
“Una pallottola senza nome per Kennedy”
di Mario
Farneti
Il sergente Ellis si avvicinò al
corpo inerte del milite della GNR. Guardò il foro sull’elmetto all’altezza della
fronte devastata da un colpo di Garand. «Gli è andata male a questo qui… in
compenso è andata bene a noi! Guarda, Nick.» Afferrò il fucile Carcano 91/38 che
il soldato italiano stringeva ancora tra le mani e lo mostrò al caporale McNally.
«Saremmo stati spacciati, se la cartuccia non avesse fatto cilecca.»
«Da noi in Texas si dice che ogni
pallottola porta scritto un nome. Grazie a Dio, questa non portava nessuno dei
nostri», rispose il caporale.
«Forse è una pallottola senza
nome», replicò Ellis con una smorfia, mentre tirava a sé la leva dell’otturatore
per estrarre la cartuccia. «Bah, robaccia fascista!». La guardò di sbieco e la
scaraventò dentro una scatola di proiettili abbandonata vicino al corpo del
miliziano.
«Accidenti questo non dovevi
farlo, sergente», si rammaricò McNally, «una pallottola senza nome è una rarità,
ci tenevo ad averla. Adesso come la riconosco in mezzo alle altre?»
Ellis sorrise: «Prendi tutta la
scatola, così non ti sbagli. E anche lo sputafuoco. Ci farai una bella figura
con quel ferrovecchio, quando ritornerai a Dallas dopo la guerra.»
Il caporale raccolse la scatola e
la richiuse, poi scosse il capo sorridendo: «DUX, qualcuno ha scritto sul
coperchio il nome del loro capo. Per questo motivo Mussolini ha perso la guerra:
le sue cartucce fanno cilecca!». Afferrò poi il fucile e in quell’istante lo
sguardo cadde sul numero di matricola impresso nel metallo: «C2766: da oggi sarà
il mio portafortuna!».
*****
«C2766», l’uomo lesse
meccanicamente il numero di matricola impresso sul fucile Carcano 91/38 che
stringeva tra le mani; il delirio nel quale era sprofondato poco prima si era
dissolto. Nella mente erano riemerse, repentine e violente, le immagini del suo
passato: le bandiere rosse per le strade di Minsk, le fotografie incorniciate
degli operai meritevoli affisse all’ingresso della fabbrica sovietica nella
quale aveva lavorato; ombre ormai lontane, quanto Dallas da Minsk. Aveva
sperato, a quel tempo, di vedere incorniciata anche la sua di foto, la foto di
Alek, operaio americano rifugiatosi in Russia, futuro Eroe dell’Unione
Sovietica. Alek gli suonava bene, era il nomignolo che si era dato in fabbrica,
migliore del suo: un nome doppio, di un uomo costretto a vivere una vita
anch’essa doppia, figlio di un’America che cambiava velocemente, le cui
contraddizioni lo avevano costretto a vivere nell’utopia. Ritornato in patria,
aveva tentato di trapiantarvi i principi del marxismo-leninismo, ma era stato
null’altro che un miraggio.
*****
Controllò l’orologio da polso: mancava
poco alle 12,30.
Il Presidente avrebbe dovuto passare di lì già tre quarti d’ora prima. Lo assalì
il dubbio di un cambiamento d’itinerario, forse perché l’FBI sapeva di lui e lo
stava braccando.
No, questo non doveva accadere: sarebbe stata la fine dei suoi sogni
rivoluzionari, di una libertà destinata a nascere sulle canne dei fucili. Che
importava poi se il fucile era soltanto uno, il suo? Un Carcano 91/38 fuso in
Italia nelle acciaierie Terni più di vent’anni prima, in pieno fascismo. Glielo
aveva venduto un trafficante di residuati bellici cui aveva chiesto un’arma di
precisione, ma per 10 dollari non ce n’erano.
Aveva anche provato a reclamare un Mosin-Nagant dell’Armata Rossa, ma la
risposta del venditore era stata perentoria: «Comunisti, fascisti: tutta una
razza!» aveva blaterato sputando per terra, «Prenditi il Carcano e non farti più
rivedere!».
Si era perciò rassegnato a quel cimelio della Seconda guerra mondiale con l’alzo
del mirino fisso a 1000 piedi. Senza
fare obiezioni, aveva depositato la banconota da 10 dollari sopra una scatola di
cartucce calibro 6,5 adatte al fucile, con la parola DUX tracciata a matita sul
coperchio.
«Mettimi anche queste: se no con che accidenti lo carico sto coso?» aveva
protestato.
Il trafficante gli aveva rivolto uno sguardo di sufficienza. «Lasciami altri due
dollari, prendi la scatola di cartucce “fasciste” e togliti dai piedi!»
Aveva pagato e se n’era andato borbottando, tuttavia contento dell’acquisto.
Sapeva come sistemare quell’arma che, dopotutto, era robusta, semplice e ben
fatta. A casa conservava un vecchio cannocchiale civile 4x18 di marca
giapponese, niente di speciale, ma lo avrebbe adattato al fucile per migliorarne
la mira.
*****
Un applauso si era intanto sollevato dalla folla e lui si
sporse dalla finestra al sesto piano del
Texas School Book Depository Building guardando in direzione della Main Street:
il corteo presidenziale aveva raggiunto la Dealey Plaza, le prime auto erano già
su Elm Street e stavano sfilando sotto di lui. Doveva soltanto aspettare che la
limousine presidenziale fosse a portata utile.
«Per il comunismo!» mormorò Lee Harvey Oswald mentre metteva il colpo in canna
al Carcano 91/38. La testa di John Fitzgerald Kennedy era nel centro del mirino
telescopico; un colpo ben messo e sarebbe esplosa come una zucca di Halloween.
Aggiustò la mira, poi premette il grilletto: si aspettava un “bang”, udì invece
un sordo “click”. «Dannazione, ha fatto cilecca, maledetto fucile fascista!» si
disperò. Trasse indietro con forza la leva dell’otturatore e cercò di estrarre
la cartuccia inesplosa ma vi riuscì quando ormai la limousine di Kennedy era
fuori tiro. Quella cartuccia fasulla gli aveva fatto mancare l’occasione che
avrebbe riscattato la sua vita. Guardò sconsolato nell’oculare, finché un’altra
immagine non gli ridiede speranza: la Lincoln Continental convertibile del
vicepresidente Johnson. Quella giornata non sarebbe andata sprecata del tutto.
Prese di mira il cranio di Johnson, trattenne il fiato e tirò il grilletto.
Bang! ma non accadde nulla. Johnson era ancora lì sotto, sorridente, a salutare
la folla. Lo aveva mancato. Riarmò e sparò ancora. Il vicepresidente si chinò
dopo essere stato colpito alla base del collo. Oswald ricaricò e sparò per la
terza volta. Erano da poco passate le 12,30 del 22 novembre 1963: la testa di
Lyndon Baines Johnson era scoppiata come una zucca di Halloween.
Brandelli del suo cervello insanguinavano l’asfalto della Elm Street di Dallas,
mentre John Fitzgerald Kennedy, ancora ignaro dell’accaduto, si allontanava
incolume sulla limousine presidenziale.
*****
Quando gli agenti dell’FBI raggiunsero la stanza al sesto piano del Texas School
Book Depository Building, rivennero il vecchio Carcano 91/38 e, sul pavimento,
tre bossoli e una cartuccia calibro 6,5 ancora intatta.
Le perizie eseguite su quest’ultima dimostrarono che non aveva alcun difetto di
fabbricazione.