|
CARTHAGO METAURENSIS |
||
|
Ovvero, come Asdrubale sconfisse i Romani nella Battaglia del Metauro (207 a.C.) di Mario Farneti |
||
|
|
Utcumque
mutata potentis (Orazio, Carmina I, XXXV, 23-24)
“…Va pertanto definitivamente respinta la tesi sostenuta da Amilcare Fulgenzi, secondo la quale l’odierna Cartagica, un tempo Carthago Metaurensis, sarebbe stata edificata sul sito di un antico abitato romano sorto intorno al tempio della dea Fortuna, in latino Fanum Fortunae.” Uno scroscio di applausi accompagnò la conclusione del discorso del professor Claudio Del Nero, docente di Storia della Civiltà Punico-Romana all’Università di Urbino, durante l’annuale Convegno organizzato dalla Fondazione “Amici di Annibale”. Solo un anziano signore, seduto a metà dell’ultima fila, tenne le braccia conserte scuotendo il capo e ridacchiando ironico sotto i baffi ispidi e brizzolati che gli nascondevano il labbro superiore. L’uomo restò seduto anche quando la folla intervenuta al centro convegni della Basilica di Vitruvio cominciò a sciamare verso l’uscita. Poi, quando la sala si fu quasi svuotata, estrasse di tasca una scatola di fiammiferi svedesi, accese un mezzo toscano e aspirò compiaciuto una densa boccata di fumo. Un usciere gli si avvicinò con solerzia per attirare la sua attenzione verso il cartello “vietato fumare”, ma si ritrasse subito, appena l’uomo lo fulminò con un’occhiata ferina. “Ah, è lei…” balbettò l’usciere. “Mi scusi, conte Fulgenzi, non lo avevo riconosciuto.” Il nobile lo scrutò con un’espressione di sufficienza e riprese a fumare con immutata calma, ormai avvolto dalla nube azzurrina che emanava dal sigaro. Del Nero, intanto, si attardava intorno al podio, parlando fittamente con il suo assistente Livio Alinari, dopo l’intervista concessa a Carlo Marvaldi, l’anchor-man di Tele-Cartagica, la principale emittente televisiva locale. Lo specializzato di ripresa aveva appena spento il flash, quando Fulgenzi tossì fragorosamente, richiamando l’attenzione del giornalista che si girò verso di lui e lo riconobbe. “Un attimo, conte Fulgenzi, ho alcune domande anche per lei. Può concedermi un’intervista?” A quelle parole Del Nero s’irrigidì e, ostentando indignazione, continuò a parlare sottovoce con il suo assistente, dopo aver girato le spalle al conte. “Ciao, Carlo” salutò il nobile. “Che cosa vuoi sapere che tu già non sappia?” “So tutto e non so niente, conte” rispose Marvaldi lisciandosi nervosamente la barba folta. “Lei gioca a rimpiattino con me da quando ci conosciamo. Le poche testimonianze storiche cui fa riferimento non sono sufficienti a suffragare le sue argomentazioni. Non bastano vaghe citazioni desunte da Tito Livio e da Tacito per avvalorare una teoria rivoluzionaria come la sua: penso ne sia consapevole anche lei. Che altro c’è, allora, che sa e non dice?” Fulgenzi scosse il capo. “No, la mia documentazione è più che sufficiente a dimostrare che prima di Carthago Metaurensis esisteva un insediamento romano e che il suo nome era Fanum Fortunae, perché vi sorgeva un tempio dedicato appunto a Fortuna, la dea della sorte. Perciò Cartagica non fu fondata dai Fenici, ma dai Romani. Di conseguenza, il chiarissimo professor Del Nero deve, con la massima solerzia, trasferire i suoi cinquanta e più libri pubblicati sull’argomento e le centinaia di dispense con le quali ha ammorbato e ammorba le menti dei suoi allievi nel luogo che più loro si confà: l’immondezzaio.” Il conte rise fragorosamente, fissando con aria di sfida Del Nero che indugiava ad uscire dalla sala, per non dover affrontare le Forche Caudine del suo caustico e agguerrito antagonista. “Bé, adesso, me ne vado. L’intervista te la do un’altra volta. Magari, quando trovo qualcosa di definitivo. Salvo che non l’abbia già trovato…” “Ehi, conte, che vuol dire? Non mi lasci sulle spine.” “Se continui ad andare dietro a quel trombone, sulle spine ci rimani per tutta la vita. Ciao, patacca!” Fulgenzi si avviò verso l’uscita, ma prima di lasciare la sala non poté fare a meno di ammirare il dipinto del Guercino raffigurante il trionfo di Asdubale dopo la Battaglia del Metauro, che occupava quasi per intero la parete di fondo. Ben in vista ai lati del quadro erano affissi due stemmi della città con il caratteristico simbolo della testa di elefante sotto la quale un filatterio recitava: In Carthaginis portis custos est hic elephas fortis. Scese due rampe di scale e si soffermò, quasi in trance, davanti alla statua dell’Atleta di Cartagica, opera mirabile dello scultore greco Lisippo, recuperata al largo del Mare Fenicio Settentrionale, alcune miglia davanti alla città, quasi mezzo secolo prima. Un’intera sala al piano terra della Basilica vitruviana era stato ristrutturato per accogliere la preziosa scultura. Con passo spedito uscì dal superbo edificio risalente all’epoca dell’imperatore Ottaviano Barqa, percorse Via Maarbale Nolfi e voltò a destra immettendosi in Via Arco di Annibale, così chiamata per il maestoso monumento marmoreo risalente all’inizio del II secolo avanti Cristo, fatto edificare dapprima da Asdrubale a ricordo della vittoria su Livio Salinatore. Giunse in fondo alla via e, superata la Loggia San Melcarto, passò sotto l’arco. Si attardò infine nel piazzale del Tofet ad osservare con aria di sufficienza la tribuna in tubi metallici realizzata per l’annuale rievocazione in costume, battezzata “La Cartagica dei Barqa”. Era infatti Barqa l’appellativo di cui si erano fregiati per più di sei secoli i sovrani romano-punici a ricordo del primo imperatore Annibale della famiglia Barqa, un sostantivo che nella sua lingua significava folgore. Nel 476 dopo Cristo l’ultimo imperatore Romolo Annibale Barqa era stato deposto dal goto Odoacre. Fulgenzi scosse la testa e spostò l’attenzione verso la mole maestosa dell’arco, alto più di quindici metri, in pietra calcarea rivestita di marmo sul quale rimaneva ancora traccia dell’originaria policromia. Ne conosceva a memoria i bassorilievi che tramandavano le imprese delle armate puniche in Italia a partire dalla Battaglia del Metauro. Nel primo bassorilievo erano scolpite le immagini del violento temporale che aveva investito i rinforzi, provenienti dalla Puglia, comandati da Claudio Nerone, morto folgorato alle porte di Ancona, e che per questo motivo non avevano potuto raggiungere il console Livio Salinatore; e poi la battaglia del Metauro, combattutasi il giorno successivo, il 3 giugno del 207 avanti Cristo, nella quale Asdrubale aveva ottenuto la vittoria e, attraversato l’Appennino, si era ricongiunto al fratello nei pressi di Narni, prima di puntare su Roma. Di seguito, la resa dei Romani e l’ingresso trionfale di Annibale nell’Urbe, dove il Senato gli aveva conferito il titolo di imperator. Ma questo evento glorioso fu preludio a trame oscure: uno dei bassorilievi raffigurava la guerra fratricida sopraggiunta dopo la congiura ordita da Asdrubale ai danni del fratello per impadronirsi del potere. Prima dello scontro finale erano però trascorsi dieci anni, durante i quali Annibale aveva pacificato l’intera penisola. Invece di distruggere Roma, la città nemica cui aveva giurato odio eterno fin da bambino, ne era rimasto così ammaliato da abbellirla di edifici e monumenti, dimostrando di amarla più della stessa Cartagine, dove non fece mai più ritorno e dove la sposa Imilce e il figlio lo attesero invano. Asdrubale, pur dando a vedere di riconoscere il primato del fratello, non accettava la sua alleanza con i nemici di un tempo e pensava che Annibale, sebbene vincitore, fosse divenuto succube di quella classe aristocratica romana che era stata la sua più feroce antagonista. Perciò, temendone le insidie, non si era fermato a Roma, ma aveva stabilito il quartier generale nel luogo della sua vittoriosa battaglia, dove aveva fondato la città di Carthago Metaurensis. Ma là dove la Vittoria aveva un tempo arriso alle sue armi, la Fortuna avrebbe un giorno reclamato la sua vita. Non potevano infatti coesistere due potestà in Italia, né la Roma di cui Annibale era stato fatto imperatore avrebbe potuto estendere il suo dominio sull’intero bacino del Mediterraneo, sapendosi minacciata da un potenziale nemico interno, quale Asdrubale ormai appariva. Perciò venne il giorno in cui, sventata la congiura ordita dal fratello, Annibale attraversò in forze l’Appennino e assediò Carthago Metaurensis che capitolò dopo tre mesi. Asdrubale fu tratto in catene davanti al Senato di Roma e, condannato a morte, fu strangolato nel Carcere Tulliano. Dopo essere entrato vincitore nella roccaforte del fratello, Annibale la risparmiò dalla distruzione e, trasferita lì la sua corte, la elesse capitale del suo impero, abbellendone l’arco di trionfo fatto erigere da Asdrubale e rafforzandone mura e bastioni. Soprelevò il maestoso monumento con un portico e vi aggiunse nuovi bassorilievi che tramandavano le sue gesta; lasciò infatti al loro posto quelli di Asdrubale, tranne uno, collocato sopra il culmine della volta, che ordinò di rimuovere. Un rettangolo vuoto, ornato da una cornice marmorea dentellata, sopra la testa di elefante che ornava la chiave di volta, testimoniava da sempre l’inspiegabile evento. Che cosa conteneva di tanto compromettente quel bassorilievo, da subire la damnatio memoriae? Nessuno storico aveva saputo spiegare la ragione di quel gesto e, durante i secoli, a decine avevano gareggiato adducendo le argomentazioni più astruse e irrealistiche. Per ultimo, Amilcare Fulgenzi, che anche in virtù della sua vantata discendenza dai Barqa, cui l’etimo fulgur del cognome faceva eco, sosteneva addirittura di sapere dove si trovasse il bassorilievo, sfuggito fortuitamente alla distruzione a causa degli accadimenti politici successivi all’esecuzione di Asdrubale nel Carcere Tulliano. Dopo l’elevazione di Annibale ad imperator, Cartagine era insorta contro il suo generale, accusandolo di tradimento, ed aveva inviato una flotta nel Mare Fenicio Settentrionale per occupare Carthago Metaurensis, ma in una gigantesca battaglia navale, combattutasi al largo di Sena Gallica, i punico-romani avevano per sempre sconfitto i cartaginesi. Il nobile fece alcuni passi e sostò in silenzio sotto un pino mediterraneo nei pressi della gigantesca statua bronzea di Annibale eretta nel piazzale del Tofet antistante l’Arco e prese ad osservare il maestoso manufatto, edificato lungo l’antica cinta muraria, che ora, a causa della grande espansione di Cartagica, si trovava al centro della città, divenuta una metropoli di quasi due milioni di abitanti, afflitta dal traffico e dall’inquinamento. Pur conoscendolo a memoria, rilesse a bassa voce il testo latino dell’epigrafe bilingue fatta apporre da Annibale sulla trabeazione dell’arco dopo la conquista della città:
IMP. HANNIBAL BARCA PONTIFEX MAXIMUS COS. XIII TRIBUNICIA POTESTATE XXXII IMP. XXVI PATER PATRIAE MURUM DEDIT
Degnò appena di uno sguardo schifato i grattacieli lungo Corso delle Armate Puniche che stridevano, per le ardite architetture, con le armoniche volumetrie del vetusto monumento, nascondendo i dolci declivi del Monte Balsamemo, l’altura più elevata della città. Fulgenzi tirò un’ultima boccata di fumo, prima di spegnere il toscano e dirigersi alla fermata dell’autobus diretto al sobborgo di Pisauro al Foglia, nella remota periferia nord di Cartagica, dove possedeva una villa e una piccola tenuta. Prima di salire sulla vettura, però, una mano lo trattenne per l’avambraccio. Si voltò di scatto e, per lo sconcerto, incespicò sulla predella dell’autobus e sarebbe certamente caduto, se l’uomo apparso al suo fianco non l’avesse sorretto. “Alinari… tu!?” “Sì, proprio io, conte. Anzi… maestro!” “Che…che vai cercando da me? Sono lontani i tempi in cui mi chiamavi in quel modo.” “E’ vero, sono passati più di vent’anni da allora. Ero ancora un liceale quando frequentavo casa sua e mi appassionavo ai suoi studi. Lo devo a lei se sono diventato un archeologo di fama. Io le sono e le sarò sempre riconoscente, anche se spesso le mie opinioni non hanno concordato con le sue” “Ehi, ehi calma, Livio. Che ti sta succedendo? Dimentichi per chi lavori? Del Nero non ha mai esitato a denigrarmi in tutti i modi, sino a beffarsi di me. Non si può cancellare tutto questo con una pacca sulla spalla e due frasi di circostanza… Per caso è stato lui a mandarti?” “Macché, se viene a sapere che le ho parlato, mi fa licenziare dall’Università. Lei sa bene come funzionano certe cose nel nostro Paese… Se vuoi fare carriera accademica ti devi conformare al pensiero dominante, che nel mio caso è quello del Professore. Non posso permettermi di bruciare vent’anni di studi. Ciò nonostante, voglio far pace con la mia coscienza perché, al di là delle polemiche, le rimango sinceramente amico. Come saprà, fra poche settimane inizieranno i lavori di restauro della statua di Annibale e, per farmi perdonare, voglio offrirle l’opportunità di verificare con me ciò che entrambi sospettiamo…” “Dove vai parando? Spiegati.” “Dimostrerò che Del Nero ha torto e che lei, invece, conte, è nel giusto quando afferma che il primo nome di Cartagica fu Fanum Fortunae e che non furono i Cartaginesi a fondare la città, ma i Romani. Sono stanco di chinare il capo davanti ai baroni. Se riuscirò nel mio intento, Del Nero dovrà arrendersi di fronte all’evidenza e andarsene in pensione lasciando il campo a me.” “Uhm, un ravvedimento dettato dall’arrivismo, il tuo… Bè, non voglio fare il censore e anzi, per una volta nella vita, mi comporterò anch’io da opportunista. Ma dimmi: quando hai avuto l’illuminazione?” “So dove si trova il bassorilievo scomparso.” Fulgenzi fissò incredulo il viso cinereo di Alinari da cui traspariva una forte emozione. “Tu… tu vorresti venirmi a dire che…” “Che conosco quello che anche lei sa e che tiene gelosamente nascosto, conte. Il bassorilievo si trova a pochi passi da qui, nel luogo dove Annibale fu assassinato da un gruppo di congiurati appartenenti all’aristocrazia romana, due anni dopo aver elevato Cartagica a capitale del suo impero. Tito Livio e Tacito tramandano che al posto della statua di Annibale, si ergeva in origine quella di Asdrubale, che fu abbattuta e sostituita dopo la conquista della città. Probabilmente, durante la demolizione, un pannello del basamento si ruppe e, per la fretta di ricostruirlo, venne riutilizzata la lastra del bassorilievo che Annibale aveva fatto togliere poco prima dall’arco. La lastra fu girata, affinché, per dirla con un termine numismatico, fosse visibile il verso invece del recto. Tra l’altro, lei sa bene che le misure della lastra combaciano perfettamente con quelle del vuoto lasciato sull’arco.” “E come sei arrivato a questa conclusione?” “Nello stesso suo modo…” “Perciò anche tu hai compreso il vero senso dell’iscrizione fatta incidere sulla lastra dal successore di Annibale, colui che lo vendicò e che riportò la capitale a Roma, il figlio adottivo Scipione Barqa.” “Sì, e perché non avrei dovuto?” “Già, certo, dopotutto sei intelligente, non posso negarlo, si capiva già da ragazzo.” “Solo che ho maturato questa convinzione molti anni dopo di lei.” “Uhm, questo dimostra che la verità prevale sempre sulla menzogna.” Si avvicinarono entrambi alla statua di Annibale, raffigurato nelle vesti di generale, nell’atto di indicare Roma: sul basamento era ancora leggibile un’epigrafe in lingua fenicia, solo in parte abrasa. Alinari la lesse ad alta voce e Fulgenzi tradusse: “Qui perì Annibale, colpito da mano omicida. In questo modo, …. mostrò a lui, al pari del fratello, il suo volto avverso.” “Tu sai qual è la parola cancellata dall’epigrafe, vero?” “La parola è Fortuna, conte e quale altra, se no?” “Già, chi la fece incidere giocò a bella posta con le parole, perché sapeva bene a cosa riferirsi.” “Al volto avverso della Fortuna...” “E anche… al rovescio della lapide.” I due uomini si guardarono in silenzio. Alinari inspirò lentamente l’aria salmastra portata dalla brezza marina in quella sera placida di metà aprile e soffermò lo sguardo sulle sagome sfuggenti di due gabbiani che si libravano sopra l’arco, illuminate a sprazzi dalle luci giallastre dei lampioni. “Presto la statua di Annibale verrà tolta dal basamento e trasferita al coperto per essere restaurata. So di rischiare molto, ma anch’io, come lei, voglio sapere la verità. I lavori inizieranno i primi di giugno. Al momento opportuno la chiamerò.” Fulgenzi lo fissò diritto negli occhi. “D’accordo. Ci conto.”
L’estate si annunciava instabile e burrascosa. Dalla metà di maggio, i temporali si erano susseguiti numerosi, tanto che avevano danneggiato alcune gigantesche gru per container del porto mercantile di Cartagica, uno dei più vasti del Mediterraneo. Una telefonata ricevuta nel pomeriggio del primo giugno mise Fulgenzi in allarme. Alinari gli aveva dato appuntamento per l’una di notte presso il cantiere aperto da poco nella piazza del Tofet dove la statua del condottiero cartaginese era pronta per essere trasportata al coperto e restaurata. Di lì a poco avrebbe saputo la verità.
Fulgenzi scese furtivo dalla vecchia utilitaria, parcheggiata in un vicolo laterale. Folate di vento umido s’incanalavano lungo Via Arco di Annibale provenienti da nordest, accompagnate dai bagliori dei lampi sopra il Monte Tanizio che annunciavano l’avvicinarsi del temporale. L’effigie di bronzo di Annibale pendeva da un gigantesco palanco metallico e proiettava ombre inquietanti sui bassorilievi dell’arco che sembravano essersi animati dopo ventidue secoli di immobilità grazie ad un oscuro sortilegio. Intabarrato in un giubbetto impermeabile con il cappuccio calato sul capo, Alinari attendeva nella penombra, protetto da alcuni ponteggi smontati e appoggiati su un lato della recinzione di masonite che circondava il cantiere. “Sono qui, conte, facciamo presto, prima che la vigilanza ci scopra.” Fulgenzi annuì col capo e allungò il passo. Si strinsero in fretta la mano e scomparvero oltre la porta del cantiere. “Adesso che la statua è stata tolta dal basamento, sarà più facile spostare la lastra. Faremo leva con queste sbarre d’acciaio. L’erosione ha scalzato le grappe di piombo che la trattengono al manufatto.” “Bene, diamoci da fare!” incitò il conte, che, nonostante l’età avanzata, trovò la forza di impugnare la sbarra più pesante per inserirla nella fessura che il tempo aveva aperto tra la lastra e il basamento. In quell’istante, un lampo cui seguì un tuono assordante illuminò a giorno il piazzale; cominciò a piovere a dirotto. “Forza, Livio, con quella sbarra. Non ti curare della pioggia. Ci siamo!” Alinari fece leva con gran foga, imitato dal nobile; le grappe cedettero lentamente finché la lastra si staccò dal basamento e cadde pesantemente al suolo sollevando un getto d’acqua e fango che investì entrambi. “La parte interna della lastra è ricoperta di calce, non si vede nulla!” esclamò contrariato Fulgenzi. “Se c’è un bassorilievo bisognerà faticare non poco a tirarlo fuori!” “Una fatica che vi risparmierò, perché voi due lascerete quella lastra di marmo dove si trova e ve ne andrete subito di qui!” La voce di Del Nero risuonò minacciosa alle loro spalle. Il professore indossava un impermeabile scuro e una lobbia nera. Sul volto era stampata un’espressione bieca. “Ho fatto bene a diffidare di lei, Alinari. Avevo intuito già da qualche tempo che stava tramando ai miei danni, ma non mi aspettavo che avesse scelto come alleato un perdente di professione come Fulgenzi: nobile decaduto e millantatore. E’ proprio vero: similis cum similibus. La sua carriera accademica finisce ora, nel fango, come merita.” Paralizzato dal terrore, Alinari fissò la sagoma di Del Nero che, incurante della pioggia fittissima, avanzava verso di lui con i pugni serrati. “Ma che cavolo vuoi fare, Del Nero?!” gridò il conte spaventato dall’atteggiamento aggressivo del professore. “Lascialo perdere! E’ colpa mia. Prenditela con me. Ormai è tutto chiaro, non sfidare anche tu la Fortuna…” “Togliti di torno, tu, vecchio relitto alla deriva!” lo apostrofò. “Non accetto il tradimento. Da nessuno!” Del Nero agguantò una delle sbarre d’acciaio abbandonate a terra e la sollevò in aria, nel gesto di colpire Alinari sul capo. Fulgenzi si scagliò contro di lui per fermarlo, ma dovette desistere, impietrito dal terrore: all’improvviso, una luminescenza verdastra aveva circondato la sbarra metallica propagandosi al corpo di Del Nero, come la lingua bifida di un serpente di fuoco. Subito dopo, un lampo accecante lo inghiottì. Fulgenzi e Alinari furono scaraventati a terra dalla potente scarica elettrica sprigionatasi dal turbine e persero i sensi.
Il conte riemerse da un sonno profondo, risvegliato dalla brezza tiepida che gli lambiva la fronte. Il temporale era passato e nell’aria si percepiva l’odore inconfondibile dell’ozono generato dai fulmini. La luce ambigua della luna si diffondeva sulle superfici diseguali dell’Arco di Annibale producendo incerte cromie. Si rialzò dolorante e, barcollando, raggiunse Alinari che giaceva svenuto a pochi passi da lui. Gli sollevò il capo e lo scosse finché non riprese i sensi. “Che… che cosa è successo…? E Del Nero?” domandò l’uomo con un filo di voce. “Del Nero!? Quasi me ne dimenticavo!” Il conte cercò con affanno il professore, finché una visione raccapricciante lo fece raggelare: il corpo carbonizzato dell’accademico giaceva a pochi passi dalla lapide. Ciò che rimaneva delle sue membra appariva rattrappito nello spasimo della morte. “Del Nero è morto folgorato. E’ incredibile… Sai che giorno è oggi?” “Sì, certo, il 2 giugno… la vigilia della Battaglia del Metauro. Del Nero è morto allo stesso modo di Claudio Nerone, nel medesimo giorno. Dopo ventidue secoli, la dea Fortuna ha preteso anche la sua vita!” Fulgenzi prese un telo di plastica e ricoprì i pochi resti del professore, poi raggiunse la lapide e non poté trattenere un’esclamazione di meraviglia. “Il bassorilievo…! Il fulmine ha colpito anche la lastra di marmo e ha scalzato via la calce. Vieni a vedere: adesso è tutto chiaro!” Alinari si procurò una lampada a gas nel magazzino del cantiere e si precipitò a fianco di Fulgenzi per illuminare il pannello istoriato. Il mistero era ormai svelato per sempre: il bassorilievo raffigurava un generale cartaginese nel gesto di offrire sacrifici davanti al simulacro di una dèa con la corona murale in testa e una cornucopia sulla mano sinistra, mentre con la destra governava un timone. Era Asdrubale prima della battaglia, al cospetto della Dea Fortuna. Il conte Fulgenzi aveva avuto ragione: Fanum Fortunae era davvero esistita prima di Carthago Metaurensis. “Hai capito adesso perché Annibale fece togliere il bassorilievo dall’Arco?” domandò eccitato il conte. Alinari annuì. “Non voleva più che la Fortuna, volubile e crudele, influenzasse la sua vita. La dea, infatti, aveva dapprima consentito ad Asdrubale di sconfiggere i Romani sul Metauro, ma lo aveva poi condannato ad una guerra fratricida che lo avrebbe condotto alla rovina. Per questo motivo Annibale non si accontentò di togliere il bassorilievo dall’arco, ma fece anche abbattere il Tempio della Fortuna, affinché non rimanesse più traccia di quel culto per lui odioso.” “Vedo che hai compreso ciò che io sapevo da sempre, perché le mie convinzioni, più che dai libri, erano dettate dal mio DNA… lo stesso di Annibale. Sebbene il mio lontano antenato fosse divenuto un sovrano potente, rimaneva sempre un uomo, soggetto ai capricci degli dèi, perciò non poté neanche lui evitare la vendetta di Fortuna che fece sì che questo bassorilievo non andasse distrutto, ma fosse incorporato nel basamento della statua a lui dedicata, ai piedi della quale il sovrano sarebbe stato assassinato dai congiurati di lì a qualche anno. La dea aveva messo il suggello sul suo inappellabile verdetto di morte.” Alinari abbassò gli occhi e aggrottò la fronte, poi un’idea assurda, qualcosa che nessuno sino allora aveva mai ipotizzato, gli passò per la mente. “Forse se Asdrubale non avesse chiesto l’intervento di quella divinità, la Storia avrebbe seguito un altro corso. Se non fosse scoppiato quel temporale alle porte di Ancona, Claudio Nerone non sarebbe morto folgorato e avrebbe potuto dare man forte a Livio Salinatore…” “In quel caso la Battaglia del Metauro sarebbe stata vinta dai Romani e Cartagica non sarebbe mai stata fondata. Al suo posto, in questo momento, sorgerebbe un’altra città, con un nome diverso…” “Già mi lasci immaginare quale, conte. Vediamo…” Alinari rifletté qualche istante, poi lo sguardo s’illuminò. “Sì, mi sembra ovvio: oggi si sarebbe chiamata Fano.” “Un nome troppo facile” sentenziò Fulgenzi, “ma, in fondo, perché no?!”
© 2005 -2006 by Mario Farneti. Tutti i diritti riservati. All rights reserved Il racconto Carthago Metaurensis è stato inserito nel libro a cura del Club Bazzani La battaglia del Metauro Giorgio Fiacconi Editore - Fano 2005
|