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OPERAZIONE ARCANGELO

racconto

di Mario Farneti

Partecipare ad una conferenza sull’evoluzionismo, in un pomeriggio assolato di metà luglio, era l’ultima cosa che avrei pensato di fare nella mia vita, ma Maddalena mi piaceva troppo per contraddirla.

Maddalena faceva la giornalista free lance, più per vezzo che per necessità, perché era l'unica rampolla di una ricca famiglia romana appartenente alla cosiddetta nobiltà nera e poteva vivere in maniera agiata con le cospicue rendite di cui disponeva.

Dopo aver affrontato un vero e proprio percorso di guerra tra i cento cantieri che assediavano il Vaticano in preparazione del Giubileo, sedevamo, accaldati, in una piccola sala, stretta come un ditale e priva di aria condizionata ad ascoltare le dissertazioni dei soliti tuttologi: un monaco sospeso a divinis, una scrittrice di romanzi osceni, un antropologo omosessuale e un vecchio astrofisico arteriosclerotico, che presentavano l’ultima “fatica” del figlio di un noto divulgatore televisivo che cercava di calcare le orme del padre, sebbene calzasse scarpe ben più grosse. Rigorose argomentazioni scientifiche venivano inframmezzate da divagazioni buoniste non appena qualcuno del pubblico faceva qualche domanda sgradita e non calata nel sociale. Scimmie, ominidi e tirannosauri, manovrati come pupi, erano lì a dimostrarci che Dio, dotato di infinito senso dello humour, aveva pensato bene di divertirsi un po’ creando dei simpatici scimmiotti prima ancora dell’uomo. Alla fine non comprendevo più se la scimmia fosse un prototipo sperimentale di uomo neanche tanto ben riuscito, al punto che Dio sentì il bisogno di modificarlo, come si fa con le automobili, cui si aggiunge lo spoiler, il servosterzo e l’ABS, o se invece fosse l’uomo una scimmia riuscita male, magari a causa di un’improvvisa svista di Dio. Di quest'ultima eventualità ebbi quasi la certezza quando il figlio di cotanto padre si incartò, raggelando la platea, su una dissertazione storico - antropologica affermando che la nostra civiltà, oltre ad essere tributaria dei Romani per l'alfabeto, lo era anche per i numeri: i famosi numeri romani, che usiamo ancora oggi per far di conto.

A quel punto mi volsi verso Maddalena con l'aria di dire: questo è troppo, mi sono proprio rotto…!

Lei annuì: "Aspettami fuori, voglio trattenermi ancora una decina di minuti…"

Mi alzai incespicando sullo zaino di un ragazzotto dalle ascelle olezzanti di cipolla che, per tutto il tempo, mi aveva ammorbato coi suoi effluvi.

Appena uscito dal palazzo, fui accolto da una folata di Scirocco mozzafiato, che mi causò una lieve vertigine. Allentai la cravatta e mi sfilai la giacca con un gesto ampio, facendo volar via il cellulare, che, rispettando la legge di Murphy, si sfilò dalla tasca interna, e, a mezz'aria, cominciò a trillare. Con un'acrobazia afferrai l'apparecchio, prima che cadesse in terra, come gli altri due prima di lui.

"Diego bello…!"

Riconobbi subito l’interlocutore dall'inconfondibile voce nasale. Era padre Vinicio, un vecchio e scaltro domenicano che risiedeva in un convento al confine tra Lazio e Umbria.

" E' un po' che ti cerco… ho una cosa per te."

"Ah bene! Di che si tratta?"

La prese alla larga: "Lo sapevi che stiamo ristrutturando il convento…?"

"No, non lo sapevo."

"Abbiamo trovato degli oggetti interessanti… Vieni prima che puoi, se no chiamo Meloni."

Meloni, quel bastardo, sempre tra i piedi a portarmi via i migliori affari. Da quando era andato in pensione, dopo quarant'anni in banca, si era messo a fare l'antiquario, grazie ai soldi della liquidazione.

"No, non chiami Meloni, vengo io… anche adesso."

"Bene, allora ti aspetto stasera, ma non tardare, perché alla sette ceniamo…"

"Salto in macchina, mi infilo sull'autostrada e tra un'oretta sono lì."

"Ciao, ti aspetto."

Mi volsi verso l'ingresso del palazzo per raggiungere Maddalena, ma vidi la ragazza uscire proprio in quel momento.

"Avevi ragione tu, era proprio una gran palla…!"

"Perché, non te lo avevo già detto prima di entrare? Che, sono scemo io? Lo sai come vanno 'ste cose. Non ci andare più! E, per il futuro, non contare più su di me!"

"Ve be'" annuì la ragazza, ravviandosi i capelli rosso fuoco.

"Ma non eri mora l'altra settimana?"

"Eh, allora? Oggi sono rossa. Va di moda…"

"Rossa malpelo, schizza veleno!" 

"Allora sta' attento!" rispose con aria di sfida.

Sorrisi e le sfiorai il mento: "Che, ti va di fare una gita?"

"Boh, dove?"

"In un convento, nei paraggi di Roma. Ci sei mai stata in un convento?"

"Certo, da bambina ho studiato dalle Orsoline. Che pensavi?"

"Che eri anarchica."

"Se no, come facevo a diventarci?"

Forse la ragazza aveva ragione.

Il convento era una costruzione medievale di pietra calcarea appena rosata, che si ergeva a mezza costa di un monte dalla cima calva, da cui s’intravedevano le anse del Tevere che segnavano la pianura appena sfumata dall'umidità emanata dal fiume.

Alle falde il borgo medievale di San Cristoforo, un pugno di case di pietra calcarea, che faceva contrasto col verde cupo dei boschi circostanti.

Padre Vinicio ci fece accomodare in una stanzetta vicino al refettorio, con le panche di noce accostate al muro, al centro della quale c’era un tavolo di tek verde pisello, primi anni Sessanta: un pugno nell’occhio, che forse sostituiva qualche fratino sbolognato chissà quando dall’abile monaco.

"Aspettate qui, che vado a prendere la roba." disse con fare misterioso, grattandosi la pelata.

Tornò dopo una decina di minuti, recando con sé uno scatolone ricoperto di polvere da cui emergevano alcuni listelli e lamine di bronzo ossidato.

"Ecco qua, chissà se t’interessano…"

Aprì lo scatolone ed estrasse due vecchi libri con le copertine di pergamena chiazzate d'umidità, quindi una serie di oggetti metallici che sembravano essere le parti di un marchingegno non ben identificabile.

"Ma che roba è?"

"Forse una vecchia lanterna magica, insomma, un proiettore dal quale si potevano vedere delle immagini impresse nei vetrini colorati. Ce ne sono di molto antichi, lo sai?"

"Sì, ma la cosa che vale di più sono i vetrini e qui non ne vedo, e non sono nemmeno sicuro che questa sia proprio una lanterna magica"

"Sarà un cannocchiale," osservò Maddalena.

"Ma che cannocchiale, non ci sono lenti e poi non ci sono neanche canne…"

"Va bene," tagliò corto Padre Vinicio, "t’interessa o no? Guarda che se trovo altra roba non ti chiamo più! Chiamo Meloni."

"Lo prendo, lo prendo, mi dica quanto vuole."

Il faccione rubicondo di padre Vinicio s’illuminò di un sorriso luciferino e, senza proferire parola, alzò il pollice della mano destra.

"Uno… cosa?"

"Eh, va là che hai capito"

"Ma che milione d’Egitto, vuole scherzare? Manco ce l'ho un milione in banca!"

"Ce l'hai, ce l'hai…"

"Ma dove l'ha trovata 'sta robaccia?" replicai, cercando di sminuire la merce.

"La settimana scorsa i muratori stavano rifacendo l'intonaco di una cella al secondo piano, quando hanno scoperto un'intercapedine nel muro e dentro hanno trovato questi oggetti. Adesso bisogna rifare  tutta la parete e spenderemo un milione in più…"

"E glielo devo dare io?!"

"O Meloni…"

"Lasci stare, glielo do io il milione, padre Vinicio," intervenne Maddalena.

"E tu che c'entri…?"

"Compro tutto io.  Perché, non posso?"

"Scusa," m’inalberai, "ma l'affare è mio!"

"Ce l'hai o no il milione," ribatté Maddalena

"Be’, no!"

La ragazza estrasse  dalla borsetta un carnet con la custodia di coccodrillo e, con tratto deciso, compilò un assegno e lo porse al monaco.

"Adesso è tutta roba mia!"

Padre Vinicio sorrise compiaciuto: "Brava e bella ragazza, la tua fidanzata e anche molto determinata. Quando vi sposate? L'avete mai vista la nostra cappella?"

"Sì, l'ho vista, ma lei non è…" Maddalena troncò la frase: "Io non l’ho mai vista."

"Allora vi ci accompagno."

Tornammo a Roma che era quasi mezzanotte. Accompagnai Maddalena in auto fin sotto casa, un bel palazzo in stile eclettico nel quartiere Coppedè.  Al momento di salutarla la ragazza ebbe un moto di disappunto.

"Ma che me ne faccio de 'sta monnezza, tienila tu, magari ci capisci più di me."

Sorrisi sotto i baffi, perché riconobbi il suo solito modo di camuffare un gesto gentile dietro una rudezza ed un distacco, che non rispecchiavano i suoi veri sentimenti.

"D'accordo, prendo in custodia la merce finché non capisco di che cosa si tratti esattamente. Poi deciderai tu il da farsi."

Entrai nella mia abitazione, un villino nella periferia nord di Roma, che era l’una di notte. Con una spinta vigorosa lasciai scorrere lo scatolone sul pavimento, finché non si fermò contro la ciabatta di un cassettone del ‘600, che, all’urto, scricchiolò sinistramente.

Mi liberai dei vestiti e, rimasto in mutande, mi stesi sul divano. Presi in mano il telecomando e accesi distrattamente il televisore.

Non so che manovra avessi fatto, ma mi sintonizzai per caso su una di quelle emittenti specializzate in televendite notturne. Il baffuto banditore decantava con voce roca le qualità di una spazzola a vapore, in grado di sostituire, d’incanto, un battaglione di domestiche. Un attrezzo diabolico con una quantità incredibile di accessori, capaci di trasformarlo da semplice scopa a elettropompa per palloni sonda. Bastava consultare il voluminoso manuale illustrativo e il gioco era fatto!

Già il manuale illustrativo. Fu allora che mi balenò in mente un’idea folle: Vuoi vedere che i due vecchi libri contenuti nello scatolone sono i manuali di istruzione per montare il marchingegno del frate?

Mi tirai su dal divano, precipitandomi verso lo scatolone. Lo aprii in fretta e furia e tirai fuori i due volumi. Fui subito aggredito da una puzza di mucido nauseante. Lì al convento non avevo avuto neanche il tempo di sfogliarli, tanto era stata repentina ed inaspettata l’intrusione di Maddalena. Ma di primo acchito non erano sembrati niente d’eccezionale. Padre Vinicio stesso non li aveva menzionati. Pensai si trattasse delle solite opere d’argomento agiografico o morale ad uso dei novizi, che si trovano a bizzeffe nei monasteri e che non valgono niente.

Sfogliai a caso il più grande dei due e mi accorsi con stupore che si trattava di un manoscritto redatto in un italiano arcaico, forse del ‘500 o giù di lì. Andai a vedere il frontespizio. Era assai malridotto e alcune parti completamente lacerate, ma si leggeva ancora abbastanza bene la data, MDCVII, e il nome dell’autore, un certo padre Longino da Capua, monaco domenicano.

Mi tuffai nella lettura senza più alzare la testa, finché i primi raggi di sole non penetrarono attraverso le tapparelle sconnesse del salotto.

Avevo trascorso una notte insonne, ma ero venuto a conoscenza di una storia incredibile. Padre Longino era stato condannato al rogo per aver inventato una machina in grado di vedere il passato e il futuro. Per questo motivo, denunciato da un confratello, fu accusato di stregoneria dalla Santa Inquisizione e torturato, ma non ritrattò. Fu quindi condannato a morire sul rogo.

Quando presi in mano il secondo libro, le palpebre sembravano ormai di piombo e la scrittura un amalgama incomprensibile di segni poggiati l’uno sull’altro senza alcuna sequenza logica. Capii solo che c’erano una serie di disegni e che quel secondo libro doveva essere davvero il manuale d’istruzioni.

Mi addormentai all’improvviso, con la testa poggiata sul tavolo.

Il cicalino del telefono trillò che era mezzogiorno passato.

"Ciao… dormito bene?"

Era Maddalena.

Dalla bocca impastata si levò un fonema disarticolato.

"Pronto, pronto… ma non è Diego?"

"Siii…" emisi un sibilo che pareva provenisse dall'oltretomba.

"Ma che hai, stai male?"

Tracannai alcune sorsate d'acqua minerale gasatissima che mi andò di traverso, ma alla fine riuscii a schiarirmi la voce.

"Sto bene, sto bene… Ascolta, ho fatto una grossa scoperta. Vieni subito da me."

"Io in casa tua… da sola?! "

"Guarda che non voglio farti vedere le stampe cinesi. Si tratta di una scoperta importante. C'è di mezzo un processo per eresia. Puoi vendere la notizia a qualche giornale e riprenderti il milione."

Maddalena arrivò dopo una mezz'ora portando con sé un vassoio di tramezzini e una bottiglia di "Frascati" ghiacciato.

Rimase rapita dalla storia del frate e s’immerse nella lettura del manuale, come ormai avevamo ribattezzato il libro più piccolo. Notammo che questo era diviso in due parti. La prima illustrava la costruzione della macchina, mentre la seconda parte era scritta in un linguaggio ostico, pieno di metafore e di allusioni per lo più indecifrabili.

"Si tratta di alchimia," affermò sicura la ragazza. "Il monaco Longino parla di una misteriosa ampulla e della sostanza in essa contenuta. Questa sostanza deve subire un processo rigenerativo ed essere poi inserita in qualche modo nella macchina."

"Purtroppo non vedo ampolle tra i componenti della macchina."

"Non scoraggiarti, forse la troveremo. Vediamo un po'. C'è una postilla alla fine del manoscritto, all'interno della copertina. Ecco qua, adesso sappiamo dove cercare…"

"E dove?"

"Negli archivi del Sant'Uffizio…"

"Che cosa intendi dire?"

"Longino dà una notizia precisa. La Santa Inquisizione gli sequestrò l'ampolla durante il processo. Con molta probabilità questa giace da qualche parte in Vaticano."

"Sì, vattelapesca dov'è finita dopo quasi quattro secoli."

"Non essere pessimista. Andiamo a cercarla al Sant'Uffizio."

"Sì, e ci fanno entrare così, in quattro e quattr’otto!"

"Lo sai che di recente gli archivi dell'Inquisizione sono stati resi accessibili agli studiosi, quindi…"

"Ma noi non siamo studiosi. Come sanno che io faccio l'antiquario e tu la giornalista anarchica ci cacciano via a pedate!"

"No, se lo chiedo a zio."

"Zio chi?"

"Non ti preoccupare. Dammi un paio di giorni, e ti faccio sapere. Sta' tranquillo, testone, vedrai che ci riesco!"

Sottolineai questa sua affermazione con un "Sarà!" accompagnato da un lungo sospiro.

Trascorsi due giorni d’inferno per capire se c'era una soluzione di riserva, se il marchingegno avesse potuto funzionare senza la fantomatica ampolla. Ogni volta, però,  mi ritrovavo al punto di partenza, senza l’elemento essenziale.

Intanto avevo assemblato le varie parti, ricavando una specie di fanale da carrozza, sorretto da un lungo gambo verticale di legno che terminava in un treppiede di bronzo. Rispetto ad un normale fanale, aveva però non un lato, ma due lati opposti aperti, segno che non doveva emettere luce propria, ma essere attraversato dalla luce come una specie di visore.

A metà circa, il coperchio era diviso in due da una fessura larga un paio di centimetri, collegata all'interno da una guida, sulla quale doveva scorrere uno spesso vetro. Dai disegni si capiva che era quello l'alloggiamento dell'ampolla.

Era già la sera del secondo giorno e non avevo più sentito Maddalena. Avrei voluto avere da lei qualche segnale confortante, ma non avevo il coraggio di chiamarla, certo di ricevere cattive nuove.

All'improvviso il cellulare trillò: è lei!

Naturalmente non ricordavo dove lo avessi riposto. Al quarto trillo infilai la mano tra il cuscino e il bracciolo del divano.

"Eccolo qui il maledetto. Pronto!"

“Ciao.” Era la voce di Maddalena e, dal tono triste, non prometteva niente di buono.

"E' andata male?!"

"Fesso pessimista,” rise divertita, “ce l'hai un vestito scuro?"

"Sì, perché?"

"Domattina alle 9.55, non un minuto di più, davanti all'Archivio del Sant'Uffizio in giacca e cravatta. Alle 10 esatte siamo attesi da un funzionario"

"Ma come cavolo hai fatto?"

Rise ancora di gusto e riattaccò.

Il funzionario era un giovane padre gesuita americano dall’aspetto simpatico e dal fisico aitante, coi capelli rasati a spazzola alla marine.

Non ci rivolse alcuna domanda circa i nostri interessi di tipo archivistico. Sfilò dall’agenda griffata un foglietto rettangolare e gli diede una rapida scorsa.

“Bene, Padre Longino da Capua, vediamo nel mio database.

Ruotò la poltrona girevole verso il potente computer poggiato sul lato destro dell’ampia scrivania ed impostò alcuni dati.

“Sì, eccolo…. anno 1605, collocazione 2034 P/22. Si tratta di materiale non ancora visionato. Non si potrebbe consultare… ma faremo un piccolo strappo alla regola, viste le vostre referenze”

“Grazie per la disponibilità,” rispose Maddalena, con tono falsamente contrito.

Il gesuita replicò accennando un sorriso, come a dire: “E chi potrebbe mai osare opporsi al volere dello Zio?”

Si alzò ed uscì dalla stanza.

“Ma chi è ‘sto zio?”

“Fatti gli affari tuoi!” replicò Maddalena, e stava per colorare la frase con una parolaccia, quando il giovane religioso fece capolino da una porta, invitandoci a seguirlo.

“Venite, si tratta di pochi passi.”

Pochi passi per lui, visto il fisico che aveva. Scalammo almeno tre gradinate da infarto e due scale a chiocciola, quindi prendemmo un paio di ascensori, infine attraversammo un corridoio di cui non si vedeva la fine.

Grazie a Dio, la lunga scarpinata si concluse in un’ampia sala senza finestre, con le pareti ricoperte da un parato avana chiaro e illuminata dalla luce indiretta dei neon posti sul cornicione che correva appena sotto al soffitto. Al centro c’era un grande desk metallico sul quale erano poggiati alcuni blocchi per appunti e delle penne e tutto intorno delle sedie girevoli.

Il gesuita alzò la cornetta di un telefono che si trovava su di un tavolino appena dopo l’ingresso e ripeté all’interlocutore il numero di collocazione fornitogli dal computer.

“Bene, ora vi debbo lasciare,” disse il religioso. “Tra poco giungerà qui un commesso con il materiale di vostro interesse. Potete trattenervi fino alle 14. Buon giorno.”

Non passarono cinque minuti che da una porta scorrevole sul lato opposto della stanza entrò un commesso sulla sessantina, che spingeva un vecchio carrello a due ripiani sopra il quale giacevano due faldoni ponderosi.

Il commesso poggiò i faldoni sul desk e ci indicò due sedie. Accostò poi il carrello ad una parete e si sedette sul lato opposto.

“Ma ‘sto rompiscatole non se ne va?” chiesi sottovoce a Maddalena.

“Si vede che ci deve sorvegliare.”

“E se troviamo l’ampolla?”

“Non ci pensare. Prima trovala, poi si vedrà.”

Aprimmo il primo faldone con la copertina di cartapecora stretta da due lacci di cuoio che facemmo fatica a sciogliere. I fogli di carta erano rimasti stretti l’uno sull’altro per così tanto tempo che si erano appiccicati. Fingemmo di leggerli, mentre il commesso, assunta la posizione della sfinge fissava un punto nel vuoto un metro circa sopra le nostre teste.

“Ma che l’hanno spento?” rise Maddalena.

“Forse sì, così risparmiano energia. Dai muoviti, apri l’altro faldone”

Il secondo faldone era una scatola di abete con il coperchio tenuto chiuso da un gancio fissato ad un anello. Lo sollevai e scorsi un mucchio di fogli di pergamena ben conservati e stilati in una grafia distesa ed elegante. Li presi in mano e li esaminai velocemente. Nulla, non c’era nulla d’interessante per noi.

“Siamo venuti qui per niente…” osservai sconsolato.

“Aspetta,” m'interruppe Maddalena. “Perché usare una scatola per conservare solo dei fogli? Guarda meglio. Ci sarà un doppio fondo.”

“Ma dai, la solita storia del doppio fondo e del passaggio segreto. Adesso troviamo una leva e il doppio fondo si apre, mentre il commesso sparisce in un trabocchetto.”

“E se più semplicemente trovassi il pomello di un cassetto?”

“Che vuoi dire?”

“Dico che se giri la scatola, vedrai che alla base c’è un cassettino con tanto di pomello.”

Maddalena aveva ragione, ancora una volta. Girai la scatola e tirai a me il piccolo pomo di bronzo a forma di pigna. Il cassetto si aprì con un lieve stridore attirando l’attenzione dell’imperturbabile commesso, che aggiustò lo sguardo verso di noi, stavolta in un punto nel vuoto di là delle nostre spalle.

Il cassetto conteneva un plico quadrato tenuto stretto da un nastro rosso ormai sbiadito e chiuso da un paio di sigilli di ceralacca. Al suo interno s’intuiva una forma tondeggiante.

“Bingo!” esclamò Maddalena.

“E adesso che facciamo?”

“Lo portiamo via,” disse la ragazza con naturalezza.

“Così ci arrestano e finiamo i nostri giorni in qualche segreta…”

“Abbi fiducia nella Provvidenza.”

Nel dire questo infilò la mano nella borsetta.

Mentre stavo lì come un fesso, irrigidito da una rabbia impotente mista alla paura che la ragazza potesse ideare qualcosa di letale, trillò il telefono. Sobbalzai, lanciando quasi un urlo, che Maddalena riuscì a bloccare tappandomi la bocca, mentre il commesso, rianimatosi, si avviava verso l’apparecchio al lato dell’entrata, volgendoci le spalle.

“Pronto… pronto!” gridò l’uomo, senza ottenere alcuna risposta all’altro capo.

Maddalena non ebbe esitazioni, afferrò il plico, si spostò alle mie spalle e mi sollevò la giacca, infilandolo tra i pantaloni e il fondoschiena.

“Stringi la cinghia di un altro buco e andiamocene.” ordinò decisa.

Il commesso, intanto, aveva riagganciato e stava ritornando al suo posto, ma Maddalena si rivolse a lui con tono mellifluo: “La ringraziamo, abbiamo finito. Può riporre tutto”

L’uomo ci diede un’occhiata interrogativa, abituato com’era a passare giornate intere a guardia di studiosi e ricercatori pignoli e prolissi.

“Già fatto?”

“Sì, abbiamo trovato quello che cercavamo,” disse Maddalena, sfidando la fortuna che fino a quel momento l’aveva generosamente accompagnata.

L’uomo ripose i faldoni sul carrello, lo riaccostò al muro e ci accompagnò all’uscita. Stavolta il percorso fu incredibilmente breve. Ci trovammo fuori in un paio di minuti. Il commesso ci salutò e scomparve oltre un piccolo uscio lungo l’androne. Nei pressi del portone d’ingresso c’era un agente della Vigilanza.

“Adesso questo ci perquisisce…” sussurrai con un filo di voce.

“Se lo fa, finisce la carriera a mungere le mucche nelle fattorie pontificie”

“Buon giorno,” ammiccò Maddalena.

“Buona giornata a lei,” rispose l'uomo, con un sorriso compiacente.

“Che faccia tosta e che fortunaccia sfacciata!” sbottai non appena fuori del palazzo.

“Faccia tosta sì, fortuna non proprio. Certe volte la fortuna bisogna sollecitarla.”

“Sì, ma quella telefonata al momento giusto…”

Maddalena incominciò a ridere, poi, con l’indice, mi bussò sulla fronte: “Povero piccolo ingenuo, ero io che chiamavo.”

“Eri tu… e come?”

Rise ancora, come se si stesse divertendo un mondo.

“Hai visto quando siamo entrati nella sala di consultazione: il padre gesuita ha telefonato per chiamare il commesso. Bene, io ho letto il numero dell’interno sulla targhetta del telefono, ho anteposto il prefisso del centralino passante ed ho memorizzato il tutto sul mio cellulare, pensando che forse mi poteva tornare utile. Intuito, caro mio, intuito, quello che gli umani di genere maschile non hanno!”

“Ma sei una strega!” esclamai sconcertato ed anche un po’ impaurito.

“Ad essere sinceri, una mia antica antenata ebbe fama di esserlo. Adesso però muoviamoci, andiamo a casa tua ad aprire il plico.”

Il ritorno non fu facile, perché finimmo in un ingorgo colossale e giungemmo nei paraggi di casa mia che erano quasi le tre del pomeriggio.

Maddalena si sedette sulla scrivania del mio studio, prese il plico e, con un tagliacarte metallico, ruppe i sigilli di ceralacca.

“Adesso vediamo com’è andata la caccia grossa… Bene, vedo!” esclamò raggiante, mentre estraeva dall’involucro un’ampolla molto simile ad una lente biconvessa, probabilmente di cristallo di rocca.

“Ecco qua l’elemento che mancava. Hai visto, è stato più facile di quanto tu pensassi.”

“Dà qua, fammi vedere.”

Le strappai di mano l’oggetto e lo misi controluce.

“Guarda, dentro c’è una polvere, anzi dei granuli, come dei piccoli cristalli. Hanno dei riverberi dorati. Chissà a cosa servono?”

“Proviamo a montarla nella lanterna,” propose la ragazza. “Vuoi vedere che funziona?”

Tentammo per tutto il pomeriggio, ma dalla lanterna non usciva niente di particolare, tranne i soliti effetti da caleidoscopio, che qualsiasi lente, colpita della luce, proietta su uno schermo. Niente di più.

Che delusione! Avevamo scomodato il potente, quanto innominabile Zio di Maddalena e rischiato l’arresto per furto, per non ottenere nulla!

E poi, quel padre Longino era stato accusato di stregoneria e condannato al rogo, per un’immagine da caleidoscopio proiettata su di un muro?

No, no, c’era dell’altro, ci doveva essere dell’altro, ed era contenuto di sicuro in quei due libri consunti che accompagnavano la lanterna.

Maddalena esaminò con attenzione il volume più piccolo, quello che conteneva le istruzioni per il montaggio e la lunga dissertazione farcita di termini ermetici per lo più incomprensibili.

Gli ultimi due capitoli erano intitolati rispettivamente “De Naturae Secretis ” e “Via Brevis”

“Lasciamo da parte le lungaggini e imbocchiamo la via breve,” disse con senso pratico Maddalena.

Si trattava di appena dieci righe in latino, all’inizio delle quali il monaco avvertiva il lettore che, sebbene si trattasse di un procedimento molto semplice, era tutt’altro che privo di pericoli per chi lo mettesse in atto. Il procedimento doveva poi essere effettuato alla luce della luna piena, da una donna vergine e non in periodo mestruale.

“Hai qui la persona giusta,” affermò Maddalena sicura di sé.

“Sei certa di quello che dici… di possedere tutti i requisiti?”

Maddalena mi fissò con uno sguardo di fuoco: “Li ho tutti”.

Per sottolineare con maggior vigore quanto già aveva detto, ribadì: “Proprio tutti!”.

“Va bene, va bene, ci credo, ma non ti alterare. Mi riferivo soprattutto alla luna piena e poi mi preoccupavo per la tua incolumità.”

“C’è anche la luna piena. Lo vedi?” disse indicando verso il terrazzo.

“Sì ma qui non si capisce bene cosa devi fare. Le prime righe sono comprensibili, ma il resto…”

“Non lo capisci tu, perché al Liceo prendevi sempre quattro in latino. Io, se permetti, ero la più brava della classe!”

“…dalle Orsoline…”

“Sì proprio dalle Orsoline!”

“E allora che cosa c’è scritto, cara latinista?”

“Posso dirti quello che c’è scritto nell'ultima riga.”

“ E cioè?”

“Che chi abbia correttamente tradotto questo testo, non deve rivelarne il contenuto a nessuno. Contento?”

“Neanche a me? Mai io non sono nessuno.

“Smettila di dire stupidaggini. Lasciami il manoscritto per questa notte. Ci risentiamo domattina."

“Prendilo pure, d’altronde è tuo.”

Visto l’andamento generale della giornata, non potevo avere alcun dubbio sulle innate doti di strega possedute da Maddalena.

La ragazza si presentò incolume e raggiante la mattina dopo, di buon’ora. Recava con sé una sacca sportiva da cui fuoriuscivano dei fogli di cartoncino nero arrotolati.

La poggiò sul tavolo da pranzo e ne estrasse una fiaschetta da grappa tinta di nero e chiusa con della ceralacca.

“Ecco qua. Ora tira giù tutte le serrande. Non deve entrare neanche un raggio di sole. Chiudi le fessure con questo cartone. C’è anche del nastro adesivo dentro la borsa.”

Seguii scrupolosamente le indicazioni della ragazza e rimanemmo al buio.

“E adesso?”

“Adesso accendiamo la candela.”

La stanza fu illuminata dalla luce incerta di una grossa candela mangiafumo di colore fucsia. Fui percorso da un lieve fremito. Quell’atmosfera conferiva a Maddalena uno strano e misterioso alone che ne esaltava i lineamenti da Venere botticelliana.

Rimasi per un attimo rapito dalla sua immagine. Lei se ne avvide e mi scosse.

“Allora, porta qui l’ampolla e mettila dentro quel casepot di vetro.”

La ragazza aprì la fiaschetta nera e versò tutto il contenuto sopra la lente, fino a coprirla.

A prima vista pensai si trattasse solo d’acqua, ma, quando il liquido cominciò a coagularsi e ad emettere vapori, ebbi la certezza che la ragazza avesse colto nel segno.

Non capii mai cosa fosse accaduto la notte precedente, ma non avevo alcun dubbio che Maddalena fosse una creatura speciale, capace di intuire l’arcanum artis e di stabilire con esso imperscrutabili legami.

“Adesso dobbiamo aspettare fino al tramonto.”

“Ma come, sono le sette del mattino.”

“E’ indispensabile per la buona riuscita del processo rigenerativo.”

“Nel frattempo che facciamo?”

“Restiamo chiusi in casa, come se non ci fossimo. Tu non rispondi al telefono né al campanello. D’accordo?”

“D’accordo.”

La giornata trascorse tutt’altro che monotona, perché il composto, versato sopra la lente, assunse progressivamente una gamma incredibile di colorazioni ed emise riverberi e riflessi così vividi da lasciare inebetiti.

Verso il tramonto, i fenomeni cominciarono ad attenuarsi, fino a cessare, dopo la completa scomparsa del sole oltre l’orizzonte.

“Ecco, è il momento di vedere se il processo di rigenerazione è riuscito.” Maddalena rimosse la lente dal casepot e la sollevò davanti agli occhi.

“Penso proprio che ci siamo. Vedi, i granuli di cristallo sono scomparsi, segno che si sono completamente sciolti. Riapri tutte le finestre, che qui si soffoca!”

Sollevai le tapparelle e subito la stanza fu attraversata da una folata di ponentino che rigenerò anche noi.

“Allora, procediamo?” chiesi impaziente.

“Sì, procediamo,” annuì con freddezza Maddalena. “Portiamo la lanterna all’aperto sul terrazzo.”

“A te il privilegio di guardare per primo,” si fece da parte sorridendo. “D’altronde è grazie a te se abbiamo trovato la lanterna.”

Apprezzai molto quel gesto gentile. Piazzai la lanterna al centro del terrazzo e gettai lo sguardo dentro, dapprima con  circospezione, poi con sempre maggior sicurezza.

“Qui non si vede niente!”  

La superficie dell’ampolla appariva lattiginosa e non lasciava trasparire alcuna immagine al di là.

“Guarda meglio,” sollecitò Maddalena.

“Prova tu, qui non si vede un cavolo!”

“Perché osservi dalla parte sbagliata… fesso!”

“E dove dovrei guardare?”

“Alle tue spalle.”

Mi voltai di scatto e rimasi impietrito. La luce della luna, attraversando l’ampolla, aveva materializzato alle nostre spalle un corpo sferico dai contorni instabili, appena luminescente, che si librava nel vuoto a circa mezzo metro da terra. Al di là il paesaggio appariva deformato, come filtrato attraverso una sostanza liquida.

“Ma che diamine è mai ‘sta roba?” chiesi sconcertato.

“Qualcosa di eccezionale di sicuro. Anzi, qualcosa che scotta…”

“Ma no è solo un gioco di luci per incantare i  bambini.”

“Ti sbagli, sono sicura del contrario!” indicò verso le colline.

“Non capisco.”

“Osserva laggiù! ”

A circa cento metri di distanza, un elicottero militare senza contrassegni stava dirigendosi velocissimo verso di noi, rasentando i tetti delle case.

“Diego, abbiamo messo il naso in qualcosa più grosso di noi! Afferra la lanterna e filiamocela!”

Ebbi un attimo d'esitazione perché mi resi conto che se davvero l’elicottero era diretto verso di noi, non avremmo avuto il tempo di scappare.

Un attimo dopo, il velivolo volteggiava minaccioso sopra le nostre teste, rovesciando, per lo spostamento d’aria, ogni cosa intorno a noi.

“Qui si mette male!” esclamai, quando vidi un uomo in tenuta da combattimento calarsi lungo un cavo lanciato fuori della cabina dall’elicottero.

“Per di qua, è l’unica via d’uscita!” gridò Maddalena indicando il corpo liquido materializzato dalla lampada.

“No, non c’è via d’uscita, Maddalena, affrontiamoli!”

La ragazza non mi ascoltò, con un balzo si lanciò dentro il globo e scomparve senza lasciar traccia.

Restai allibito in mezzo al terrazzo ad osservare l’uomo scendere lungo il cavo ad una velocità strabiliante. Si fermò davanti a me e, senza pronunciare parola, mi puntò contro la mitraglietta che impugnava  con entrambe le mani.

Non so dire esattamente che cosa accadde. L’ultimo ricordo fu un colpo sordo il mio corpo che volava in direzione del globo.

Mi svegliai, in stato confusionale. La voce di Maddalena si riverberava in mille echi intorno a me. Provai a rispondere, ma la mia voce si strozzò in gola. Poi cominciai a intravedere la sua immagine.

“Forza Diego. Ho avuto anch’io gli stessi sintomi, ma è questione di attimi. Coraggio, il pericolo è passato. Adesso siamo al sicuro.”

Maddalena aveva ragione, in un paio di minuti ripresi i sensi e lo stato di spossatezza mi abbandonò. Eravamo in mezzo alla campagna, sotto un leccio, nei pressi di un campo di grano.

“Dove siamo? Chi ci ha portato qui? Devono averci drogati.”

“Che ne so,” rispose Maddalena. “L’importante, per il momento, è che siamo sfuggiti a quel tizio armato. Poi si vedrà.”

Estrasse di tasca il cellulare e osservò il display.

“Porca miseria, non c’è segnale. Dobbiamo muoverci. Dobbiamo trovare una strada e chiedere un passaggio a qualche automobilista.”

Mi alzai e guardai attorno. Accesi anch’io il cellulare, ma sul display apparve inesorabile il messaggio: assenza di campo. Provai una strana sensazione, come se avessi già visto quel posto, solo che c’era qualche dettaglio che mi sfuggiva. Falsa memoria, pensai, forse provocata dallo shock che avevo subito.

Ci incamminammo lungo una strada sterrata che correva a pochi metri da noi. Vedemmo una donna, con un orcio in testa, venire verso di noi.

“Ecco un segno di civiltà. Chiediamo a lei”

Maddalena allungò il passo verso la figura femminile che però, alla nostra vista, si fermò di colpo.

“Signora, ci scusi! Sì, sì, dico a lei. Permette?”

La donna si guardò attorno frastornata. Poi, come avesse visto il diavolo, lasciò cadere l’orcio e se la dette a gambe per i campi,  facendosi il segno della croce.

“Abbiamo incocciato la scema del villaggio!” commentò contrariata Maddalena.

“In effetti  era un tipo proprio strano. Hai visto com’era conciata. Sembrava uscita da una pagina de I promessi Sposi. Andiamo nella direzione da cui proveniva. Qualcuno in retti sensi troveremo!”

Camminammo per una buona mezz’ora, finché, svoltata una curva, intravedemmo la sagoma di un campanile.

“Ma io quel posto lo conosco: è il campanile del borgo di San Cristoforo, nei pressi del convento di padre Vinicio. Strano, di qui non ci sono mai arrivato. Ogni giorno ne impari una nuova!”

Il paese appariva quasi disabitato, tranne che per alcuni bambini seminudi e sudici che giocavano in mezzo alla strada. C’erano un paio di carretti poggiati contro un muro, ma di automobili neanche l’ombra.

“Nomadi pure qui,” sottolineai. “Sono proprio dappertutto!

“Però il posto è bello e tranquillo: dev'esserci l’isola pedonale. In giro non c’è , non dico un’automobile, ma neanche una bicicletta. L’estate prossima potremmo passarci una settimana di ferie. Che cosa ne pensi? Guarda quella gente in costume, lì al centro della piazza. Stanno organizzando una sagra paesana, forse la festa del patrono. Accatastano della legna per il focone. Chissà se lo accendono stasera?”

“Andiamoglielo a chiedere e, con l’occasione, cerchiamo un telefono pubblico e un taxi per tornare a Roma.”

Ci dirigemmo verso il centro della piazza, dove una decina di uomini vestiti con dei camicioni sdruciti e corte brache di tela, scaricavano due carretti colmi di fascine e le ammucchiavano intorno ad un’alta catasta di legna che culminava con un palo cosparso di pece.

Ci  rivolgemmo a quello che, dall’abbigliamento e dall’importanza che si dava, pareva il capo.

“Ci scusi, siamo forestieri: state preparando qualche festa?”

L’uomo mi guardò sprezzante, poi, con strafottenza, rispose: “Sì, la festa. Gliela facciamo domattina, al frate…!”

Gli altri uomini risero beffardamente.

“Ma voi chi siete e da dove venite, forestieri?”

“Be’, noi… noi veniamo da Roma. Io mi chiamo Diego e lei Maddalena.”

“Il mio nome è Biagio e il mio mestiere consiste proprio nel fare la festa…”

Ancora altre risate.

“Ditemi un po’: a Roma si vestono tutti così?”

“Perché, che cosa hanno i nostri vestiti che non va?” replicò seccata la ragazza.

“Sono ridicoli quelli dell’uomo e sconci quelli della donna…” inveì Biagio, indicando la gonna di Maddalena sopra il ginocchio.

L'atmosfera che si era creata mi procurò una strana inquietudine, come se un oscuro pericolo incombesse su di noi. Con un rapido sguardo accennai a Maddalena di lasciar correre la provocazione.

In effetti, c’era qualcosa che non quadrava in tutta la faccenda. Era tutto troppo perfetto per una rievocazione in costume. Che bisogno c’era stato di togliere  tutte  le antenne della televisione dai tetti? Perché ricoprire tutte le strade del paese di terra, tanto da far scomparire l’asfalto? Perché non c’erano fili elettrici o tralicci di nessun genere? E dov’era finito il monumento a Garibaldi al centro della piazza?

Purtroppo la risposta non tardò ad arrivare, appena Maddalena estrasse dalla tasca il telefono cellulare e provò ancora una volta a digitare un numero.

La sua manovra fu subito notata da Biagio che le si avvicinò incuriosito e trasalì non appena vide il display  illuminarsi.

“Che diavoleria è mai questa?” domandò l’uomo.

“Imbecille, è un telefono portatile, non l’hai mai visto? Ma  da dove vieni?” s’inalberò Maddalena.

Biagio afferrò la ragazza  per un braccio e le strappò il cellulare.

“Che cos’è questo? Strega, rispondi!”

La ragazza gridò di dolore.

Non potevo più stare a guardare. Mi avventai sull’uomo e lo colpii al volto. Questi cadde a terra, ma si rialzò subito impugnando un coltellaccio che teneva nascosto sotto la giubba.

“Ma che razza di selvaggi siete?” gridai. Poi, preso dalla disperazione, giocai il tutto per tutto. Estrassi di tasca il mio cellulare, lo accesi e lo puntai verso Biagio, come fosse un’arma. 

“Non avete mai visto un telefono? E’ un apparecchio che serve ad incenerire gli idioti!!”

L’energumeno si ritrasse di scatto, gettò via il coltello e fuggì gridando. Anche la gente intorno a lui scappò a gambe levate, come alla vista del demonio.

“Dio mio ce l’abbiamo fatta!” dissi sollevato a Maddalena, ma fu un sollievo di pochi secondi.

Alle nostre spalle comparve un uomo a cavallo armato di spada, seguito da alcuni armigeri che imbracciavano dei grossi schioppi a pietra focaia.

“Arrendetevi alla forza o faccio aprire il fuoco!” intimò l’uomo a cavallo.

Alzammo le mani sconfortati. Gli armati si avventarono su di noi con schiaffi e pugni, quindi ci legarono le braccia e ci trascinarono nei sotterranei di un palazzaccio fatiscente, dove ci rinchiusero in una cella sudicia.

Maddalena piangeva annichilita, non riuscendo a dare una spiegazione razionale a quanto stava accadendo.

“Abbiamo viaggiato nel tempo,” conclusi io. “Non so quale maledetto evento si sia verificato, ma siamo stati catapultati in un’altra epoca da quel dannato marchingegno. Non c’è altra spiegazione logica.”

“E se così fosse, adesso che cosa ci accadrà?”

“Quello che sta accadendo a quel poveretto per il quale stanno preparando il fuoco. Non l’hai capito? Hanno allestito il rogo per bruciare un eretico!”

“E’ il rogo per fra’ Longino,” m'interruppe Maddalena, colpita da un’illuminazione. “E’ l’unica spiegazione logica. Forse non siamo qui per caso.”

"Sì, per seguire la sua stessa sorte!”

Trascorremmo alcune ore, senza che nessuno dei nostri carcerieri si fosse fatto vivo, finché, a pomeriggio inoltrato, un paio di armigeri  ci vennero a prelevare.

“Siete attesi al convento dall’Abate e dall’Inquisitore.”

Ci spinsero fuori della cella in malo modo e ci caricarono su di un carretto trainato da un somaro che, lentamente, salì lungo la strada che conduceva al convento. Lo stesso di fra’ Vinicio. Ma non era più  la bella strada asfaltata che avevamo percorso comodamente in auto appena un giorno prima, o meglio… circa quattro secoli dopo.  Si trattava invece di un sentiero scosceso, quasi il letto di un torrente, cosparso di ciottoli e buche che facevano sussultare il carretto, che rasentava pericolosamente il burrone.

Giungemmo a destinazione dopo un paio d’ore, con lo stomaco in bocca. Ad attenderci c’erano due padri domenicani scortati da una squadra di armigeri, comandati dallo stesso uomo che ci aveva tratto in arresto.

“Inginocchiatevi davanti all’abate Eriberto e all’Inquisitore,” ordinò costui.

Io, però,  tentai di resistere, finché uno degli armigeri mi aggredì con un pugno. Schivai il colpo e replicai con un calcio facendogli perdere l’equilibrio. Per non cadere, l’uomo si sostenne al lungo schioppo che impugnava con la sinistra e premette inavvertitamente il grilletto. L'arma sparò e il proiettile andò ad imprimersi, con un sibilo, sullo stipite del portale d’ingresso. Gli altri sbirri mi furono subito addosso e m’immobilizzarono all' istante. 

L’Inquisitore si avvicinò a noi, senza proferire parola, poi si ritrasse facendosi il segno della croce.

“Portateli nella sala del Capitolo,” ordinò ai soldati.

Ci trascinarono in un vasto salone occupato su tre lati da quattro ordini di scranni sui quali sedevano un centinaio di monaci. Un esercito, per noi del ventesimo secolo, abituati a conventi falcidiati dalla crisi delle vocazioni.

Ci costrinsero a inginocchiarci a terra al centro della sala, mentre da una porta uscì, in catene, un giovane frate sulla trentina, con il volto tumefatto, ma dallo sguardo intelligente e vivace.

“Siete arrivati…” disse il frate rivolto a noi, "avete raccolto il mio messaggio… dopo quattro secoli!”

A quelle parole l’Inquisitore si sollevò dallo scranno: “Ecco, abbiamo la prova! Sono diavoli evocati da Longino. Non c’è altro da aggiungere. Al rogo, tutti e tre!”

“Al rogo anche i loro strumenti diabolici!” ribadì Eriberto, mentre da un sacchetto estraeva i nostri telefoni cellulari  che lanciò in un braciere acceso. Gli involucri di plastica si contorsero a contatto con la brace, emettendo sibili e scoppiettii, finché non furono avvolti da fiamme multicolori. In pochi attimi, dei due apparecchi non c’era rimasta traccia. Prova più evidente della loro origine diabolica.

Passammo una notte da incubo, incatenati, insieme con Longino, ad una gogna che ci costringeva inginocchiati, mentre alcuni frati intorno a noi recitavano una interminabile e angosciante sequela di litanie.

All’alba, mezzi morti, ci trascinarono ancora una volta sul carretto, dove, ad attenderci, c’era un uomo col capo coperto da un cappuccio di iuta.

“E’ il boia. E' finita!” sussurrò Maddalena con filo di voce, prima di perdere i sensi.

Un armigero la raccolse e la scaraventò sul carretto, mentre il boia afferrò un secchio d’acqua e lo rovesciò sul volto della ragazza che rinvenne tremante.

“Che festa è, se non se la godono i festeggiati?” rise il boia, mentre il carretto, preceduto dagli armigeri e seguito dai frati in processione, scendeva lentamente verso il paese.

Nonostante ciò, fra’ Longino, non sembrava per nulla spaventato. Ci guardò invece con aria rassicurante.

“Non temete,” disse, “la Provvidenza non vi ha mandato qui per caso. Qualcosa accadrà.”

Io scossi il capo incredulo, mentre Maddalena singhiozzava, annichilita dal terrore.

Sul bordo della strada, nei pressi di un breve slargo che si apriva a lato di una curva, una mezza dozzina di monaci, a prima vista dei francescani, con i cappucci calati sul volto, attendevano inginocchiati il passaggio del tetro corteo, del quale noi eravamo i malcapitati protagonisti.

All’improvviso, uno di loro si staccò dal gruppo e, impugnando un piccolo crocifisso, raggiunse il centro della strada, intimando al corteo di fermarsi.

Il cavallo del comandante della guardia s’impennò, mentre gli altri francescani si disponevano velocemente ai due lati del corteo.

Intuendo un’imboscata, il comandante mise mano alla spada, ma stramazzò a terra come colto da paralisi.

Intanto i  francescani s'erano liberati del saio, mostrando le stesse uniformi scure dell’uomo che si era calato dall’elicottero sul terrazzo di casa mia. Impugnavano anche lo stesso tipo di mitraglietta.

Gli armigeri tentarono una reazione, ma, in un batter d’occhio, furono centrati da alcune brevi serie di raffiche e messi fuori combattimento.

Intanto il capo del commando era saltato sul carretto e aveva colpito il boia al volto. Per la gran botta il cappuccio che ne celava  le sembianze volò via: era Biagio.

“Questo per insegnarti ad avere rispetto delle signore! Colonnello Keller, Squadra Speciale di Recupero,” si presentò. “Dobbiamo fare in fretta. L’effetto dei proiettili narcotizzanti non durerà a lungo. Seguiteci!”

Un altro uomo del commando, intanto, era salito sul carretto con delle cesoie e in un attimo aveva liberato noi e Longino dalle catene. Eriberto, l’Inquisitore e i confratelli erano stati messi fuori combattimento dai lampi di un paio di granate accecanti.

Gli uomini della Squadra Speciale ci sollevarono di peso e ci spinsero verso la fitta selva, che si estendeva tra la strada e la cima del monte. Corremmo per un buon quarto d’ora senza fermarci, finché fummo in vista di una radura, dove ad attenderci c’erano altri due uomini del gruppo.

Keller fece un gesto di assenso verso i due, sollevando il dito pollice della mano destra. Questi risposero con lo stesso gesto.

“Il collegamento è pronto. Tra un paio di minuti saremo tutti trasferiti,” disse Keller.

“Trasferiti dove…?” chiesi frastornato.

Keller sorrise senza rispondere. S'avvicinò a quella che sembrava una sofisticatissima radio da campo e impugnò il microfono: “Squadra Speciale pronta per il trasferimento. Inizializzazione terminale su coordinate spazio temporali.  Sessanta secondi da ora.”

Premette un pulsante e il display iniziò il conto alla rovescia. A meno trenta secondi avvertimmo una forte vibrazione. Sopra le nostre teste si era formato un disco luminescente, della stessa consistenza del globo uscito dalla lanterna di Longino. A meno dieci secondi il disco si era trasformato in una semisfera che ci incapsulò al suo interno. Le immagini della selva intorno a noi si fecero sfocate. Poi…più nulla.

Mi risvegliai in un letto d’ospedale. Avevo la schiena a pezzi e non c’era parte del mio corpo che non fosse dolorante.

Una grossa flebo centellinava un liquido incolore che, con esasperante lentezza, si riversava nelle mie vene.

Mi guardai intorno e vidi al mio fianco Maddalena, anche lei con la stessa flebo al braccio. La ragazza dormiva profondamente.

Tentai di sollevarmi, ma  fui colto da un forte capogiro e perdetti i sensi non so per quanto.

Rinvenni che in fondo al letto c’erano un paio di suore infermiere dall’accento slavo che parlottavano tra loro.

Mi rivolsero un sorriso rassicurante e una delle due si avvicinò e mi poggiò la mano sulla spalla.

“Sua Eminenza sarà presto da voi,” disse la suora in tono compiaciuto, mentre volgeva uno sguardo affettuoso verso Maddalena, che stava riaprendo gli occhi proprio in quell’istante.

“Ah, sì bene” dissi io, senza capire a quale Eminenza si riferisse.

“Suo zio è stato molto in ansia in questi giorni,” continuò la religiosa,  mentre carezzava il volto di Maddalena. “E’ un po’ in collera con voi… Noi abbiamo molto pregato per la vostra sorte. Ma tutto è bene quel che finisce bene!”

Non fece in tempo a finire la frase, che la porta della stanza si aprì e comparve il colonnello Keller in uniforme mimetica, senza mostrine e segni di riconoscimento.

“Ben trovati. Vedo che ve la siete cavata bene. Tra un paio di giorni potrete fare ritorno a casa… prego Eminenza”

Si voltò verso la porta e scattò sull’attenti in un impeccabile saluto militare.

“Ma è, è…”

“Lasci stare i nomi,” m'interruppe il porporato. “Sono qui solo in veste di zio di Maddalena. Grazie a Dio e alle nostre preghiere, siete sani e salvi. Naturalmente il nostro colonnello Keller ha tenuto fede alla sua fama di comandante intrepido. Per lui è pronta un’alta onorificenza.”

Il Cardinale s'avvicinò al letto di Maddalena e la baciò con affetto sulla fronte.

“La tua mamma sarà molto contenta di rivederti. Sai, in questi giorni mi ha tempestato di telefonate. Temeva per la tua sorte. Ma io ho fatto il mio dovere di fratello e di uomo di Chiesa.”

“Che, che è successo veramente…?” chiesi disorientato.

Il porporato sorrise e, con fare benevolo, mi poggiò la mano sul capo.

“Lei è Diego, vero? Bene, bene, so che mia nipote tiene molto a lei… Ora riposate, ne avete bisogno. Vi aspetto domani. Siete invitati a pranzo nel mio appartamento.”

Il Cardinale accennò una breve benedizione e si congedò, seguito da Keller.

Dopo un paio di minuti ricomparvero le due suore. Ci porsero un paio di pasticche verdi con un bicchiere d’acqua. Le ingoiammo e in un attimo cademmo in un sonno profondo.

Ci svegliammo l’indomani con una gran fame. Tutti i dolori del giorno precedente erano scomparsi, come per miracolo. Eravamo in gran forma.

Non vedevamo l’ora di andarcene di lì e di dimenticare al più presto quell’incubo. Le suore ci portarono dei vestiti nuovi e ci avvertirono che a mezzogiorno il segretario personale del Cardinale sarebbe venuto a prelevarci. Il giovane monsignore fu puntualissimo. Ci salutò brevemente e ci invitò a seguirlo.

Percorremmo un breve corridoio dalle pareti verde penicillina ed entrammo  in un ascensore che non finiva mai di salire.

“Ma , ma dove stiamo andando… sulla luna!?”

Il religioso, sembrò riflettere un attimo, poi mi rispose sorridendo: “Stiamo salendo all’appartamento di Sua Eminenza, nei pressi di piazza San Pietro.”

“Ma non ci sono grattacieli lì.”

“Tutto è relativo…” commentò il monsignore.

In effetti, l’appartamento del Cardinale era solo al secondo piano di un palazzo anni ’40 poco distante dalla Basilica.

Il porporato ci attendeva sull’altare della cappella privata ed indossava i paramenti della messa. C’era anche Keller con i suoi uomini. Stavolta però in abito scuro e cravatta.

Il rito fu molto breve e, verso la mezza, eravamo già a tavola a consumare un pasto gustoso, servito da un paio di religiose dall’accento francese.

Al termine, il Cardinale si alzò dalla mensa e si rivolse a Keller: “Colonnello è venuto il momento di spiegare alcune cose ai nostri ospiti. Accompagniamoli a vedere la macchina.

Keller ebbe un sussulto, ma non osò contraddirlo.

Ritornammo all’ascensore, che stavolta non finiva mai di scendere.

Giungemmo all’interno di un grande locale, ampio come uno stadio da pallacanestro, con una piattaforma circolare al centro, sovrastata da una serie di proiettori giganteschi. Nell’aria si avvertiva un ronzio sottile, di apparecchiature elettroniche in funzione. Oltre una lunga vetrata una moltitudine di tecnici, per lo più religiosi, era intenta a far funzionare sofisticate apparecchiature.

“Questo è Arcangelo,” disse il Cardinale, “un teletrasportatore spazio temporale. L’unico esistente al mondo.”

“E… e a che cosa serve?” domandai allibito.

“A viaggiare nel tempo, è ovvio,” ribadì imperturbabile il Cardinale.

Chi viaggia nel tempo?”

“Voi ad esempio, siete stati catapultati nell’anno1607, non da Arcangelo, ma dall’ampolla di fra’ Longino! Sembra incredibile, ma già quattrocento anni fa, fra’ Longino da Capua aveva costruito un’apparecchiatura efficiente quanto Arcangelo con mezzi assai più modesti, dimostrando una sapienza più grande della nostra. Purtroppo i suoi contemporanei non lo compresero. D'altronde, come avrebbero potuto? Lei stesso, uomo dell'era tecnologica, fa difficoltà a crederci!"

“Spesso non è lecito precorrere i tempi. Forse non è neanche giusto.”

Era la voce di Longino. Mi voltai di scatto e vidi il frate alle mie spalle. Il Cardinale lo benedisse e l'abbracciò.

“Abbiamo salvato un altro fratello. Anche se tardivamente. la Chiesa rimedia sempre agli errori passati. Fra’ Longino potrà continuare i suoi studi nella nostra epoca, senza più sospetti e accuse ingiuste, protetto dalla Santa Madre Chiesa.”

“Ciò significa che non è la prima volta che teletrasportate qualcuno,” soggiunse Maddalena.

“No, cara nipote, non è la prima volta, ma la gente comune non deve sapere niente del Progetto Arcangelo, perché i tempi non sono maturi.  Si tratta di un progetto ambizioso, seguito alla revisione dei processi per eresia che la Chiesa sta intraprendendo in questi anni. Non solo riabiliteremo gli eretici condannati ingiustamente, ma, grazie a questa macchina cercheremo, per quanto possibile, di salvarli dalla pena capitale, teletrasportandoli nella nostra epoca, un attimo prima dell’esecuzione. Consiste in questo il Progetto Arcangelo. Per fra’ Longino è stato anche più facile, perché le cronache dell’epoca parlavano già della sua scomparsa misteriosa, prima di salire sul rogo. Eravamo quasi certi del successo.”

Poi assunse un'espressione severa e si rivolse a noi due con tono di rimprovero.

“E a voi due serva di lezione: Prima di tutto, imparate a non rubare, soprattutto alla Chiesa! Il commesso lo avete ingannato. ma le nostre telecamere a fibra ottica no… E poi,  e questo lo ribadisco a Maddalena,  quando mandiamo una squadra elitrasportata per togliervi dai guai, riflettete prima di precipitarvi dentro il buco nero. Il colonnello Keller voleva solo impedirvi di usare l’ampolla di Longino, per non mettere in pericolo le vostre vite. Non aveva alcuna intenzione di farvi del male, come non ha fatto del male alla gente di borgo di San Cristoforo nel 1607, salvo qualche lieve postumo da narcosi e banali irritazioni agli occhi. E’ la nostra regola.”

“Quante persone avete salvato finora?” chiese incuriosita Maddalena.

“Molte più di quanto pensiate, ma il cammino è ancora lungo. Serve un maggior numero di uomini ben addestrati e attrezzature sempre più sofisticate e costose, anche se gli studi di padre Longino ci saranno certo di grande aiuto. Piuttosto, padre,” si rivolse al domenicano, “c’è una persona che anela rivederla. E’ un suo confratello di Nola: lo abbiamo tratto in salvo la settimana scorsa. Con lui, però, è stata molto più dura…”

Io e Maddalena ci sposammo un mese dopo, nell’abbazia di Padre Vinicio. Naturalmente fu il Cardinale a benedire le nozze. Il fotografo immortalò il nostro bacio proprio davanti al portone d’ingresso, sul cui stipite era ancora ben visibile l’antico segno di un colpo di fucile.

 

Copyright © 2001 by Mario Farneti - Tutti i diritti riservati

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