è certo che il monachesimo sufi fosse influenzato da quello cristiano (anche se sono innegabili influssi indiani mediati attraverso la Persia) bisogna ammettere che a loro volta i sufi fecero da modello alla nascita di comunità analoghe in campo cristiano. Alcuni hanno visto nella istituzione del ribat una contiguità con l’Ordine Templare nel senso che essa abbia potuto ispirare, nell’Occidente cristiano, la creazione di una cavalleria mistica votata alla guerra santa. Molte delle conoscenze iniziatiche che si attribuiscono ai templari possono trovare un riscontro nella dottrina e nell’esoterismo sufi, soprattutto la metafisica neoplatonizzante, l’alchimia, la kabbala, e la conoscenza iniziatica dei geroglifici egizi. Un anello importante che può collegare il ribat con gli ordini combattenti è la creazione della confraternita di Belchite, nel 1222, per opera di Alfonso I di Aragona. A questa confraternita, il sovrano diede incarico di difendere il confine della cristianità. A Belchite si ritrova il modello del ribat allo stato puro, con la prevalenza del servizio temporaneo, quindi una tappa evolutiva precedente a quella della creazione dell’Ordine del Tempio, in cui erano richiesti i voti perpetui. I fratres ad terminum, ammessi nell’Ordine e arruolati per un periodo di tempo limitato, non venivano infatti considerati a pieno titolo “frati” membri dell’Ordine. Il perdono del Papa In seguito alla caduta di Gerusalemme e poi di San Giovanni d’Acri e il definitivo declino dei Regni Latini d’Oriente, il ruolo primario per il quale l’Ordine dei Templari era nato e aveva prosperato: la difesa della Terra Santa, venne a mancare. Dopo varie peregrinazioni, la Casa Madre si stabilì a Parigi e i Templari divennero sempre più un’entità sopranazionale, ricca e potente, radicata ormai in Europa, che per di più sfuggiva al controllo di vescovi e sovrani, dovendo essi obbedienza unicamente al Papa. Gli Stati assolutistici che, all’inizio del XIV secolo iniziavano a consolidarsi in Occidente cominciarono a mal tollerare se non addirittura a temere la potenza militare ed economica dell’Ordine del Tempio; ciò diede il destro al re di Francia Filippo IV il Bello di attuare un colpo di mano ben congegnato contro i Templari e di portarli davanti all’Inquisizione con false accuse, estorcendo le confessioni sotto tortura e condannandoli a morte. Centinaia di cavalieri, innocenti, subirono il martirio sul rogo soprattutto in Francia. Lo Stesso Gran Maestro, Jacques de Molay insieme con il Precettore di Normandia Geoffroy di Charny, morì sul rogo in un’isoletta della Senna non distante da Notre Dame.
Il manoscritto di Chinon recentemente individuato dalla studiosa Barbara Frale nell’Archivio Segreto Vaticano (Barbara Frale, I Templari, Il Mulino 2004), sfuggito sino ad oggi agli occhi dei ricercatori per un errore di catalogazione risalente al ‘600, getta nuova luce sull’ultimo, controverso periodo della storia dei Templari. Le accuse del re di Francia si basavano soprattutto sul cerimoniale segreto d’ingresso nell’Ordine, nel quale, tra le altre cose, si chiedeva al cavaliere appena ordinato di rinnegare Cristo e di sputare sul Crocifisso. Questo atto di per sé sconcertante poteva invece avere una sua logica: il neo-cavaliere veniva sottoposto ad una serie di angherie, le stesse che avrebbe subìto se fosse caduto prigioniero degli infedeli. Il fatto di trovarsi all’improvviso in una situazione di grave difficoltà, metteva alla prova il coraggio del neo-cavaliere e la sua capacità di reazione e permetteva così all’Ordine di destinarlo agli uffici che più gli si addicevano. In fase di indagine pre-processuale (il processo ecclesiastico non vene mai celebrato), il Papa non poté però giustificare questo atto. In sé il fatto di sputare sulla croce era, per il diritto canonico, una forma di auto-scomunica per apostasia, al di là delle giustificazioni che questo atto potesse avere. Ma tra apostasia ed eresia, ne correva. Infatti non vi era stata fra i Templari alcuna adesione a dottrine eversive. Il Papa, davanti al pentimento e all’ammissione delle proprie colpe, poteva riammettere i Templari nella comunione cattolica. Tra il 28 giugno e il 2 luglio 1308, Clemente V presiedette una commissione di cardinali per condurre l’inchiesta della Curia romana sui Templari. Si trattò di un procedimento rispettoso del diritto, al cospetto del Papa, quindi non furono esercitate pressioni di sorta sugli imputati che furono anzi invitati a denunciare le violenze precedentemente subite da parte del re. Con uno stratagemma, però, Filippo il Bello fece sì che davanti al Papa giungessero solamente personaggi di secondo piano. Lo Stato Maggiore del Tempio era stato infatti rinchiuso nel castello di Chinon e gli fu di fatto impedito di comparire davanti al Pontefice. Ma questa astuzia non fermò Clemente V che, in questa prima fase, dopo aver ascoltato i testi, e avere ottenuto da questi un solenne pentimento, li perdonò tutti, reintegrandoli nella comunione cattolica. Ciò nonostante i Templari rimasero ancora sotto custodia regia. Ma per il Papa, questo primo atto non era sufficiente, perché il re continuava a detenere de Molay e gli altri dignitari che egli non aveva potuto ascoltare. Allora Clemente V ideò uno stratagemma. Il 12 agosto 1308 tenne un concistoro nel quale fu data lettura della bolla Faciens Misericordiam, redatta l’8 agosto nella quale venne indetto un concilio ecumenico nel quale trattare dell’organizzazione di una nuova crociata ed anche del problema templare. Il giorno seguente, 13 agosto, il Papa decretò l’inizio delle ferie estive della Curia e si ritirò nella residenza di campagna. Ma si trattava di una diversione. I cardinali Bérenger Frédol, Etienne de Suisy e Landolfo Brancacci partirono segretamente alla volta di Chinon, senza neanche rispettare la festa dell’Assunta. Clemente V li aveva nominati suoi plenipotenziari per condurre l’inchiesta sul Gran Maestro e i dignitari del Tempio che, dopo gli interrogatori, vennero trovati tutti colpevoli, anche se di un reato meno grave dell’eresia: l’apostasia. Per le norme del diritto canonico chi commette un atto di rifiuto della sua fede, anche senza convinzione, si pone da solo al di fuori della comunione cattolica e diventa perciò uno scomunicato, che può essere assolto dalla sua colpa, ma non prosciolto. L’esito di questo procedimento è contenuto nel documento di recente rinvenuto nell’Archivio Segreto Vaticano. Dopo forti pressioni, Jacques de Molay si sottopose all’umiliazione solenne: l’ammissione delle proprie colpe, la richiesta del perdono e l’accettazione della penitenza. Questo comportamento del Gran Maestro aveva una giustificazione: era intenzione del Papa di riformare l’Ordine, dopo aver posto sotto la sua personale protezione tutti gli appartenenti ed averli fatti giudicare da un tribunale ecclesiastico, togliendoli dalle mani del re. Il 20 agosto 1308, l’inchiesta di Chinon si concludeva con l’assoluzione dello Stato Maggiore del Tempio dall’accusa di eresia e con la sua reintegrazione nella comunione cattolica. Il Papa fece poi redigere una seconda versione della bolla Faciens Misericordiam che aggiungeva alla prima versione la notizia dell’assoluzione dei Templari. Questa bolla fu antedatata di otto giorni, togliendo la possibilità al sovrano di intervenire. Purtroppo la manovra di Clemente V riuscì solo a metà. Filippo il Bello non voleva infatti che l’Ordine del Tempio sopravvivesse e temeva che da un momento all’altro il Pontefice potesse prendere una decisione capace di abbattere il castello di accuse costruito fino allora con tanta fatica. Per questo motivo minacciò apertamente la Chiesa (minacciò di far disseppellire Bonifacio VIII, di portarlo in giudizio e di far bruciare i suoi resti sul rogo, com’era stato fatto sei secoli prima con Papa Formoso, in quello che passò alla storia come “Concilio del cadavere”) affinché il vertice del Tempio non tornasse in libertà. La situazione politica del tempo dava però al re un forte vantaggio, sia perché la Sede Apostolica si trovava ad Avignone, sia perché il re poteva contare su molti cardinali che ne appoggiavano la politica.
Nei sei anni successivi, la situazione non cambiò, poiché Filippo il Bello contrastò ogni possibile iniziativa del Papa per una riforma dell’Ordine, rendendola di fatto impossibile. Nel 1314, non avendo più spazio di manovra, Clemente V, peraltro gravemente ammalato, tentò almeno di salvare la vita a Jacques De Molay e ai dignitari. Incaricò alcuni cardinali di interrogare di nuovo lo Stato Maggiore del Tempio per decretarne il carcere a vita, sotto la protezione della Chiesa. Con questo espediente era certo di poter salvare la vita dei Templari, e allo stesso tempo di togliere di mezzo l’Ordine, accontentando il sovrano. Quando de Molay e de Charny furono ufficialmente informati dai cardinali mandati da Clemente V che il Papa non aveva più intenzione di riformare l’Ordine e che era sua intenzione di condannarli al carcere a vita, proclamarono la completa innocenza del Tempio. I cardinali, di fronte a questo gesto inatteso, interruppero la seduta riservandosi di consultare il Papa. La situazione era divenuta critica. Filippo il Bello temeva che, in virtù del perdono di Chinon, il papa, ormai moribondo, avrebbe potuto assolvere i Templari da tutte le accuse e riabilitarli, perciò, senza indugiare, attuò un colpo di mano e rapì i due alti dignitari mettendoli a morte sul rogo il 18 marzo 1314. Prima che il rogo venisse acceso, Jacques de Molay chiese ai carnefici di sciogliere le corde che gli legavano le mani e, rivolto alla cattedrale di Notre-Dame, pregò la Vergine Maria alla quale San Bernardo aveva dedicato l’Ordine. Così come nel nome di Maria l’Ordine del Tempio ebbe inizio, nel nome di Maria sarebbe finito. Concludendo: Jacques de Molay e Geoffroy de Charny morirono come cristiani assolti e reintegrati nella comunione cattolica, così come aveva stabilito il Papa e non come eretici. Infine due notazioni: la prima, di natura giuridica, riguarda la fine dell’Ordine. L’Ordine del Tempio non fu mai sciolto, ma solo sospeso in via provvisoria dal Pontefice, con la bolla Vox in Excelso del 1312, perciò un nuovo atto del Sommo Pontefice potrebbe togliere, in qualsiasi momento, la sospensione. Sempre che esista ancora una istituzione che, nell’ambito della cristianità, possa legittimamente vantare una discendenza certa dall’Ordine del Tempio. La seconda, di natura liturgica, riguarda la presenza nell’Ordine di un culto speciale della Passione di Cristo celebrato la sera del Giovedì Santo per commemorare l’Ultima Cena, durante il quale i Templari ricevevano la comunione sotto la sola specie del vino. Questa pratica è ora al vaglio di alcuni eminenti bizantinisti del Pontificio Istituto Orientale di Roma. Non risulta comunque che essa abbia precedenti altrove e si pensa collegata ad usanze specifiche di Gerusalemme risalenti addirittura ad epoca paleocristiana. E’ innegabile che questo culto possa suggerire affascinanti connessioni con la leggenda del Graal, il sacro calice dell’Ultima Cena o il contenitore nel quale Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue misto ad acqua uscito dal costato di Cristo. Nel Parzival, il poeta Wolfram von Eschenbach attribuisce ai Templari la custodia del Graal. Forse non si tratta solo di una leggenda. © 2006 by Mario Farneti. Tutti i diritti riservati. All rights reserved
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