Khaled, così gli astronomi hanno battezzato la cometa
che sfiorerà questa sera il nostro pianeta a meno di un milione di
chilometri di distanza. Si prevedono fenomeni astrali come aurore boreali
e forti disturbi alle telecomunicazioni. Alcuni scienziati, in accordo con
gli storici, ritengono che Khaled sia la stessa cometa che fu osservata
nei cieli di tutta Europa nei primi mesi del 1314.
Spensi l'autoradio contrariato. Da qualche mese non si
parlava d'altro. Anche la pubblicità si era appropriata della cometa per
vendere detersivi, schiume da barba e pannolini.
Avevo altre gatte da pelare io, che non pensare alle
comete!
Ma come diamine era venuto in mente a quel maniaco del
regista Antonelli di fare la parodia della scena finale di Indiana
Jones e l'ultima crociata? Quella in cui si vede il cattivo morire
disidratato come una prugna secca dopo aver scelto tra tante coppe il
Graal sbagliato!
Be’, Antonelli si era messo in testa che dovevo
trovargli qualche centinaio di coppe di varia fattura, l'una differente
dall'altra, con le quali disseminare il pavimento e l'arredo della scena,
per la gag dei tre comici del gruppo Gli Esasperati, tre figure di
guitti demenziali che, grazie alla televisione e al regista Antonelli,
erano stati pompati come gli iniziatori di un nuovo genere di
comicità.
"Mi raccomando," aveva tuonato Pelloni, il
direttore di produzione, "registriamo questo pomeriggio alle 16. Se
manca la roba, Antonelli ferma lo studio. E lo sai quanto costa al giorno
all'Azienda uno studio fermo?!"
"Trentacinque milioni", risposi, "ma non
chiedeteli a me..."
Perdere trentacinque milioni era poca cosa per
l'Azienda, ma quello che intendeva dire Pelloni era ben altro: se tornavo
a mani vuote, niente rinnovo del contratto per la prossima produzione. Si
trattava di una vera e propria intimidazione mafiosa.
Sapevo che c'era una sola persona al mondo in grado di
aiutarmi: Serafino, un ex macchinista di scena, che da qualche tempo, con
spirito imprenditoriale, aveva intrapreso l'attività di noleggiatore per
il cinema e la televisione.
Dovendo cominciare con pochi soldi, si era
indebitato fino al collo col vecchio Ezechiele Vivanti, un commerciante di
origine ebraica che nella sua lunga carriera aveva fornito materiale
scenografico alla maggior parte delle produzioni cinematografiche del
nostro paese e che, in procinto di andarsene in pensione gli aveva ceduto
la quasi totalità degli immensi magazzini che possedeva.
Perciò, da quando Vivanti aveva rimesso i remi in
barca, Serafino costituiva l'unica ancora di salvezza per arredatori,
trovarobe e scenografi.
"Ciao Alvaruccio. Che, ti serve un sarcofago egizio con mummia
incorporata?" mi apostrofò Serafino mentre stava armeggiando insieme
con due operai nella speranza di rimettere in funzione il meccanismo di
una mummia vivente.
"Magari fosse solo la mummia! Quel pazzo di
Antonelli mi ha chiesto qualcosa come trecento coppe di metallo,
possibilmente dorate o argentate, una differente dall'altra, per oggi alle
16."
Serafino mi guardò divertito: "Me l'avevano detto
che era un alcolizzato... Ma quante cantine deve scolare con tutti quei
bicchieri!? Be’, t'è andata bene, Alvaruccio. Ieri ho fatto l'ultimo
carico dal vecchio Ezechiele. E' ammalato, soffre di cuore e non esce più
di casa. Mi ha chiamato il figlio Guglielmo, quello che ha il vizio del
gioco, dicendo che c'era un magazzino nel seminterrato che il padre aveva
sempre tenuto chiuso a chiave, ma che doveva essere pieno di roba e che se
gli davo una certa cifra, mi cedeva tutto. Abbiamo lavorato più di un'ora
per forzare la serratura, poi alla fine siamo riusciti a entrare. Lo
scantinato era stipato di alambicchi, storte, serpentine, mortai e
fornelli e, su di un lungo scaffale a muro, ricoperte di povere e
ragnatele, c'erano alcune centinaia di coppe, calici e bicchieri di
tutti i tipi. Gli ho staccato un bell'assegno e ho portato via tutto.
Guarda, puoi trovare l'intero carico nel cortile, l'ho scaricato dal
camion poco fa. Va' e serviti pure e... attento al tetano!"
Serafino aveva ragione, nel cortile c'era una montagna
di paccottiglia ammucchiata in una miscellanea da far girare la testa.
Mi rabboccai le maniche e mi posi al lavoro.
Faticai per più di tre ore, ma alla fine, sudato e
coperto di polvere e ragnatele da capo a piedi, potei contare 325 coppe di
metallo di diversa fattura. Avevo appena un'ora per raggiungere gli
studi televisivi e allestire la scena.
Per quel giorno l'Azienda avrebbe risparmiato i suoi
trentacinque milioni.
Giunsi al centro di produzione con una buona mezz'ora
di ritardo. Per far prima entrai con l'auto dalla porta carraia fin dentro
allo studio, ma trovai una calma insolita.
Non c'era nessuno, tranne Peppe, il macchinista di
scena che se ne stava dietro ad uno spezzato a fumarsi beatamente
il toscano. Di Antonelli e della sua banda, nessuna traccia.
"Stasera va in onda la cometa!" esclamò
Peppe con la solita flemma. "Ti cerca il direttore di
produzione..."
"Che vuole?"
"Si fa festa..."
Peppe ammiccò, indicando verso l' ufficio della
produzione.
Il cast al completo si era infatti trasferito da
Pelloni: comici, cantautori, ballerini, soubrette, cabarettisti,
funzionari e programmiste e, nel bel mezzo, Antonelli in camicia hawaiana
che, tra un bicchiere e l'altro di whisky, armeggiava intorno a un grosso
telescopio.
"La registrazione è rimandata a
domattina..." bofonchiò Antonelli. "Grazie ai buoni uffici del
nostro onnipotente Pelloni, questa sera si va tutti in cima alla torre dei
ripetitori per il Cometa party. Sei invitato anche tu."
Strozzai in gola una serie di imprecazioni. Fissai con
aria di sfida e insieme di compassione Pelloni che, evitando il mio
sguardo, fingeva di consultare la rubrica telefonica.
"No, grazie. Preparo lo studio per domani e poi me
ne vado a casa. Sono molto stanco, buona sera e buon divertimento a
tutti."
"E la cometa?" esclamò con meraviglia
Antonelli.
"Ne hanno tanto parlato in questi ultimi mesi che
è come se l'avessi vista cento volte. Non m'interessa più."
Voltai i tacchi e mi avviai verso lo Studio 3.
Lo trovai deserto; naturalmente anche Peppe se n'era
andato. Una volta tanto potevo lavorare con calma, senza l'assillo di
tutta quella gente di spettacolo un po' spostata che ti girava intorno con
le richieste e i suggerimenti più assurdi.
Cominciai a distribuire le coppe prima sui mobili,
quindi sul pavimento spolverandole una ad una. Ce n'erano di molto belle,
perfette imitazioni di ogni epoca: medievali, romane, greche, egizie,
alcune ornate con finte pietre dure, ma così ben contraffatte da lasciare
il dubbio che fossero autentiche.
Il Santo Graal...
Fu un sussurro lieve, che sfiorò impercettibilmente le
mie orecchie, accompagnato da una sinfonia dolce, appena accennata.
"C'è qualcuno in regia che si diverte alle mie
spalle... Qui nessuno ha voglia di lavorare!" imprecai tra i denti.
Una mano mi toccò sulla spalla: "Ciao Alvaruccio..."
Sussultai; credevo di essere solo. Mi voltai di scatto
e vidi davanti a me il vecchio Vivanti.
"Ohi, non ti spaventare!"
"Ma che ci fa qui? Non pensavo di vederla, la
sapevo malata..."
"Ora sono guarito, è passato tutto. Sono venuto
per salutarti... e per riprendermi una cosa. Anzi mi sono permesso di
farlo quando tu non c'eri..."
"Che cosa?"
"Questa", disse mostrandomi un sacchetto di
velluto rosso chiuso da un cordoncino.
"E che c'è dentro?"
"Il Santo Graal."
Sorrisi divertito: "Non è il solo, ce ne sono
più di trecento qui. Suo figlio li ha venduti tutti a Serafino."
"Lo so, poteva venderli tutti, tranne questo, che
è quello vero."
Allungai la mano per toccare il sacchetto, ma Vivanti
si ritrasse.
"Solo io posso vederlo..."
"Se è per questo, l'ho visto anch'io!"
"Sì, ma tra tanti altri. E' come se non avessi
visto niente!"
Aveva ragione. Posai gli occhi sulle trecento e più
coppe che erano davanti a me, per capire quale mancasse, ma niente da
fare, non c'era caso che mi rammentassi.
"Lei Vivanti mi mette in un bel guaio. Se Serafino
s'accorge che manca una coppa, finisce che me la devo ripagare io."
Vivanti rimase un attimo a pensare, quindi tolse di
tasca un piccolo involto di carta.
"Tieni, eccoti risarcito!"
Estrasse dall'involto una minuscola pietra scura,
dall'aspetto spugnoso e dalla consistenza della pomice e me la consegnò.
E' mezzo matto!, pensai e trattenni il riso a
malapena.
Presi la pietra e me la infilai in tasca col proposito
di gettarla via alla prima occasione.
"Ora s’è fatto tardi e debbo salutarti. Chissà
se ci rivedremo ancora...?"
"Perché no? Dove ha intenzione di andare?"
Sorrise: "Forse dove indica la cometa..."
Mi strinse la mano e se ne andò.
Che strano, mentre s’allontanava sentii ancora quel
sussurro e quella musica inafferrabile. Poi più nulla.
Mi sedetti un attimo per riflettere e conclusi che
forse era il caso di smettere un attimo di lavorare e di andare al bar a
bere qualcosa di fresco. Il caldo e lo stress possono giocare brutti
scherzi.
Uscii dallo studio e respirai a pieni polmoni.
Vidi Pelloni che mi si faceva incontro con la solita
aria melensa e per di più un po' alticcio: "Sai Alvaruccio, il
Maestro ci ha ripensato. La scena del Santo Graal non si fa più; ne
parlavamo poco fa al Cometa party. A proposito: che spettacolo ti
sei perduto... Be’, domani riporta tutto a Serafino."
Il primo istinto fu di uccidere quell'uomo insulso
insieme con quel mostro di Antonelli che lo manovrava come un fantoccio e
non so quale forza mi trattenne dal farlo. Riuscii anzi a dissimulare il
risentimento sotto un ampio sorriso: "E' meglio così: non sarebbe
stata un gran che come gag!"
Pelloni non replicò. Mi allentò una pacca sulla
spalla e mi lasciò in mezzo al corridoio come un fesso.
Due giorni dopo fui convocato nel suo ufficio.
"Bisogna che tu faccia più attenzione in
futuro," esordì, "Serafino ci ha addebitato una coppa. Ecco la
fattura: sono duecentomila lire. Lui afferma di avertene consegnate 325 e
che ne sono rientrate 324..."
"Be’ Pelloni, a questo punto è bene che io ti
spieghi quanto è accaduto. Sai, ieri pomeriggio è venuto in studio il
vecchio Vivanti e, tanto ha detto e tanto ha fatto, che ha voluto indietro
una coppa, forse per ricordo, visto che ormai ha venduto tutto a Serafino,
e io non gli ho saputo dire di no."
"Inventane un'altra," replicò Pelloni
battendo i pugni sulla scrivania. "Vivanti è morto l'altro ieri
mattina alle dieci, d'infarto. Non vedo come poteva trovarsi qui, vivo e
vegeto, il pomeriggio dello stesso giorno, per di più a razzolare tra la
sua paccottiglia!"
Un brivido gelido mi percorse la schiena, accompagnato
da un lieve capogiro: "Già non è possibile..."
"Allora," incalzò Pelloni, "visto che
hai fatto il furbo, la fattura l'addebitiamo a te. Contento?"
Non risposi. Avevo le gambe molli e il vuoto in testa.
Abbassai gli occhi e uscii confuso e stordito dall'ufficio di Pelloni.
Mi avviai verso l'automobile mentre imprecavo contro
Antonelli e la sua banda di svitati. Infilai la mano in tasca per prendere
le chiavi, ma le dita incontrarono un oggetto dalla superficie ruvida e
irregolare.
Che accidenti era? Già, quasi me ne dimenticavo, il sasso
di Vivanti: il guadagno di due giornate di lavoro!
Che strano però, non ricordavo che la minuscola pietra
emanasse quell'indecifrabile riverbero iridato... E fu solo la prima
trasformazione che subì, perché pochi attimi dopo si era già tramutata
in oro.
A distanza di anni non so ancora quali poteri nasconda
in sé quel sassolino, né se possieda la proprietà di cambiare in oro i
metalli vili.
Ma non crediate che sia stato quello il mutamento che
più mi sbalordì.
Quando mai, infatti, avrei trovato il coraggio di dire
addio a una vita randagia, che fino ad allora mi era sembrata l’unica
possibile. Proprio io, che fino a qualche tempo prima andavo a mendicare
lavoro da un produttore all'altro?
Solo in quel momento fui in grado di compiere il grande
passo, con naturalezza, senza angosce né rimpianti.
Il giorno successivo abbandonai Antonelli e tutti
quelli come lui. Per sempre.
Qualcosa che conoscevo solo per averne sentito parlare
in termini beffardi, mi aveva sfiorato appena, altrettanto beffardamente,
senza neanche regalarmi la percezione della sua immagine.
Ma questo era bastato a modificare nel profondo la mia
vita, liberandola dalle pastoie opprimenti del cinismo e del conformismo e
quella piccola pietra, diventata oro, era forse il simbolo più tangibile
di questo cambiamento.