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Mario Farneti

"UN POMERIGGIO, ALLO STUDIO 3..."

racconto

 

Khaled, così gli astronomi hanno battezzato la cometa che sfiorerà questa sera il nostro pianeta a meno di un milione di chilometri di distanza. Si prevedono fenomeni astrali come aurore boreali e forti disturbi alle telecomunicazioni. Alcuni scienziati, in accordo con gli storici, ritengono che Khaled sia la stessa cometa che fu osservata nei cieli di tutta Europa nei primi mesi del 1314.

Spensi l'autoradio contrariato. Da qualche mese non si parlava d'altro. Anche la pubblicità si era appropriata della cometa per vendere detersivi, schiume da barba e pannolini.

Avevo altre gatte da pelare io, che non pensare alle comete!

Ma come diamine era venuto in mente a quel maniaco del regista Antonelli di fare la parodia della scena finale di Indiana Jones e l'ultima crociata? Quella in cui si vede il cattivo morire disidratato come una prugna secca dopo aver scelto tra tante coppe il Graal sbagliato!

Be’, Antonelli si era messo in testa che dovevo trovargli qualche centinaio di coppe di varia fattura, l'una differente dall'altra, con le quali disseminare il pavimento e l'arredo della scena, per la gag dei tre comici del gruppo Gli Esasperati, tre figure di guitti demenziali che, grazie alla televisione e al regista Antonelli, erano stati pompati come gli iniziatori di un nuovo genere di comicità.

"Mi raccomando," aveva tuonato Pelloni, il direttore di produzione, "registriamo questo pomeriggio alle 16. Se manca la roba, Antonelli ferma lo studio. E lo sai quanto costa al giorno all'Azienda uno studio fermo?!"

"Trentacinque milioni", risposi, "ma non chiedeteli a me..."

Perdere trentacinque milioni era poca cosa per l'Azienda, ma quello che intendeva dire Pelloni era ben altro: se tornavo a mani vuote, niente rinnovo del contratto per la prossima produzione. Si trattava di una vera e propria intimidazione mafiosa.

Sapevo che c'era una sola persona al mondo in grado di aiutarmi: Serafino, un ex macchinista di scena, che da qualche tempo, con spirito imprenditoriale, aveva intrapreso l'attività di noleggiatore per il cinema e la televisione. 

Dovendo cominciare con pochi soldi, si era indebitato fino al collo col vecchio Ezechiele Vivanti, un commerciante di origine ebraica che nella sua lunga carriera aveva fornito materiale scenografico alla maggior parte delle produzioni cinematografiche del nostro paese e che, in procinto di andarsene in pensione gli aveva ceduto la quasi totalità degli immensi magazzini che possedeva.

Perciò, da quando Vivanti aveva rimesso i remi in barca, Serafino costituiva l'unica ancora di salvezza per arredatori, trovarobe e scenografi.

"Ciao Alvaruccio. Che, ti serve un sarcofago egizio con mummia incorporata?" mi apostrofò Serafino mentre stava armeggiando insieme con due operai nella speranza di rimettere in funzione il meccanismo di una mummia vivente.

"Magari fosse solo la mummia! Quel pazzo di Antonelli mi ha chiesto qualcosa come trecento coppe di metallo, possibilmente dorate o argentate, una differente dall'altra, per oggi alle 16."

Serafino mi guardò divertito: "Me l'avevano detto che era un alcolizzato... Ma quante cantine deve scolare con tutti quei bicchieri!? Be’, t'è andata bene, Alvaruccio. Ieri ho fatto l'ultimo carico dal vecchio Ezechiele. E' ammalato, soffre di cuore e non esce più di casa. Mi ha chiamato il figlio Guglielmo, quello che ha il vizio del gioco, dicendo che c'era un magazzino nel seminterrato che il padre aveva sempre tenuto chiuso a chiave, ma che doveva essere pieno di roba e che se gli davo una certa cifra, mi cedeva tutto. Abbiamo lavorato più di un'ora per forzare la serratura, poi alla fine siamo riusciti a entrare. Lo scantinato era stipato di alambicchi, storte, serpentine, mortai e fornelli e, su di un lungo scaffale a muro, ricoperte di povere e ragnatele, c'erano alcune centinaia di coppe, calici e bicchieri di tutti i tipi. Gli ho staccato un bell'assegno e ho portato via tutto. Guarda, puoi trovare l'intero carico nel cortile, l'ho scaricato dal camion poco fa. Va' e serviti pure e... attento al tetano!"

Serafino aveva ragione, nel cortile c'era una montagna di paccottiglia ammucchiata in una miscellanea da far girare la testa.

Mi rabboccai le maniche e mi posi al lavoro.

Faticai per più di tre ore, ma alla fine, sudato e coperto di polvere e ragnatele da capo a piedi, potei contare 325 coppe di metallo di diversa fattura. Avevo appena un'ora per raggiungere gli studi televisivi e allestire la scena.

Per quel giorno l'Azienda avrebbe risparmiato i suoi trentacinque milioni.

Giunsi al centro di produzione con una buona mezz'ora di ritardo. Per far prima entrai con l'auto dalla porta carraia fin dentro allo studio, ma trovai una calma insolita.

Non c'era nessuno, tranne Peppe, il macchinista di scena che se ne stava dietro ad uno spezzato a fumarsi beatamente il toscano. Di Antonelli e della sua banda, nessuna traccia.

"Stasera va in onda la cometa!" esclamò Peppe con la solita flemma. "Ti cerca il direttore di produzione..."

"Che vuole?"

"Si fa festa..."

Peppe ammiccò, indicando verso l' ufficio della produzione.

Il cast al completo si era infatti trasferito da Pelloni: comici, cantautori, ballerini, soubrette, cabarettisti, funzionari e programmiste e, nel bel mezzo, Antonelli in camicia hawaiana che, tra un bicchiere e l'altro di whisky, armeggiava intorno a un grosso telescopio.

"La registrazione è rimandata a domattina..." bofonchiò Antonelli. "Grazie ai buoni uffici del nostro onnipotente Pelloni, questa sera si va tutti in cima alla torre dei ripetitori per il Cometa party. Sei invitato anche tu."

Strozzai in gola una serie di imprecazioni. Fissai con aria di sfida e insieme di compassione Pelloni che, evitando il mio sguardo, fingeva di consultare la rubrica telefonica.

"No, grazie. Preparo lo studio per domani e poi me ne vado a casa. Sono molto stanco, buona sera e buon divertimento a tutti."

"E la cometa?" esclamò con meraviglia Antonelli.

"Ne hanno tanto parlato in questi ultimi mesi che è come se l'avessi vista cento volte. Non m'interessa più."

Voltai i tacchi e mi avviai verso lo Studio 3.

Lo trovai deserto; naturalmente anche Peppe se n'era andato. Una volta tanto potevo lavorare con calma, senza l'assillo di tutta quella gente di spettacolo un po' spostata che ti girava intorno con le richieste e i suggerimenti più assurdi.

Cominciai a distribuire le coppe prima sui mobili, quindi sul pavimento spolverandole una ad una. Ce n'erano di molto belle, perfette imitazioni di ogni epoca: medievali, romane, greche, egizie, alcune ornate con finte pietre dure, ma così ben contraffatte da lasciare il dubbio che fossero autentiche.

Il Santo Graal...

Fu un sussurro lieve, che sfiorò impercettibilmente le mie orecchie, accompagnato da una sinfonia dolce, appena accennata.

"C'è qualcuno in regia che si diverte alle mie spalle... Qui nessuno ha voglia di lavorare!" imprecai tra i denti.

Una mano mi toccò sulla spalla: "Ciao Alvaruccio..."

Sussultai; credevo di essere solo. Mi voltai di scatto e vidi davanti a me il vecchio Vivanti.

"Ohi, non ti spaventare!"

"Ma che ci fa qui? Non pensavo di vederla, la sapevo malata..."

"Ora sono guarito, è passato tutto. Sono venuto per salutarti... e per riprendermi una cosa. Anzi mi sono permesso di farlo quando tu non c'eri..."

"Che cosa?"

"Questa", disse mostrandomi un sacchetto di velluto rosso chiuso da un cordoncino.

"E che c'è dentro?"

"Il Santo Graal."

Sorrisi divertito: "Non è il solo, ce ne sono più di trecento qui. Suo figlio li ha venduti tutti a Serafino."

"Lo so, poteva venderli tutti, tranne questo, che è quello vero."

Allungai la mano per toccare il sacchetto, ma Vivanti si ritrasse.

"Solo io posso vederlo..."

"Se è per questo, l'ho visto anch'io!"

"Sì, ma tra tanti altri. E' come se non avessi visto niente!"

Aveva ragione. Posai gli occhi sulle trecento e più coppe che erano davanti a me, per capire quale mancasse, ma niente da fare, non c'era caso che mi rammentassi.

"Lei Vivanti mi mette in un bel guaio. Se Serafino s'accorge che manca una coppa, finisce che me la devo ripagare io."

Vivanti rimase un attimo a pensare, quindi tolse di tasca un piccolo involto di carta.

"Tieni, eccoti risarcito!"

Estrasse dall'involto una minuscola pietra scura, dall'aspetto spugnoso e dalla consistenza della pomice e me la consegnò.

E' mezzo matto!, pensai e trattenni il riso a malapena.

Presi la pietra e me la infilai in tasca col proposito di gettarla via alla prima occasione.

"Ora s’è fatto tardi e debbo salutarti. Chissà se ci rivedremo ancora...?"

"Perché no? Dove ha intenzione di andare?"

Sorrise: "Forse dove indica la cometa..."

Mi strinse la mano e se ne andò.

Che strano, mentre s’allontanava sentii ancora quel sussurro e quella musica inafferrabile. Poi più nulla.

Mi sedetti un attimo per riflettere e conclusi che forse era il caso di smettere un attimo di lavorare e di andare al bar a bere qualcosa di fresco. Il caldo e lo stress possono giocare brutti scherzi.

Uscii dallo studio e respirai a pieni polmoni.

Vidi Pelloni che mi si faceva incontro con la solita aria melensa e per di più un po' alticcio: "Sai Alvaruccio, il Maestro ci ha ripensato. La scena del Santo Graal non si fa più; ne parlavamo poco fa al Cometa party. A proposito: che spettacolo ti sei perduto... Be’, domani riporta tutto a Serafino."

Il primo istinto fu di uccidere quell'uomo insulso insieme con quel mostro di Antonelli che lo manovrava come un fantoccio e non so quale forza mi trattenne dal farlo. Riuscii anzi a dissimulare il risentimento sotto un ampio sorriso: "E' meglio così: non sarebbe stata un gran che come gag!"

Pelloni non replicò. Mi allentò una pacca sulla spalla e mi lasciò in mezzo al corridoio come un fesso.

 

Due giorni dopo fui convocato nel suo ufficio.

"Bisogna che tu faccia più attenzione in futuro," esordì, "Serafino ci ha addebitato una coppa. Ecco la fattura: sono duecentomila lire. Lui afferma di avertene consegnate 325 e che ne sono rientrate 324..."

"Be’ Pelloni, a questo punto è bene che io ti spieghi quanto è accaduto. Sai, ieri pomeriggio è venuto in studio il vecchio Vivanti e, tanto ha detto e tanto ha fatto, che ha voluto indietro una coppa, forse per ricordo, visto che ormai ha venduto tutto a Serafino, e io non gli ho saputo dire di no."

"Inventane un'altra," replicò Pelloni battendo i pugni sulla scrivania. "Vivanti è morto l'altro ieri mattina alle dieci, d'infarto. Non vedo come poteva trovarsi qui, vivo e vegeto, il pomeriggio dello stesso giorno, per di più a razzolare tra la sua paccottiglia!"

Un brivido gelido mi percorse la schiena, accompagnato da un lieve capogiro: "Già non è possibile..."

"Allora," incalzò Pelloni, "visto che hai fatto il furbo, la fattura l'addebitiamo a te. Contento?"

Non risposi. Avevo le gambe molli e il vuoto in testa. Abbassai gli occhi e uscii confuso e stordito dall'ufficio di Pelloni.

Mi avviai verso l'automobile mentre imprecavo contro Antonelli e la sua banda di svitati. Infilai la mano in tasca per prendere le chiavi, ma le dita incontrarono un oggetto dalla superficie ruvida e irregolare.

Che accidenti era? Già, quasi me ne dimenticavo, il sasso di Vivanti: il guadagno di due giornate di lavoro!

Che strano però, non ricordavo che la minuscola pietra emanasse quell'indecifrabile riverbero iridato... E fu solo la prima trasformazione che subì, perché pochi attimi dopo si era già tramutata in oro.

 

A distanza di anni non so ancora quali poteri nasconda in sé quel sassolino, né se possieda la proprietà di cambiare in oro i metalli vili.

Ma non crediate che sia stato quello il mutamento che più mi sbalordì.

Quando mai, infatti, avrei trovato il coraggio di dire addio a una vita randagia, che fino ad allora mi era sembrata l’unica possibile. Proprio io, che fino a qualche tempo prima andavo a mendicare lavoro da un produttore all'altro?

Solo in quel momento fui in grado di compiere il grande passo, con  naturalezza, senza angosce né rimpianti.

Il giorno successivo abbandonai Antonelli e tutti quelli come lui. Per sempre.

Qualcosa che conoscevo solo per averne sentito parlare in termini beffardi, mi aveva sfiorato appena, altrettanto beffardamente, senza neanche regalarmi la percezione della sua immagine.

Ma questo era bastato a modificare nel profondo la mia vita, liberandola dalle pastoie opprimenti del cinismo e del conformismo e quella piccola pietra, diventata oro, era forse il simbolo più tangibile di questo cambiamento.

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