“Una pallottola senza nome per Kennedy”

di Mario Farneti

(pubblicato su "Libero" del 31 gennaio 2010)

 

Il sergente Ellis si avvicinò al corpo inerte del milite della GNR. Guardò il foro sull’elmetto all’altezza della fronte devastata da un colpo di Garand. «Gli è andata male a questo qui… in compenso è andata bene a noi! Guarda, Nick.» Afferrò il fucile Carcano 91/38 che il soldato italiano stringeva ancora tra le mani e lo mostrò al caporale McNally. «Saremmo stati spacciati, se la cartuccia non avesse fatto cilecca.»

«Da noi in Texas si dice che ogni pallottola porta scritto un nome. Grazie a Dio, questa non portava nessuno dei nostri», rispose il caporale.

«Forse è una pallottola senza nome», replicò Ellis con una smorfia, mentre tirava a sé la leva dell’otturatore per estrarre la cartuccia. «Bah, robaccia fascista!». La guardò di sbieco e la scaraventò dentro una scatola di proiettili abbandonata vicino al corpo del miliziano.

«Accidenti questo non dovevi farlo, sergente», si rammaricò McNally, «una pallottola senza nome è una rarità, ci tenevo ad averla. Adesso come la riconosco in mezzo alle altre?»  

Ellis sorrise: «Prendi tutta la scatola, così non ti sbagli. E anche lo sputafuoco. Ci farai una bella figura con quel ferrovecchio, quando ritornerai a Dallas dopo la guerra.» 

Il caporale raccolse la scatola e la richiuse, poi scosse il capo sorridendo: «DUX, qualcuno ha scritto sul coperchio il nome del loro capo. Per questo motivo Mussolini ha perso la guerra: le sue cartucce fanno cilecca!». Afferrò poi il fucile e in quell’istante lo sguardo cadde sul numero di matricola impresso nel metallo: «C2766: da oggi sarà il mio portafortuna!».

 

*****

 

«C2766», l’uomo lesse meccanicamente il numero di matricola impresso sul fucile Carcano 91/38 che stringeva tra le mani; il delirio nel quale era sprofondato poco prima si era dissolto. Nella mente erano riemerse, repentine e violente, le immagini del suo passato: le bandiere rosse per le strade di Minsk, le fotografie incorniciate degli operai meritevoli affisse all’ingresso della fabbrica sovietica nella quale aveva lavorato; ombre ormai lontane, quanto Dallas da Minsk. Aveva sperato, a quel tempo, di vedere incorniciata anche la sua di foto, la foto di Alek, operaio americano rifugiatosi in Russia, futuro Eroe dell’Unione Sovietica. Alek gli suonava bene, era il nomignolo che si era dato in fabbrica, migliore del suo: un nome doppio, di un uomo costretto a vivere una vita anch’essa doppia, figlio di un’America che cambiava velocemente, le cui contraddizioni lo avevano costretto a vivere nell’utopia. Ritornato in patria, aveva tentato di trapiantarvi i principi del marxismo-leninismo, ma era stato null’altro che un miraggio.

 

*****

 

Controllò l’orologio da polso: mancava poco alle 12,30. Il Presidente avrebbe dovuto passare di lì già tre quarti d’ora prima. Lo assalì il dubbio di un cambiamento d’itinerario, forse perché l’FBI sapeva di lui e lo stava braccando. No, questo non doveva accadere: sarebbe stata la fine dei suoi sogni rivoluzionari, di una libertà destinata a nascere sulle canne dei fucili. Che importava poi se il fucile era soltanto uno, il suo? Un Carcano 91/38 fuso in Italia nelle acciaierie Terni più di vent’anni prima, in pieno fascismo. Glielo aveva venduto un trafficante di residuati bellici cui aveva chiesto un’arma di precisione, ma per 10 dollari non ce n’erano.

Aveva anche provato a reclamare un Mosin-Nagant dell’Armata Rossa, ma la risposta del venditore era stata perentoria: «Comunisti, fascisti: tutta una razza!» aveva blaterato sputando per terra, «Prenditi il Carcano e non farti più rivedere!».

Si era perciò rassegnato a quel cimelio della Seconda guerra mondiale con l’alzo del mirino fisso a 1000 piedi.  Senza fare obiezioni, aveva depositato la banconota da 10 dollari sopra una scatola di cartucce calibro 6,5 adatte al fucile, con la parola DUX tracciata a matita sul coperchio.

«Mettimi anche queste: se no con che accidenti lo carico sto coso?» aveva protestato.

Il trafficante gli aveva rivolto uno sguardo di sufficienza. «Lasciami altri due dollari, prendi la scatola di cartucce “fasciste” e togliti dai piedi!»

Aveva pagato e se n’era andato borbottando, tuttavia contento dell’acquisto. Sapeva come sistemare quell’arma che, dopotutto, era robusta, semplice e ben fatta. A casa conservava un vecchio cannocchiale civile 4x18 di marca giapponese, niente di speciale, ma lo avrebbe adattato al fucile per migliorarne la mira.

 

*****

 

Un applauso si era intanto sollevato dalla folla e lui si sporse dalla finestra al sesto piano del Texas School Book Depository Building guardando in direzione della Main Street: il corteo presidenziale aveva raggiunto la Dealey Plaza, le prime auto erano già su Elm Street e stavano sfilando sotto di lui. Doveva soltanto aspettare che la limousine presidenziale fosse a portata utile.

«Per il comunismo!» mormorò Lee Harvey Oswald mentre metteva il colpo in canna al Carcano 91/38. La testa di John Fitzgerald Kennedy era nel centro del mirino telescopico; un colpo ben messo e sarebbe esplosa come una zucca di Halloween. Aggiustò la mira, poi premette il grilletto: si aspettava un “bang”, udì invece un sordo “click”. «Dannazione, ha fatto cilecca, maledetto fucile fascista!» si disperò. Trasse indietro con forza la leva dell’otturatore e cercò di estrarre la cartuccia inesplosa ma vi riuscì quando ormai la limousine di Kennedy era fuori tiro. Quella cartuccia fasulla gli aveva fatto mancare l’occasione che avrebbe riscattato la sua vita. Guardò sconsolato nell’oculare, finché un’altra immagine non gli ridiede speranza: la Lincoln Continental convertibile del vicepresidente Johnson. Quella giornata non sarebbe andata sprecata del tutto. Prese di mira il cranio di Johnson, trattenne il fiato e tirò il grilletto. Bang! ma non accadde nulla. Johnson era ancora lì sotto, sorridente, a salutare la folla. Lo aveva mancato. Riarmò e sparò ancora. Il vicepresidente si chinò dopo essere stato colpito alla base del collo. Oswald ricaricò e sparò per la terza volta. Erano da poco passate le 12,30 del 22 novembre 1963: la testa di Lyndon Baines Johnson era scoppiata come una zucca di Halloween.

Brandelli del suo cervello insanguinavano l’asfalto della Elm Street di Dallas, mentre John Fitzgerald Kennedy, ancora ignaro dell’accaduto, si allontanava incolume sulla limousine presidenziale.

 

*****

 

Quando gli agenti dell’FBI raggiunsero la stanza al sesto piano del Texas School Book Depository Building, rivennero il vecchio Carcano 91/38 e, sul pavimento, tre bossoli e una cartuccia calibro 6,5 ancora intatta.

Le perizie eseguite su quest’ultima dimostrarono che non aveva alcun difetto di fabbricazione.

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