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OPERAZIONE ARCANGELO
racconto
di
Mario Farneti
Partecipare
ad una conferenza sull’evoluzionismo, in un pomeriggio assolato di metà
luglio, era l’ultima cosa che avrei pensato di fare nella mia vita, ma
Maddalena mi piaceva troppo per contraddirla.
Maddalena
faceva la giornalista free lance, più
per vezzo che per necessità, perché era l'unica rampolla di una ricca famiglia
romana appartenente alla cosiddetta nobiltà
nera e poteva vivere in maniera agiata con le cospicue rendite di cui
disponeva.
Dopo
aver affrontato un vero e proprio percorso di guerra tra i cento cantieri che
assediavano il Vaticano in preparazione del Giubileo, sedevamo, accaldati, in
una piccola sala, stretta come un ditale e priva di aria condizionata ad
ascoltare le dissertazioni dei soliti tuttologi:
un monaco sospeso a divinis, una
scrittrice di romanzi osceni, un antropologo omosessuale e un vecchio
astrofisico arteriosclerotico, che presentavano l’ultima “fatica” del
figlio di un noto divulgatore televisivo che cercava di calcare le orme del
padre, sebbene calzasse scarpe ben più grosse. Rigorose argomentazioni
scientifiche venivano inframmezzate da divagazioni buoniste
non appena qualcuno del pubblico faceva qualche domanda sgradita e non calata
nel sociale. Scimmie, ominidi e tirannosauri, manovrati come pupi, erano lì
a dimostrarci che Dio, dotato di infinito senso dello humour,
aveva pensato bene di divertirsi un po’ creando dei simpatici scimmiotti prima
ancora dell’uomo. Alla fine non comprendevo più se la scimmia fosse un
prototipo sperimentale di uomo neanche tanto ben riuscito, al punto che Dio sentì
il bisogno di modificarlo, come si fa con le automobili, cui si aggiunge lo
spoiler, il servosterzo e l’ABS, o se invece fosse l’uomo una scimmia
riuscita male, magari a causa di un’improvvisa svista di Dio. Di quest'ultima
eventualità ebbi quasi la certezza quando il figlio di cotanto padre si incartò,
raggelando la platea, su una dissertazione storico - antropologica affermando
che la nostra civiltà, oltre ad essere tributaria dei Romani per l'alfabeto, lo
era anche per i numeri: i famosi numeri
romani, che usiamo ancora oggi per far di conto.
A
quel punto mi volsi verso Maddalena con l'aria di dire: questo è troppo, mi sono proprio rotto…!
Lei
annuì: "Aspettami fuori, voglio trattenermi ancora una decina di
minuti…"
Mi
alzai incespicando sullo zaino di un ragazzotto dalle ascelle olezzanti di
cipolla che, per tutto il tempo, mi aveva ammorbato coi suoi effluvi.
Appena
uscito dal palazzo, fui accolto da una folata di Scirocco mozzafiato, che mi
causò una lieve vertigine. Allentai la cravatta e mi sfilai la giacca con un
gesto ampio, facendo volar via il cellulare, che, rispettando la legge
di Murphy, si sfilò dalla tasca interna, e, a mezz'aria, cominciò a
trillare. Con un'acrobazia afferrai l'apparecchio, prima che cadesse in terra,
come gli altri due prima di lui.
"Diego
bello…!"
Riconobbi
subito l’interlocutore dall'inconfondibile voce nasale. Era padre Vinicio, un
vecchio e scaltro domenicano che risiedeva in un convento al confine tra Lazio e
Umbria.
"
E' un po' che ti cerco… ho una cosa per te."
"Ah
bene! Di che si tratta?"
La
prese alla larga: "Lo sapevi che stiamo ristrutturando il
convento…?"
"No,
non lo sapevo."
"Abbiamo
trovato degli oggetti interessanti… Vieni prima che puoi, se no chiamo
Meloni."
Meloni,
quel bastardo, sempre tra i piedi a portarmi via i migliori affari. Da quando
era andato in pensione, dopo quarant'anni in banca, si era messo a fare
l'antiquario, grazie ai soldi della liquidazione.
"No,
non chiami Meloni, vengo io… anche adesso."
"Bene,
allora ti aspetto stasera, ma non tardare, perché alla sette ceniamo…"
"Salto
in macchina, mi infilo sull'autostrada e tra un'oretta sono lì."
"Ciao,
ti aspetto."
Mi
volsi verso l'ingresso del palazzo per raggiungere Maddalena, ma vidi la ragazza
uscire proprio in quel momento.
"Avevi
ragione tu, era proprio una gran palla…!"
"Perché,
non te lo avevo già detto prima di entrare? Che, sono scemo io? Lo sai come
vanno 'ste cose. Non ci andare più! E, per il futuro, non contare più su di
me!"
"Ve
be'" annuì la ragazza, ravviandosi i capelli rosso fuoco.
"Ma
non eri mora l'altra settimana?"
"Eh,
allora? Oggi sono rossa. Va di moda…"
"Rossa
malpelo, schizza veleno!"
"Allora
sta' attento!" rispose con aria di sfida.
Sorrisi
e le sfiorai il mento: "Che, ti va di fare una gita?"
"Boh,
dove?"
"In
un convento, nei paraggi di Roma. Ci sei mai stata in un convento?"
"Certo,
da bambina ho studiato dalle Orsoline. Che pensavi?"
"Che
eri anarchica."
"Se
no, come facevo a diventarci?"
Forse
la ragazza aveva ragione.
Il
convento era una costruzione medievale di pietra calcarea appena rosata, che si
ergeva a mezza costa di un monte dalla cima calva, da cui s’intravedevano le
anse del Tevere che segnavano la pianura appena sfumata dall'umidità emanata dal fiume.
Alle
falde il borgo medievale di San Cristoforo, un pugno di case di pietra calcarea,
che faceva contrasto col verde cupo dei boschi circostanti.
Padre
Vinicio ci fece accomodare in una stanzetta vicino al refettorio, con le panche
di noce accostate al muro, al centro della quale c’era un tavolo di tek verde
pisello, primi anni Sessanta: un pugno nell’occhio, che forse sostituiva
qualche fratino sbolognato chissà
quando dall’abile monaco.
"Aspettate
qui, che vado a prendere la roba."
disse con fare misterioso, grattandosi la pelata.
Tornò
dopo una decina di minuti, recando con sé uno scatolone ricoperto di polvere da
cui emergevano alcuni listelli e lamine di bronzo ossidato.
"Ecco
qua, chissà se t’interessano…"
Aprì
lo scatolone ed estrasse due vecchi libri con le copertine di pergamena
chiazzate d'umidità, quindi una serie di oggetti metallici che sembravano
essere le parti di un marchingegno non ben identificabile.
"Ma
che roba è?"
"Forse
una vecchia lanterna magica, insomma,
un proiettore dal quale si potevano vedere delle immagini impresse nei vetrini
colorati. Ce ne sono di molto antichi, lo sai?"
"Sì,
ma la cosa che vale di più sono i vetrini e qui non ne vedo, e non sono nemmeno
sicuro che questa sia proprio una lanterna magica"
"Sarà
un cannocchiale," osservò Maddalena.
"Ma
che cannocchiale, non ci sono lenti e poi non ci sono neanche canne…"
"Va
bene," tagliò corto Padre Vinicio, "t’interessa o no? Guarda che se
trovo altra roba non ti chiamo più! Chiamo Meloni."
"Lo
prendo, lo prendo, mi dica quanto vuole."
Il
faccione rubicondo di padre Vinicio s’illuminò di un sorriso luciferino e,
senza proferire parola, alzò il pollice della mano destra.
"Uno…
cosa?"
"Eh,
va là che hai capito"
"Ma
che milione d’Egitto, vuole scherzare? Manco ce l'ho un milione in
banca!"
"Ce l'hai, ce l'hai…"
"Ma
dove l'ha trovata 'sta robaccia?" replicai, cercando di sminuire la merce.
"La
settimana scorsa i muratori stavano rifacendo l'intonaco di una cella al secondo
piano, quando hanno scoperto un'intercapedine nel muro e dentro hanno trovato
questi oggetti. Adesso bisogna rifare tutta
la parete e spenderemo un milione in più…"
"E
glielo devo dare io?!"
"O
Meloni…"
"Lasci
stare, glielo do io il milione, padre Vinicio," intervenne Maddalena.
"E
tu che c'entri…?"
"Compro
tutto io. Perché, non posso?"
"Scusa,"
m’inalberai, "ma l'affare è mio!"
"Ce
l'hai o no il milione," ribatté Maddalena
"Be’,
no!"
La
ragazza estrasse dalla borsetta un
carnet con la custodia di coccodrillo e, con tratto deciso, compilò un assegno
e lo porse al monaco.
"Adesso
è tutta roba mia!"
Padre
Vinicio sorrise compiaciuto: "Brava e bella ragazza, la tua fidanzata e
anche molto determinata. Quando vi sposate? L'avete mai vista la nostra
cappella?"
"Sì,
l'ho vista, ma lei non è…" Maddalena troncò la frase: "Io non
l’ho mai vista."
"Allora
vi ci accompagno."
Tornammo
a Roma che era quasi mezzanotte. Accompagnai Maddalena in auto fin sotto casa,
un bel palazzo in stile eclettico nel quartiere Coppedè.
Al momento di salutarla la ragazza ebbe un moto di disappunto.
"Ma
che me ne faccio de 'sta monnezza,
tienila tu, magari ci capisci più di me."
Sorrisi
sotto i baffi, perché riconobbi il suo solito modo di camuffare un gesto gentile
dietro una rudezza ed un distacco, che non rispecchiavano i suoi veri
sentimenti.
"D'accordo,
prendo in custodia la merce finché non capisco di che cosa si tratti esattamente.
Poi deciderai tu il da farsi."
Entrai
nella mia abitazione, un villino nella periferia nord di Roma, che era l’una
di notte. Con una spinta vigorosa lasciai scorrere lo scatolone sul pavimento,
finché non si fermò contro la ciabatta di un cassettone del ‘600, che,
all’urto, scricchiolò sinistramente.
Mi
liberai dei vestiti e, rimasto in mutande, mi stesi sul divano. Presi in mano il
telecomando e accesi distrattamente il televisore.
Non
so che manovra avessi fatto, ma mi sintonizzai per caso su una di quelle
emittenti specializzate in televendite notturne. Il baffuto banditore decantava
con voce roca le qualità di una spazzola a vapore, in grado di sostituire,
d’incanto, un battaglione di domestiche. Un attrezzo diabolico con una quantità
incredibile di accessori, capaci di trasformarlo da semplice scopa a
elettropompa per palloni sonda. Bastava consultare il voluminoso manuale
illustrativo e il gioco era fatto!
Già
il manuale illustrativo. Fu allora che mi balenò in mente un’idea folle: Vuoi
vedere che i due vecchi libri contenuti nello scatolone sono i manuali di
istruzione
per montare il marchingegno del frate?
Mi
tirai su dal divano, precipitandomi verso lo scatolone. Lo aprii in fretta e
furia e tirai fuori i due volumi. Fui subito aggredito da una puzza di mucido
nauseante. Lì al convento non avevo avuto neanche il tempo di sfogliarli, tanto
era stata repentina ed inaspettata l’intrusione di Maddalena. Ma di primo
acchito non erano sembrati niente d’eccezionale. Padre Vinicio stesso non li
aveva menzionati. Pensai si trattasse delle solite opere d’argomento
agiografico o morale ad uso dei novizi, che si trovano a bizzeffe nei monasteri
e che non valgono niente.
Sfogliai
a caso il più grande dei due e mi accorsi con stupore che si trattava di un
manoscritto redatto in un italiano arcaico, forse del ‘500 o giù di lì.
Andai a vedere il frontespizio. Era assai malridotto e alcune parti
completamente lacerate, ma si leggeva ancora abbastanza bene la data, MDCVII, e
il nome dell’autore, un certo padre Longino da Capua, monaco domenicano.
Mi
tuffai nella lettura senza più alzare la testa, finché i primi raggi di sole
non penetrarono attraverso le tapparelle sconnesse del salotto.
Avevo
trascorso una notte insonne, ma ero venuto a conoscenza di una storia incredibile. Padre Longino era
stato condannato al rogo per aver inventato una machina in grado di vedere il passato e il futuro. Per questo
motivo, denunciato da un confratello, fu accusato di stregoneria dalla Santa
Inquisizione e torturato, ma non ritrattò. Fu quindi condannato a morire sul
rogo.
Quando
presi in mano il secondo libro, le palpebre sembravano ormai di piombo e la
scrittura un amalgama incomprensibile di segni poggiati l’uno sull’altro
senza alcuna sequenza logica. Capii solo che c’erano una serie di disegni e
che quel secondo libro doveva essere davvero il manuale
d’istruzioni.
Mi
addormentai all’improvviso, con la testa poggiata sul tavolo.
Il
cicalino del telefono trillò che era mezzogiorno passato.
"Ciao…
dormito bene?"
Era
Maddalena.
Dalla
bocca impastata si levò un fonema disarticolato.
"Pronto,
pronto… ma non è Diego?"
"Siii…"
emisi un sibilo che pareva provenisse dall'oltretomba.
"Ma
che hai, stai male?"
Tracannai
alcune sorsate d'acqua minerale gasatissima che mi andò di traverso, ma alla
fine riuscii a schiarirmi la voce.
"Sto
bene, sto bene… Ascolta, ho fatto una grossa scoperta. Vieni subito da
me."
"Io
in casa tua… da sola?! "
"Guarda
che non voglio farti vedere le stampe cinesi. Si tratta di una scoperta
importante. C'è di mezzo un processo per eresia. Puoi vendere la notizia a
qualche giornale e riprenderti il milione."
Maddalena
arrivò dopo una mezz'ora portando con sé un vassoio di tramezzini e una
bottiglia di "Frascati" ghiacciato.
Rimase
rapita dalla storia del frate e s’immerse nella lettura del manuale,
come ormai avevamo ribattezzato il libro più piccolo. Notammo che questo
era diviso in due parti. La prima illustrava la costruzione della
macchina, mentre la seconda parte era scritta in un linguaggio ostico, pieno di
metafore e di allusioni per lo più indecifrabili.
"Si
tratta di alchimia," affermò sicura la ragazza. "Il monaco Longino
parla di una misteriosa ampulla e
della sostanza in essa contenuta. Questa sostanza deve subire un processo
rigenerativo ed essere poi inserita in qualche modo nella macchina."
"Purtroppo
non vedo ampolle tra i componenti della macchina."
"Non
scoraggiarti, forse la troveremo. Vediamo un po'. C'è una postilla alla fine
del manoscritto, all'interno della copertina. Ecco qua, adesso sappiamo
dove cercare…"
"E
dove?"
"Negli
archivi del Sant'Uffizio…"
"Che
cosa intendi dire?"
"Longino
dà una notizia precisa. La Santa Inquisizione gli sequestrò l'ampolla durante
il processo. Con molta probabilità questa giace da qualche parte in
Vaticano."
"Sì,
vattelapesca dov'è finita dopo quasi quattro secoli."
"Non
essere pessimista. Andiamo a cercarla al Sant'Uffizio."
"Sì,
e ci fanno entrare così, in quattro e quattr’otto!"
"Lo
sai che di recente gli archivi dell'Inquisizione sono stati resi accessibili
agli studiosi, quindi…"
"Ma
noi non siamo studiosi. Come sanno che io faccio l'antiquario e tu la
giornalista anarchica ci cacciano via a pedate!"
"No,
se lo chiedo a zio."
"Zio
chi?"
"Non
ti preoccupare. Dammi un paio di giorni, e ti faccio sapere. Sta' tranquillo,
testone, vedrai che ci riesco!"
Sottolineai
questa sua affermazione con un "Sarà!" accompagnato da un lungo
sospiro.
Trascorsi
due giorni d’inferno per capire se c'era una soluzione di riserva, se il
marchingegno avesse potuto funzionare senza la fantomatica ampolla. Ogni
volta, però, mi ritrovavo al punto di partenza, senza l’elemento essenziale.
Intanto
avevo assemblato le varie parti, ricavando una specie di fanale da carrozza,
sorretto da un lungo gambo verticale di legno che terminava in un treppiede di
bronzo. Rispetto ad un normale fanale, aveva però non un lato, ma due lati
opposti aperti, segno che non doveva emettere luce propria, ma essere
attraversato dalla luce come una specie di visore.
A
metà circa, il coperchio era diviso in due da una fessura larga un paio di
centimetri, collegata all'interno da una guida, sulla quale doveva scorrere uno
spesso vetro. Dai disegni si capiva che era quello l'alloggiamento dell'ampolla.
Era
già la sera del secondo giorno e non avevo più sentito Maddalena. Avrei voluto
avere da lei qualche segnale confortante, ma non avevo il coraggio di chiamarla,
certo di ricevere cattive nuove.
All'improvviso
il cellulare trillò: è lei!
Naturalmente
non ricordavo dove lo avessi riposto. Al quarto trillo infilai la mano tra il
cuscino e il bracciolo del divano.
"Eccolo
qui il maledetto. Pronto!"
“Ciao.”
Era la voce di Maddalena e, dal tono triste, non prometteva niente di buono.
"E'
andata male?!"
"Fesso
pessimista,” rise divertita, “ce l'hai un vestito scuro?"
"Sì,
perché?"
"Domattina
alle 9.55, non un minuto di più, davanti all'Archivio del Sant'Uffizio in
giacca e cravatta. Alle 10 esatte siamo attesi da un funzionario"
"Ma
come cavolo hai fatto?"
Rise
ancora di gusto e riattaccò.
Il
funzionario era un giovane padre gesuita americano dall’aspetto simpatico e
dal fisico aitante, coi capelli rasati a spazzola alla marine.
Non
ci rivolse alcuna domanda circa i nostri interessi di tipo archivistico. Sfilò
dall’agenda griffata un foglietto rettangolare e gli diede una rapida scorsa.
“Bene,
Padre Longino da Capua, vediamo nel mio database.”
Ruotò
la poltrona girevole verso il potente computer poggiato sul lato destro
dell’ampia scrivania ed impostò alcuni dati.
“Sì,
eccolo…. anno 1605, collocazione 2034 P/22. Si tratta di materiale non ancora
visionato. Non si potrebbe consultare… ma faremo un piccolo strappo alla
regola, viste le vostre referenze”
“Grazie
per la disponibilità,” rispose Maddalena, con tono falsamente contrito.
Il
gesuita replicò accennando un sorriso, come a dire: “E chi potrebbe
mai osare opporsi al volere dello Zio?”
Si
alzò ed uscì dalla stanza.
“Ma
chi è ‘sto zio?”
“Fatti
gli affari tuoi!” replicò Maddalena, e stava per colorare la frase con una
parolaccia, quando il giovane religioso fece capolino da una porta, invitandoci
a seguirlo.
“Venite,
si tratta di pochi passi.”
Pochi
passi per
lui, visto il fisico che aveva. Scalammo almeno tre gradinate da infarto e due
scale a chiocciola, quindi prendemmo un paio di ascensori, infine attraversammo un
corridoio di cui non si vedeva la fine.
Grazie
a Dio, la lunga scarpinata si concluse in un’ampia sala senza finestre, con le
pareti ricoperte da un parato avana chiaro e illuminata dalla luce indiretta dei
neon posti sul cornicione che correva appena sotto al soffitto. Al centro
c’era un grande desk metallico sul
quale erano poggiati alcuni blocchi per appunti e delle penne e tutto intorno
delle sedie girevoli.
Il
gesuita alzò la cornetta di un telefono che si trovava su di un tavolino appena
dopo l’ingresso e ripeté all’interlocutore il numero di collocazione
fornitogli dal computer.
“Bene,
ora vi debbo lasciare,” disse il religioso. “Tra poco giungerà qui un
commesso con il materiale di vostro interesse. Potete trattenervi fino alle 14.
Buon giorno.”
Non
passarono cinque minuti che da una porta scorrevole sul lato opposto della
stanza entrò un commesso sulla sessantina, che spingeva un vecchio carrello a
due ripiani sopra il quale giacevano due faldoni ponderosi.
Il
commesso poggiò i faldoni sul desk e
ci indicò due sedie. Accostò poi il carrello ad una parete e si sedette sul
lato opposto.
“Ma
‘sto rompiscatole non se ne va?” chiesi sottovoce a Maddalena
“Si
vede che ci deve sorvegliare.”
“E
se troviamo l’ampolla?”
“Non
ci pensare. Prima trovala, poi si vedrà.”
Aprimmo
il primo faldone con la copertina di cartapecora stretta da due lacci di cuoio
che facemmo fatica a sciogliere. I fogli di carta erano rimasti stretti
l’uno sull’altro per così tanto tempo che si erano appiccicati. Fingemmo di
leggerli, mentre il commesso, assunta la posizione
della sfinge fissava un punto nel
vuoto un metro circa sopra le nostre teste.
“Ma
che l’hanno spento?” rise Maddalena.
“Forse
sì, così risparmiano energia. Dai muoviti, apri l’altro faldone”
Il
secondo faldone era una scatola di abete con il coperchio tenuto chiuso da un
gancio fissato ad un anello. Lo sollevai e scorsi un mucchio di fogli di
pergamena ben conservati e stilati in una grafia distesa ed elegante. Li presi
in mano e li esaminai velocemente. Nulla, non c’era nulla d’interessante per
noi.
“Siamo
venuti qui per niente…” osservai sconsolato
“Aspetta,”
m'interruppe Maddalena. “Perché usare una scatola per conservare solo dei
fogli? Guarda meglio. Ci sarà un doppio fondo.”
“Ma
dai, la solita storia del doppio fondo e del passaggio segreto. Adesso troviamo
una leva e il doppio fondo si apre, mentre il commesso sparisce in un
trabocchetto.”
“E
se più semplicemente trovassi il pomello di un cassetto?”
“Che
vuoi dire?”
“Dico
che se giri la scatola, vedrai che alla base c’è un cassettino con tanto di
pomello.”
Maddalena
aveva ragione, ancora una volta. Girai la scatola e tirai a me il piccolo pomo
di bronzo a forma di pigna. Il cassetto si aprì con un lieve stridore attirando
l’attenzione dell’imperturbabile commesso, che aggiustò lo sguardo verso di
noi, stavolta in un punto nel vuoto di là delle nostre spalle.
Il
cassetto conteneva un plico quadrato tenuto stretto da un nastro rosso ormai
sbiadito e chiuso da un paio di sigilli di ceralacca. Al suo interno s’intuiva
una forma tondeggiante.
“Bingo!”
esclamò Maddalena
“E
adesso che facciamo?”
“Lo
portiamo via,” disse la ragazza con naturalezza
“Così
ci arrestano e finiamo i nostri giorni in qualche segreta…”
“Abbi
fiducia nella Provvidenza.”
Nel
dire questo infilò la mano nella borsetta.
Mentre
stavo lì come un fesso, irrigidito da una rabbia impotente mista alla paura che
la ragazza potesse ideare qualcosa di letale, trillò il telefono. Sobbalzai,
lanciando quasi un urlo, che Maddalena riuscì a bloccare tappandomi la bocca,
mentre il commesso, rianimatosi, si avviava verso l’apparecchio al lato dell’entrata, volgendoci le spalle.
“Pronto…
pronto!” gridò l’uomo, senza ottenere alcuna risposta all’altro capo.
Maddalena
non ebbe esitazioni, afferrò il plico, si spostò alle mie spalle e mi
sollevò la giacca, infilandolo tra i pantaloni e il fondoschiena.
“Stringi
la cinghia di un altro buco e andiamocene.” ordinò decisa.
Il
commesso, intanto, aveva riagganciato e stava ritornando al suo posto, ma
Maddalena si rivolse a lui con tono mellifluo: “La ringraziamo, abbiamo finito. Può riporre
tutto”
L’uomo
ci diede un’occhiata interrogativa, abituato com’era a passare giornate
intere a guardia di studiosi e ricercatori pignoli e prolissi.
“Già
fatto?”
“Sì,
abbiamo trovato quello che cercavamo,” disse Maddalena, sfidando la fortuna che
fino a quel momento l’aveva generosamente accompagnata.
L’uomo
ripose i faldoni sul carrello, lo riaccostò al muro e ci accompagnò
all’uscita. Stavolta il percorso fu incredibilmente breve. Ci trovammo fuori
in un paio di minuti. Il commesso ci salutò e scomparve oltre un piccolo uscio
lungo l’androne. Nei pressi del portone d’ingresso c’era un agente della
Vigilanza.
“Adesso
questo ci perquisisce…” sussurrai con un filo di voce.
“Se
lo fa, finisce la carriera a mungere le mucche nelle fattorie pontificie”
“Buon
giorno,” ammiccò Maddalena.
“Buona
giornata a lei,” rispose l'uomo, con un sorriso compiacente.
“Che faccia tosta e che fortunaccia sfacciata!” sbottai non appena fuori del
palazzo.
“Faccia
tosta sì, fortuna non proprio. Certe volte la fortuna bisogna sollecitarla.”
“Sì,
ma quella telefonata al momento giusto…”
Maddalena
incominciò a ridere, poi, con l’indice, mi bussò sulla fronte: “Povero
piccolo ingenuo, ero io che chiamavo.”
“Eri
tu… e come?”
Rise
ancora, come se si stesse divertendo un mondo.
“Hai
visto quando siamo entrati nella sala di consultazione: il padre gesuita ha
telefonato per chiamare il commesso. Bene, io ho letto il numero dell’interno
sulla targhetta del telefono, ho anteposto il prefisso del centralino passante
ed ho memorizzato il tutto sul mio cellulare, pensando che forse mi poteva
tornare utile. Intuito, caro mio, intuito, quello che gli umani di genere
maschile non hanno!”
“Ma
sei una strega!” esclamai sconcertato ed anche un po’ impaurito.
“Ad
essere sinceri, una mia antica antenata ebbe fama di esserlo. Adesso però
muoviamoci, andiamo a casa tua ad aprire il plico.”
Il
ritorno non fu facile, perché finimmo in un ingorgo colossale e giungemmo nei
paraggi di casa mia che erano quasi le tre del pomeriggio.
Maddalena
si sedette sulla scrivania del mio studio, prese il plico e, con un tagliacarte
metallico, ruppe i sigilli di ceralacca.
“Adesso
vediamo com’è andata la caccia grossa… Bene, vedo!” esclamò raggiante,
mentre estraeva dall’involucro un’ampolla molto simile ad una lente
biconvessa, probabilmente di cristallo di rocca.
“Ecco
qua l’elemento che mancava. Hai visto, è stato più facile di quanto tu
pensassi.”
“Dà
qua, fammi vedere.”
Le
strappai di mano l’oggetto e lo misi controluce.
“Guarda,
dentro c’è una polvere, anzi dei granuli, come dei piccoli cristalli. Hanno
dei riverberi dorati. Chissà a cosa servono?”
“Proviamo
a montarla nella lanterna,” propose la ragazza. “Vuoi vedere che funziona?”
Tentammo
per tutto il pomeriggio, ma dalla lanterna non usciva niente di particolare,
tranne i soliti effetti da caleidoscopio, che qualsiasi lente, colpita della
luce, proietta su uno schermo. Niente di più.
Che
delusione! Avevamo scomodato il potente, quanto innominabile Zio di Maddalena e
rischiato l’arresto per furto, per non ottenere nulla!
E poi, quel padre Longino era stato accusato di stregoneria e condannato al rogo, per un’immagine da caleidoscopio proiettata su di un muro?
No,
no, c’era dell’altro, ci doveva essere dell’altro, ed era contenuto di
sicuro in quei due libri consunti che accompagnavano la lanterna.
Maddalena
esaminò con attenzione il volume più piccolo, quello che conteneva le
istruzioni per il montaggio e la lunga dissertazione farcita di termini ermetici
per lo più incomprensibili.
Gli
ultimi due capitoli erano intitolati rispettivamente “De Naturae Secretis ” e
“Via Brevis”
“Lasciamo
da parte le lungaggini e imbocchiamo la via breve,” disse con senso pratico
Maddalena.
Si
trattava di appena dieci righe in latino, all’inizio delle quali il monaco
avvertiva il lettore che, sebbene si trattasse di un procedimento molto
semplice, era tutt’altro che privo di pericoli per chi lo mettesse in atto. Il
procedimento doveva poi essere effettuato alla luce della luna piena, da una
donna vergine e non in periodo mestruale.
“Hai
qui la persona giusta,” affermò Maddalena sicura di sé.
“Sei
certa di quello che dici… di possedere tutti
i requisiti?”
Maddalena
mi fissò con uno sguardo di fuoco: “Li ho tutti”.
Per
sottolineare con maggior vigore quanto già aveva detto, ribadì: “Proprio
tutti!”.
“Va
bene, va bene, ci credo, ma non ti alterare. Mi riferivo soprattutto alla luna
piena e poi mi preoccupavo per la tua incolumità.”
“C’è
anche la luna piena. Lo vedi?” disse indicando verso il terrazzo.
“Sì
ma qui non si capisce bene cosa devi fare. Le prime righe sono comprensibili,
ma il resto…”
“Non
lo capisci tu, perché al Liceo prendevi sempre quattro in latino. Io, se
permetti, ero la più brava della classe!”
“…dalle
Orsoline…”
“Sì
proprio dalle Orsoline!”
“E
allora che cosa c’è scritto, cara latinista?”
“Posso
dirti quello che c’è scritto nell'ultima riga.”
“
E cioè?”
“Che
chi abbia correttamente tradotto questo testo, non deve rivelarne il contenuto a
nessuno. Contento?”
“Neanche
a me? Mai io non sono nessuno.”
“Smettila
di dire stupidaggini. Lasciami il manoscritto per questa notte. Ci risentiamo
domattina."
“Prendilo
pure, d’altronde è tuo.”
Visto
l’andamento generale della giornata, non potevo avere alcun dubbio sulle
innate doti di strega possedute da Maddalena.
La
ragazza si presentò incolume e raggiante la mattina dopo, di buon’ora. Recava
con sé una sacca sportiva da cui fuoriuscivano dei fogli di cartoncino nero
arrotolati.
La
poggiò sul tavolo da pranzo e ne estrasse una fiaschetta da grappa tinta di
nero e chiusa con della ceralacca.
“Ecco
qua. Ora tira giù tutte le serrande. Non deve entrare neanche un raggio di
sole. Chiudi le fessure con questo cartone. C’è anche del nastro adesivo
dentro la borsa.”
Seguii
scrupolosamente le indicazioni della ragazza e rimanemmo al buio.
“E
adesso?”
“Adesso
accendiamo la candela.”
La
stanza fu illuminata dalla luce incerta di una grossa candela mangiafumo di
colore fucsia. Fui percorso da un lieve fremito. Quell’atmosfera conferiva a
Maddalena uno strano e misterioso alone che ne esaltava i lineamenti da Venere
botticelliana.
Rimasi
per un attimo rapito dalla sua immagine. Lei se ne avvide e mi scosse.
“Allora,
porta qui l’ampolla e mettila dentro quel casepot
di vetro.”
La
ragazza aprì la fiaschetta nera e versò tutto il contenuto sopra la lente,
fino a coprirla.
A
prima vista pensai si trattasse solo d’acqua, ma, quando il liquido cominciò
a coagularsi e ad emettere vapori, ebbi la certezza che la ragazza avesse colto
nel segno.
Non
capii mai cosa fosse accaduto la notte precedente, ma non avevo alcun dubbio che
Maddalena fosse una creatura speciale, capace di intuire l’arcanum
artis e di stabilire con esso imperscrutabili legami.
“Adesso
dobbiamo aspettare fino al tramonto.”
“Ma
come, sono le sette del mattino.”
“E’
indispensabile per la buona riuscita del processo rigenerativo.”
“Nel
frattempo che facciamo?”
“Restiamo
chiusi in casa, come se non ci fossimo. Tu non rispondi al telefono né al
campanello. D’accordo?”
“D’accordo.”
La
giornata trascorse tutt’altro che monotona, perché il composto, versato sopra
la lente, assunse progressivamente una gamma incredibile di colorazioni ed emise
riverberi e riflessi così vividi da lasciare inebetiti.
Verso
il tramonto, i fenomeni cominciarono ad attenuarsi, fino a cessare, dopo la
completa scomparsa del sole oltre l’orizzonte.
“Ecco,
è il momento di vedere se il processo di rigenerazione è riuscito.”
Maddalena rimosse la lente dal casepot
e la sollevò davanti agli occhi.
“Penso
proprio che ci siamo. Vedi, i granuli di cristallo sono scomparsi, segno che si
sono completamente sciolti. Riapri tutte le finestre, che qui si soffoca!”
Sollevai
le tapparelle e subito la stanza fu attraversata da una folata di ponentino
che rigenerò anche noi.
“Allora, procediamo?” chiesi impaziente.
“Sì,
procediamo,” annuì con freddezza Maddalena. “Portiamo la lanterna
all’aperto sul terrazzo.”
“A
te il privilegio di guardare per primo,” si fece da parte sorridendo. “D’altronde è
grazie a te se abbiamo trovato la lanterna.”
Apprezzai
molto quel gesto gentile. Piazzai la lanterna al centro del terrazzo e gettai lo
sguardo dentro, dapprima con circospezione,
poi con sempre maggior sicurezza.
“Qui non si vede niente!”
La
superficie dell’ampolla appariva lattiginosa e non lasciava trasparire alcuna
immagine al di là.
“Guarda meglio,” sollecitò Maddalena.
“Prova
tu, qui non si vede un cavolo!”
“Perché osservi dalla parte sbagliata… fesso!”
“E
dove dovrei guardare?”
“Alle
tue spalle.”
Mi
voltai di scatto e rimasi impietrito. La luce della luna, attraversando
l’ampolla, aveva materializzato alle nostre spalle un corpo sferico dai contorni instabili, appena luminescente, che si librava nel vuoto a circa
mezzo metro da terra. Al di là il paesaggio appariva deformato, come filtrato
attraverso una sostanza liquida.
“Ma
che diamine è mai ‘sta roba?” chiesi sconcertato.
“Qualcosa
di eccezionale di sicuro. Anzi, qualcosa che scotta…”
“Ma
no è solo un gioco di luci per incantare i
bambini.”
“Ti
sbagli, sono sicura del contrario!” indicò verso le colline
“Non
capisco.”
“Osserva
laggiù! ”
A
circa cento metri di distanza, un elicottero militare senza contrassegni stava
dirigendosi velocissimo verso di noi, rasentando i tetti delle case.
“Diego,
abbiamo messo il naso in qualcosa più grosso di noi! Afferra la lanterna e
filiamocela!”
Ebbi
un attimo d'esitazione perché mi resi conto che se davvero l’elicottero era
diretto verso di noi, non avremmo avuto il tempo di scappare.
Un
attimo dopo, il velivolo volteggiava minaccioso sopra le nostre teste,
rovesciando, per lo spostamento d’aria, ogni cosa intorno a noi.
“Qui
si mette male!” esclamai, quando vidi un uomo in
tenuta da combattimento calarsi lungo un cavo lanciato fuori della cabina dall’elicottero.
“Per
di qua, è l’unica via d’uscita!” gridò Maddalena indicando il corpo
liquido materializzato dalla lampada.
“No,
non c’è via d’uscita, Maddalena, affrontiamoli!”
La
ragazza non mi ascoltò, con un balzo si lanciò dentro il globo e scomparve
senza lasciar traccia.
Restai
allibito in mezzo al terrazzo ad osservare l’uomo scendere lungo il cavo ad una velocità strabiliante. Si fermò davanti a me e,
senza pronunciare parola, mi puntò contro la mitraglietta che impugnava
con entrambe le mani.
Non
so dire esattamente che cosa accadde. L’ultimo ricordo fu un colpo sordo il mio corpo che volava in direzione del globo.
Mi svegliai, in stato confusionale.
La voce di Maddalena si
riverberava in mille echi intorno a me. Provai a rispondere, ma la mia voce si
strozzò in gola. Poi cominciai a intravedere la sua immagine.
“Forza
Diego. Ho avuto anch’io gli stessi sintomi, ma è questione di attimi.
Coraggio, il pericolo è passato. Adesso siamo al sicuro.”
Maddalena
aveva ragione, in un paio di minuti ripresi i sensi e lo stato di spossatezza mi
abbandonò. Eravamo in mezzo alla campagna, sotto un leccio, nei pressi di un
campo di grano.
“Dove
siamo? Chi ci ha portato qui? Devono averci drogati.”
“Che
ne so,” rispose Maddalena. “L’importante, per il momento, è che siamo
sfuggiti a quel tizio armato. Poi si vedrà.”
Estrasse di tasca il cellulare e osservò il display.
“Porca
miseria, non c’è segnale. Dobbiamo muoverci. Dobbiamo trovare una strada e chiedere un
passaggio a qualche automobilista.”
Mi
alzai e guardai attorno. Accesi anch’io il cellulare, ma sul display
apparve inesorabile il messaggio: assenza
di campo. Provai una strana sensazione, come se avessi già visto quel
posto, solo che c’era qualche dettaglio che mi sfuggiva. Falsa memoria, pensai, forse provocata dallo shock che avevo subito.
Ci
incamminammo lungo una strada sterrata che correva a pochi metri da noi. Vedemmo
una donna, con un orcio in testa, venire verso di noi.
“Ecco
un segno di civiltà. Chiediamo a lei”
Maddalena
allungò il passo verso la figura femminile che però, alla nostra vista, si fermò di colpo.
“Signora,
ci scusi! Sì, sì, dico a lei. Permette?”
La
donna si guardò attorno frastornata. Poi, come avesse visto il diavolo, lasciò
cadere l’orcio e se la dette a gambe per i campi, facendosi il segno della croce.
“Abbiamo
incocciato la scema del villaggio!” commentò contrariata Maddalena.
“In
effetti era un tipo proprio strano.
Hai visto com’era conciata. Sembrava uscita da una pagina de I promessi Sposi. Andiamo nella direzione da cui proveniva. Qualcuno
in retti sensi troveremo!”
Camminammo
per una buona mezz’ora, finché, svoltata una curva, intravedemmo la sagoma di
un campanile.
“Ma
io quel posto lo conosco: è il campanile del borgo di San Cristoforo, nei
pressi del convento di padre Vinicio. Strano, di qui non ci sono mai arrivato.
Ogni giorno ne impari una nuova!”
Il
paese appariva quasi disabitato, tranne che per alcuni bambini seminudi e sudici che
giocavano in mezzo alla strada. C’erano un paio di carretti poggiati contro un
muro, ma di automobili neanche l’ombra.
“Nomadi
pure qui,” sottolineai. “Sono proprio dappertutto!
“Però
il posto è bello e tranquillo: dev'esserci
l’isola pedonale. In giro non c’è , non dico un’automobile, ma neanche una
bicicletta. L’estate prossima potremmo passarci una settimana di ferie. Che
cosa ne pensi? Guarda quella gente in costume, lì al centro della piazza.
Stanno organizzando una
sagra paesana, forse la festa del patrono. Accatastano della legna per
il focone. Chissà se lo
accendono stasera?”
“Andiamoglielo
a chiedere e, con l’occasione, cerchiamo un telefono pubblico e un taxi per
tornare a Roma.”
Ci
dirigemmo verso il centro della piazza, dove una decina di uomini vestiti con dei
camicioni sdruciti e corte brache di tela, scaricavano due carretti colmi di
fascine e le ammucchiavano intorno ad un’alta catasta di legna che culminava
con un palo cosparso di pece.
Ci
rivolgemmo a quello che, dall’abbigliamento e dall’importanza che si
dava, pareva il capo.
“Ci
scusi, siamo forestieri: state preparando qualche festa?”
L’uomo
mi guardò sprezzante, poi, con strafottenza, rispose: “Sì, la festa. Gliela
facciamo domattina, al frate…!”
Gli
altri uomini risero beffardamente.
“Ma
voi chi siete e da dove venite, forestieri?”
“Be’,
noi… noi veniamo da Roma. Io mi chiamo Diego e lei Maddalena.”
“Il
mio nome è Biagio e il mio mestiere consiste proprio nel fare la festa…”
Ancora
altre risate.
“Ditemi
un po’: a Roma si vestono tutti così?”
“Perché, che cosa hanno i nostri vestiti che non va?” replicò seccata la ragazza.
“Sono
ridicoli quelli dell’uomo e sconci quelli della donna…” inveì Biagio,
indicando la gonna di Maddalena sopra il ginocchio.
L'atmosfera
che si era creata mi procurò
una strana inquietudine, come se un oscuro pericolo incombesse su di noi. Con un rapido sguardo accennai a
Maddalena di lasciar correre la provocazione.
In
effetti, c’era qualcosa che non quadrava in tutta la faccenda. Era tutto
troppo perfetto per una rievocazione in costume. Che bisogno c’era stato di
togliere tutte
le antenne della televisione dai tetti? Perché ricoprire tutte le strade
del paese di terra, tanto da far scomparire l’asfalto? Perché non c’erano
fili elettrici o tralicci di nessun genere? E dov’era finito il monumento a
Garibaldi al centro della piazza?
Purtroppo
la risposta non tardò ad arrivare, appena Maddalena estrasse dalla tasca il
telefono cellulare e provò ancora una volta a digitare un numero.
La
sua manovra fu subito notata da
Biagio che le si avvicinò incuriosito e trasalì non appena vide il display
illuminarsi.
“Che diavoleria è mai questa?” domandò l’uomo.
“Imbecille,
è un telefono portatile, non l’hai mai visto? Ma da dove vieni?” s’inalberò Maddalena
Biagio
afferrò la ragazza per un braccio
e le strappò il cellulare.
“Che
cos’è questo? Strega, rispondi!”
La
ragazza gridò di dolore.
Non
potevo più stare a guardare. Mi avventai sull’uomo e lo colpii al volto.
Questi cadde a terra, ma si rialzò subito impugnando un coltellaccio che teneva
nascosto sotto la giubba.
“Ma
che razza di selvaggi siete?” gridai. Poi, preso dalla disperazione, giocai il
tutto per tutto. Estrassi di tasca il mio cellulare, lo accesi e lo puntai verso
Biagio, come fosse un’arma.
“Non
avete mai visto un telefono? E’ un apparecchio che serve ad incenerire gli
idioti!!”
L’energumeno
si ritrasse di scatto, gettò via il coltello e fuggì gridando. Anche la gente
intorno a lui scappò a gambe levate, come alla vista del demonio.
“Dio
mio ce l’abbiamo fatta!” dissi sollevato a Maddalena, ma fu un sollievo di pochi secondi.
Alle
nostre spalle comparve un uomo a cavallo armato di spada, seguito da alcuni
armigeri che imbracciavano dei grossi schioppi a pietra focaia.
“Arrendetevi
alla forza o faccio aprire il fuoco!” intimò l’uomo a cavallo
Alzammo
le mani sconfortati. Gli armati si avventarono su di noi con schiaffi e pugni,
quindi ci legarono le braccia e ci trascinarono nei sotterranei di un
palazzaccio fatiscente, dove ci rinchiusero in una cella sudicia.
Maddalena
piangeva annichilita, non riuscendo a dare una spiegazione razionale a quanto
stava accadendo.
“Abbiamo
viaggiato nel tempo,” conclusi io. “Non so quale maledetto evento si sia
verificato, ma siamo stati catapultati in un’altra epoca da quel dannato
marchingegno. Non c’è altra spiegazione logica.”
“E
se così fosse, adesso che cosa ci accadrà?”
“Quello
che sta accadendo a quel poveretto per il quale stanno preparando il fuoco. Non
l’hai capito? Hanno allestito il rogo per bruciare un eretico!”
“E’
il rogo per fra’ Longino,” m'interruppe Maddalena, colpita da
un’illuminazione. “E’ l’unica spiegazione logica. Forse non siamo qui
per caso.”
"Sì,
per seguire la sua stessa sorte!”
Trascorremmo
alcune ore, senza che nessuno dei nostri carcerieri si fosse fatto vivo, finché, a
pomeriggio inoltrato, un paio di armigeri ci
vennero a prelevare.
“Siete
attesi al convento dall’Abate e dall’Inquisitore.”
Ci
spinsero fuori della cella in malo modo e ci caricarono su di un carretto
trainato da un somaro che, lentamente, salì lungo la strada che conduceva al
convento. Lo stesso di fra’ Vinicio. Ma non era più la bella strada asfaltata che avevamo percorso comodamente in
auto appena un giorno prima, o meglio… circa quattro secoli dopo.
Giungemmo
a destinazione dopo un paio d’ore, con lo stomaco in bocca. Ad attenderci c’erano due padri
domenicani scortati da una squadra di armigeri, comandati dallo stesso uomo che
ci aveva tratto in arresto.
“Inginocchiatevi
davanti all’abate Eriberto e all’Inquisitore,” ordinò costui.
Io,
però, tentai di resistere, finché uno degli armigeri mi aggredì con un pugno. Schivai il
colpo e replicai con un calcio facendogli perdere l’equilibrio. Per non cadere, l’uomo si sostenne al lungo schioppo che impugnava con la
sinistra e premette inavvertitamente il grilletto. L'arma sparò e il proiettile
andò ad
imprimersi, con un sibilo, sullo stipite del portale d’ingresso. Gli altri
sbirri mi furono subito addosso e m’immobilizzarono all' istante.
L’Inquisitore
si avvicinò a noi, senza proferire parola, poi si ritrasse facendosi il segno
della croce.
“Portateli
nella sala del Capitolo,” ordinò ai soldati.
Ci
trascinarono in un vasto salone occupato su tre lati da quattro ordini di
scranni sui quali sedevano un centinaio di monaci. Un esercito, per noi del
ventesimo secolo, abituati a conventi falcidiati dalla crisi delle vocazioni.
Ci
costrinsero a inginocchiarci a terra al centro della sala, mentre da una porta
uscì, in catene, un giovane frate sulla trentina, con il volto tumefatto, ma
dallo sguardo intelligente e vivace.
“Siete
arrivati…” disse il frate rivolto a noi, "avete raccolto il mio messaggio… dopo
quattro secoli!”
A
quelle parole l’Inquisitore si sollevò dallo scranno: “Ecco, abbiamo la
prova! Sono diavoli evocati da Longino. Non c’è altro da aggiungere. Al
rogo, tutti e tre!”
“Al
rogo anche i loro strumenti diabolici!” ribadì Eriberto, mentre da un
sacchetto estraeva i nostri telefoni cellulari
che lanciò in un braciere acceso. Gli involucri di plastica si
contorsero a contatto con la brace, emettendo sibili e scoppiettii, finché non
furono avvolti da fiamme multicolori. In pochi attimi, dei due apparecchi non c’era rimasta traccia.
Passammo
una notte da incubo, incatenati, insieme con Longino, ad una gogna che
ci costringeva inginocchiati, mentre alcuni frati intorno a noi
recitavano una interminabile e angosciante sequela di litanie.
All’alba, mezzi morti, ci trascinarono ancora una volta sul carretto, dove, ad
attenderci, c’era un uomo col capo coperto da un cappuccio di iuta.
“E’
il boia. E' finita!” sussurrò Maddalena con filo di voce, prima di perdere i
sensi.
Un
armigero la raccolse e la scaraventò sul carretto, mentre il boia afferrò un
secchio d’acqua e lo rovesciò sul volto della ragazza che rinvenne tremante.
“Che
festa è, se non se la godono i festeggiati?” rise il boia, mentre il
carretto, preceduto dagli armigeri e seguito dai frati in processione, scendeva
lentamente verso il paese.
Nonostante
ciò, fra’ Longino, non sembrava per nulla spaventato. Ci guardò invece con aria
rassicurante.
“Non
temete,” disse, “la Provvidenza non vi ha mandato qui per caso. Qualcosa
accadrà.”
Io
scossi il capo incredulo, mentre Maddalena singhiozzava, annichilita dal
terrore.
Sul bordo della
strada, nei pressi di un breve slargo che si apriva a lato di una curva, una mezza dozzina
di monaci, a prima vista dei francescani, con i cappucci calati sul
volto, attendevano inginocchiati il passaggio del tetro corteo, del quale
noi eravamo i malcapitati protagonisti.
All’improvviso,
uno di loro si staccò dal gruppo e, impugnando un piccolo crocifisso, raggiunse
il centro della strada, intimando al corteo di fermarsi.
Il
cavallo del comandante della guardia s’impennò, mentre gli altri francescani si disponevano velocemente ai due lati del corteo.
Intuendo
un’imboscata, il comandante mise mano alla spada, ma stramazzò a terra come
colto da paralisi.
Intanto
i francescani s'erano liberati del
saio, mostrando le stesse uniformi scure dell’uomo che si era calato
dall’elicottero sul terrazzo di casa mia.
Gli
armigeri tentarono una reazione, ma, in un batter d’occhio, furono centrati da
alcune brevi serie di raffiche e messi
fuori combattimento.
Intanto
il capo del commando era saltato sul carretto e aveva colpito il boia al volto.
Per la gran botta il cappuccio che ne celava
le sembianze volò via: era Biagio.
“Questo
per insegnarti ad avere rispetto delle signore! Colonnello Keller, Squadra
Speciale di Recupero,” si presentò. “Dobbiamo fare in fretta. L’effetto dei
proiettili narcotizzanti non durerà a lungo. Seguiteci!”
Un
altro uomo del commando, intanto, era salito sul carretto con delle cesoie e in
un attimo aveva liberato noi e Longino dalle catene. Eriberto,
l’Inquisitore e i confratelli erano stati messi fuori combattimento dai lampi
di un paio di granate accecanti.
Gli uomini della Squadra Speciale ci sollevarono di peso e ci spinsero verso la fitta selva, che si estendeva tra la strada e la cima del monte. Corremmo per un buon quarto d’ora senza fermarci, finché fummo in vista di una radura, dove ad attenderci c’erano altri due uomini del gruppo.
Keller
fece un gesto di assenso verso i due, sollevando il dito pollice della mano
destra. Questi risposero con lo stesso gesto.
“Il
collegamento è pronto. Tra un paio di minuti saremo tutti trasferiti,” disse
Keller
“Trasferiti dove…?” chiesi frastornato.
Keller
sorrise senza rispondere. S'avvicinò a quella che sembrava una
sofisticatissima radio da campo e impugnò il microfono: “Squadra Speciale
pronta per il trasferimento. Inizializzazione terminale su coordinate spazio
temporali. Sessanta secondi da
ora.”
Premette
un pulsante e il display iniziò il conto alla rovescia. A meno trenta
secondi avvertimmo una forte vibrazione. Sopra le nostre teste si era formato un
disco luminescente, della stessa consistenza del globo uscito dalla lanterna di
Longino. A meno dieci secondi il disco si era trasformato in una semisfera che
ci incapsulò al suo interno. Le immagini della selva intorno a noi si fecero
sfocate. Poi…più nulla.
Mi risvegliai in un letto d’ospedale. Avevo la schiena a pezzi e non c’era
parte del mio corpo che non fosse dolorante.
Una
grossa flebo centellinava un liquido incolore che, con esasperante lentezza, si
riversava nelle mie vene.
Mi
guardai intorno e vidi al mio fianco Maddalena, anche lei con la stessa flebo al
braccio. La ragazza dormiva profondamente.
Tentai
di sollevarmi, ma fui colto da un
forte capogiro e perdetti i sensi non so per quanto.
Rinvenni
che in fondo al letto c’erano un paio di suore infermiere dall’accento slavo
che parlottavano tra loro.
Mi
rivolsero un sorriso
rassicurante e una delle due si avvicinò e mi poggiò la
mano sulla spalla.
“Sua
Eminenza sarà presto da voi,” disse la suora in tono
compiaciuto, mentre
volgeva uno sguardo affettuoso verso Maddalena, che stava riaprendo gli occhi
proprio in quell’istante.
“Ah,
sì bene” dissi io, senza capire a quale Eminenza si riferisse.
“Suo
zio è stato molto in ansia in
questi giorni,” continuò la religiosa,
mentre carezzava il volto di Maddalena. “E’ un po’ in collera con
voi… Noi abbiamo molto pregato per la vostra sorte. Ma tutto è bene quel che
finisce bene!”
Non
fece in tempo a finire la frase, che la porta della stanza si aprì e comparve il
colonnello Keller in uniforme mimetica, senza mostrine e segni di
riconoscimento.
“Ben
trovati. Vedo che ve la siete cavata bene. Tra un paio di giorni potrete fare
ritorno a casa… prego Eminenza”
Si
voltò verso la porta e scattò sull’attenti in un impeccabile saluto
militare.
“Ma
è, è…”
“Lasci
stare i nomi,” m'interruppe il porporato. “Sono qui solo in veste di zio di
Maddalena. Grazie a Dio e alle nostre preghiere, siete sani e salvi.
Naturalmente il nostro colonnello Keller ha tenuto fede alla sua fama di
comandante intrepido. Per lui è pronta un’alta onorificenza.”
Il
Cardinale s'avvicinò al letto di Maddalena e la baciò con affetto sulla fronte.
“La
tua mamma sarà molto contenta di rivederti. Sai, in questi giorni mi ha
tempestato di telefonate. Temeva per la tua sorte. Ma io ho fatto il mio
dovere di fratello e di uomo di Chiesa.”
“Che,
che è successo veramente…?” chiesi disorientato
Il
porporato sorrise e, con fare benevolo, mi poggiò la mano sul capo.
“Lei
è Diego, vero? Bene, bene, so che mia nipote tiene molto a lei… Ora riposate,
ne avete bisogno. Vi aspetto domani. Siete invitati a pranzo nel mio appartamento.”
Il
Cardinale accennò una breve benedizione e si congedò, seguito da Keller.
Dopo
un paio di minuti ricomparvero le due suore. Ci porsero un paio di pasticche
verdi con un bicchiere d’acqua. Le ingoiammo e in un attimo cademmo in un
sonno profondo.
Ci
svegliammo l’indomani con una gran fame. Tutti i dolori del giorno precedente erano
scomparsi, come per miracolo. Eravamo in gran forma.
Non
vedevamo l’ora di andarcene di lì e di dimenticare al più presto
quell’incubo. Le suore ci portarono dei vestiti nuovi e ci avvertirono che a
mezzogiorno il segretario personale del Cardinale sarebbe venuto a prelevarci.
Il giovane monsignore fu puntualissimo. Ci salutò brevemente e ci invitò a seguirlo.
Percorremmo
un breve corridoio dalle pareti verde penicillina ed entrammo in un
ascensore che non finiva mai di salire.
“Ma
, ma dove stiamo andando… sulla luna!?”
Il
religioso, sembrò riflettere un attimo, poi mi rispose sorridendo: “Stiamo
salendo all’appartamento di Sua Eminenza, nei pressi
di piazza San Pietro.”
“Ma
non ci sono grattacieli lì.”
“Tutto è relativo…” commentò il monsignore.
In
effetti, l’appartamento del Cardinale era solo al secondo piano di un palazzo
anni ’40 poco distante dalla Basilica.
Il
porporato ci attendeva sull’altare della cappella privata ed indossava i
paramenti della messa. C’era anche Keller con i suoi uomini. Stavolta però in
abito scuro e cravatta.
Il
rito fu molto breve e, verso la mezza, eravamo già a tavola a consumare un
pasto gustoso, servito da un paio di religiose dall’accento francese.
Al
termine, il Cardinale si alzò dalla mensa e si rivolse a Keller: “Colonnello
è venuto il momento di spiegare alcune cose ai nostri ospiti. Accompagniamoli a
vedere la macchina.”
Keller
ebbe un sussulto, ma non osò contraddirlo.
Ritornammo
all’ascensore, che stavolta non finiva mai di scendere.
Giungemmo
all’interno di un grande locale, ampio come uno stadio da pallacanestro, con una piattaforma circolare
al centro, sovrastata da una serie di
proiettori giganteschi. Nell’aria si avvertiva un ronzio sottile, di
apparecchiature elettroniche in funzione. Oltre una lunga vetrata una
moltitudine di tecnici, per lo più religiosi, era intenta a far funzionare
sofisticate apparecchiature.
“Questo
è Arcangelo,” disse il Cardinale,
“un teletrasportatore spazio temporale. L’unico esistente al mondo.”
“E…
e a che cosa serve?” domandai allibito
“A
viaggiare nel tempo, è ovvio,” ribadì imperturbabile il Cardinale.
“Chi viaggia nel tempo?”
“Voi ad esempio, siete stati catapultati nell’anno1607, non da Arcangelo, ma dall’ampolla di fra’ Longino! Sembra incredibile, ma già quattrocento anni fa, fra’ Longino da Capua aveva costruito un’apparecchiatura efficiente quanto Arcangelo con mezzi assai più modesti, dimostrando una sapienza più grande della nostra. Purtroppo i suoi contemporanei non lo compresero. D'altronde, come avrebbero potuto? Lei stesso, uomo dell'era tecnologica, fa difficoltà a crederci!"
“Spesso
non è lecito precorrere i tempi. Forse non è neanche giusto.”
Era
la voce di Longino. Mi voltai di scatto e vidi il frate alle mie spalle. Il
Cardinale lo benedisse e l'abbracciò.
“Abbiamo
salvato un altro fratello. Anche se tardivamente. la Chiesa rimedia sempre agli
errori passati. Fra’ Longino potrà continuare i suoi studi nella nostra
epoca, senza più sospetti e accuse ingiuste, protetto dalla Santa Madre
Chiesa.”
“Ciò significa che non è la prima volta che teletrasportate qualcuno,” soggiunse Maddalena.
“No,
cara nipote, non è la prima volta, ma la gente comune non deve sapere niente
del Progetto Arcangelo, perché i
tempi non sono maturi. Si tratta
di un progetto ambizioso, seguito alla revisione dei processi per eresia che
la Chiesa sta intraprendendo in questi anni. Non solo riabiliteremo gli eretici
condannati ingiustamente, ma, grazie a questa macchina cercheremo, per quanto
possibile, di salvarli dalla pena capitale, teletrasportandoli nella nostra
epoca, un attimo prima dell’esecuzione. Consiste in questo il Progetto
Arcangelo. Per fra’ Longino è stato anche più facile, perché le cronache
dell’epoca parlavano già della sua scomparsa misteriosa, prima di salire sul
rogo. Eravamo quasi certi del successo.”
Poi
assunse un'espressione severa e si rivolse a noi due con tono di rimprovero.
“E
a voi due serva di lezione: Prima di tutto, imparate a non rubare, soprattutto
alla Chiesa! Il commesso lo avete ingannato. ma le nostre telecamere a fibra
ottica no… E poi, e questo lo
ribadisco a Maddalena, quando
mandiamo una squadra elitrasportata per togliervi dai guai, riflettete prima di
precipitarvi dentro il buco nero. Il
colonnello Keller voleva solo impedirvi di usare l’ampolla di Longino, per non
mettere in pericolo le vostre vite. Non aveva alcuna intenzione di farvi del
male, come non ha fatto del male alla gente di borgo di San Cristoforo nel 1607,
salvo qualche lieve postumo da narcosi e banali irritazioni agli occhi. E’ la
nostra regola.”
“Quante
persone avete salvato finora?” chiese incuriosita Maddalena.
“Molte
più di quanto pensiate, ma il cammino è ancora lungo. Serve un maggior numero
di uomini ben addestrati e attrezzature sempre più sofisticate e costose, anche
se gli studi di padre Longino ci saranno certo di grande aiuto. Piuttosto,
padre,” si rivolse al domenicano, “c’è una persona che anela rivederla.
E’ un suo confratello di Nola: lo abbiamo tratto in salvo la settimana
scorsa. Con lui, però, è stata molto più dura…”
Io
e Maddalena ci sposammo un mese dopo, nell’abbazia di Padre Vinicio.
Naturalmente fu il Cardinale a benedire le nozze. Il fotografo immortalò il
nostro bacio proprio davanti al portone d’ingresso, sul cui stipite era ancora
ben visibile l’antico segno di un colpo di fucile.
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