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Mario Farneti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"VORAGO"

racconto

Conoscevo Palazzo Valenti dai tempi del vecchio conte Braccio che, senza figli, viveva lì con l'anziana consorte, ultimo discendente di una più che millenaria casata.

Edificato nei pressi del Teatro di Marcello, fino agli anni Sessanta era ancora una bella e solida costruzione, con un ampio portone inquadrato da telamoni e sormontato da una testa di fauno, nella migliore tradizione barocca.

Ma la morte improvvisa della moglie segnò per il conte Braccio e per la sua ricca dimora, l'inizio di un rapido, quanto inarrestabile declino.

Rimasto solo al mondo, il nobiluomo si trovò sempre più in ristrettezze economiche, tanto che, per sopravvivere decentemente, dovette accendere varie ipoteche a favore di alcune società finanziarie che s’impadronirono definitivamente del palazzo, già prima della sua morte.

L’ultima volta che ebbi occasione di incontrare il conte, fui colpito dalla stato di abbandono in cui versava l'intero complesso, composto da più di cento stanze e da un ampio cortile, ridotto ormai a ricettacolo di sporcizia e invaso dalle sterpaglie. Braccio viveva in una piccola stanza al primo piano, una vecchia cucina riservata un tempo alla servitù. Mi aveva venduto gli ultimi mobili che gli erano rimasti, mantenendo, pur nell'indigenza, lo stesso piglio e lo stesso fair play degli anni migliori.

"Mi ritiro in casa di riposo", aveva detto, "e non saprei più che farmene di questa roba. Proponga lei il prezzo."

Accettò la somma offertagli senza pronunciare parola e senza curarsi di controllare la cifra sull'assegno, cui riservò appena uno sguardo di sufficienza.

Per molti anni non sentii più parlare del palazzo e ne avevo quasi rimosso il ricordo dalla mente, fino a quando non capitò nella mia bottega di antiquario il più anziano dei tre fratelli Rincicotti, una famiglia d'imprenditori di recente ricchezza, originari di un paesino del sud delle Marche, che avevano cominciato a far soldi svuotando i pozzi neri nelle borgate e nelle campagne di Roma; poi su su, fino a diventare proprietari di uno dei patrimoni immobiliari più consistenti della Capitale.

"Professore, i miei omaggi."

"Altrettanto a lei, cavalier Agenore", risposi con ostentata cordialità, mentre tra me pensavo: tanto per non smentirsi, questo qui va in giro a cercare i fessi...

Diede un'occhiata distratta ad un paio di "nature morte" esposte in vetrina, quindi si tolse il cappello e si sedette su una vecchia "savonarola", fissandomi per alcuni attimi in silenzio. Era il suo tipico modo di fare, quando qualcosa di grosso bolliva in pentola e non sapeva da dove cominciare.

"Novità?" tentai, per rompere il ghiaccio.

"Si lavora sempre... " sospirò.

"Eh, lei ormai ha fatto i soldi. Potrebbe rimettere i remi in barca e goderseli..."

"Sì, e ai miei fratelli chi ci pensa?"

"Ma quelli lì, messi insieme, fanno più di cent'anni, ormai se la cavano da soli."

"Dice bene, Professore. Lei sì che se la gode, col suo bel negozietto, nessuno viene mai a romperle le scatole. Alla fine della giornata ha fatto il suo bel guadagno... esentasse... ed è pari con tutti! A noi invece ci tocca combattere tutto il giorno con la Tributaria, le commissioni edilizie, il Soprintendente, che non ti fa muovere un sasso..."

Calcò la voce su queste ultime parole e tornò a fissarmi con i suoi occhi tondi e inespressivi da bovino, aspettando la mia reazione.

"Perché, che cosa è successo con il Soprintendente?" domandai con ostentata ingenuità.

"Niente finora, ma potrebbe accadere di tutto... Mannaggia a me che ho voluto comprare quel palazzo!"

"Quale palazzo?" aggiunsi, fingendomi stupito.

"Via, che lo sanno tutti! Palazzo Valenti. Lo stiamo ristrutturando per farne un hotel cinque stelle, in occasione del Giubileo."

"Non ne sapevo niente, anzi credevo che ormai fosse crollato. Da com'era ridotto..."

"Era meglio! Così potevamo fare come ci pareva."

"Ma che problema c'è con Palazzo Valenti?"

"Una brutta grana. Proprio ieri pomeriggio è saltata fuori una cosa giù negli scantinati ... una catacomba..."

"Una catacomba…?"

"Una tomba, una catacomba... che diamine ne so! E' venuto giù un muro di mattoni ed è comparsa una grotta con una costruzione al centro, una specie di tomba sormontata da una cupola. Non ci abbiamo capito niente. Fatto sta che se si accorgono quelli della Soprintendenza ci bloccano i lavori e addio hotel cinque stelle."

"Pensa che io possa esserle utile in qualche modo?" ammiccai.

"Beh, lei dovrebbe dirci di che cosa si tratta. Se l’oggetto ha qualche valore la smontiamo pezzo per pezzo, magari col suo aiuto. Se no, prendo un paio di operai, di quelli fidati, e in dieci minuti trito tutto a colpi di mazza."

"Va bene. Quando si può vedere la cosa?"

"Domattina che è domenica e il cantiere è chiuso. L’aspetto davanti all’ingresso del palazzo, coi miei due fratelli, alle dieci."

Rincicotti si alzò e si congedò alla spicciolata.

"…E mi raccomando, non ne faccia parola con nessuno…"

 

Fui puntuale, nonostante gli ingorghi provocati dagli onnipresenti cantieri del Giubileo.

Il palazzo era completamente ingabbiato dalle impalcature e tappezzato di cartelloni giganteschi sui quali campeggiava la scritta: Tre- Erre Immobiliare.

"Figli di… si sono comprati mezza Roma!" esclamai menando un pugno sul volante.

Non finii la frase che avvistai le figure corpulente dei fratelli Rincicotti, che parlottavano fra loro proprio davanti al portone principale.

"La Banda Bassotti al completo…" ghignai, prima di parcheggiare l’auto di fianco a due bulldozer, dove mi stava indicando Ernesto, il più giovane dei tre.

"Buongiorno Professore", declamarono all’unisono. Poi Agenore ordinò all’altro fratello, Fiorenzo, di aprire il portone.

"Andiamo: meglio non farci vedere insieme. E’ stato proprio Fiorenzo a scoprire la catacomba, con il capomastro, ma quello non parla, che gli dobbiamo trovare il posto in Comune per il figlio..."

Scendemmo un paio di rampe di scale illuminate dalle luci artificiali dell'impianto elettrico del cantiere, fino ad uno scantinato molto freddo.

Una corrente d'aria filtrava da dietro un pannello di compensato fissato a terra da alcuni picchetti che i tre sfilarono rapidamente rimuovendo l’ostacolo.

Fui subito investito da una folata d'aria gelida e un brivido mi attraversò le membra.

"Accendi l'interruttore", ordinò Agenore a uno dei fratelli.

La luce di alcune fotoelettriche si propagò nel locale, ora non più nascosto dalla chiusura fittizia, illuminando una costruzione di pietra candida, quasi fluorescente. Si trattava di un tempietto a pianta ottagonale, forse di onice, al culmine di una gradinata che gli correva attorno. Era sovrastato da una cupola sorretta da altrettante colonne; sotto la cupola si ergeva un manufatto simile ad un altare, sempre di forma ottagonale.

M’avvicinai incuriosito, ricercando tra i miei ricordi ogni possibile analogia con qualcosa di già visto, che mi mettesse in condizione di etichettare quell'originale costruzione.

Non v'era dubbio che si trattasse di un’opera assai antica, di molto anteriore al palazzo. Sulle otto facce dell'altare notai alcuni bassorilievi che mi permisero di determinare l'epoca a prima vista.

"Fine del quinto, inizi del sesto secolo dopo Cristo", sentenziai.

I tre mi guardarono con aria interrogativa, incapaci dì definire qualsiasi cosa con parametri che non fossero quelli del denaro.

"E' un'opera di gran pregio e valore", aggiunsi, intuendo il loro disorientamento.

Agenore sorrise soddisfatto: "Quale valore, più o meno?"

"Sul mercato internazionale cinque o sei miliardi, o forse più. Ma il problema è smontarlo e trasportarlo."

"Per portarlo via non si preoccupi. Per smontarlo, invece, contiamo su di lei."

"Sì, certo. Ma c'è bisogno di gente con la mano leggera, se no rischiamo di sfasciare tutto."

"Ma mi scusi, Professore, che cos'è esattamente?" domandò Ernesto sconcertato.

"Non lo so bene ancora. Devo studiare attentamente i bassorilievi. Forse il tempio di qualche culto misterico... No, direi di no, qui c'è il monogramma di Cristo. Vediamo un po'. Che strano, sembra che qualcuno vi abbia scolpito le immagini di una catastrofe. Guardate qui", li invitai ad osservare uno dei bassorilievi, "le colonne di questa costruzione sono inclinate come se stessero per cadere, e non sembra un'ingenuità espressiva, sta davvero crollando tutto. Forse a causa di un terremoto. Non fossero bastati i barbari! Sì, è proprio così. Ecco, in quest'altro bassorilievo si vedono le vittime del terremoto: cumuli di cadaveri bruciati sopra cataste di legna... E questo personaggio qui davanti che suona il flauto, che cosa c'entra?"

"Professore, tiriamo via il coperchio", propose Agenore, indicando la parte superiore dell'altare.

"Quale coperchio?"

"L’altare è chiuso da un coperchio rotondo, non lo ha visto?"

"Ha ragione, ma è meglio non toccare niente, voglio prima vederci chiaro, devo documentarmi. Mi sembra di intravedere anche un'iscrizione latina."

Passai la mano sulla superficie del coperchio cercando di rimuovere lo spesso strato di polvere che lo ricopriva. Notai subito nella sua parte centrale un altro bassorilievo a forma di serpente con le fauci spalancate, ma privo di denti e di occhi, che incorniciava un'epigrafe.

"Vediamo un po' che cosa c’è scritto: VORAGO URBIS VEXATOR. FILIUM CHAOS NUMERUS CATENAT IN AET."

Notai subito che la frase non quadrava: "vorago" e' sostantivo femminile; allora perché l'estensore del testo aveva usato "vexator" e "filium", ambedue al maschile? E poi cos'era questa voragine tanto temuta da dover essere incatenata in eterno, sempre che sia possibile "incatenare" una voragine?

"Sarà una tomba", tagliò corto Agenore.

"Mi spiace, non ho le idee chiare. Devo fare alcune ricerche. Vediamoci nel pomeriggio."

Agenore accennò di sì col capo, ma non sembrava troppo convinto. Guardò di sottecchi i fratelli con l'aria di zittirli, come per dire: "Lasciamolo andar via, poi ci penseremo noi."

 

La mia sensazione non era sbagliata, perché dopo appena un'ora che ero in casa a consultare volumi di ogni genere, senza peraltro trovare traccia di quello che cercavo, mi giunse una telefonata. Era Agenore, sembrava particolarmente agitato, parlava a scatti e si mangiava le parole.

"Abbiamo bisogno di lei qui subito, Professore: è successo un bel guaio. Sa, Fiorenzo ha aperto il coperchio e..."

"E allora...?"

"L’interno dell’altare era cavo e conteneva una cosa strana... Poi l'ampolla s'è rotta ed è finito tutto in terra..."

"Calma, calma... A quale ampolla si riferisce e che cos'è finito in terra?"

"Ma non la so… Dentro l’altare abbiamo trovato un'ampolla di vetro. Fiorenzo l’ha afferrata, e quando ha fatto il gesto di porgermela, gli è sfuggita di mano ed è finita sul pavimento in mille pezzi."

"Ho capito. L'ampolla conteneva qualcosa?"

"Sì una cosa strana, una gelatina trasparente, che appena ha toccato terra, è filtrata nel sottosuolo attraverso il terreno senza lasciar traccia. Poi c'è stato il terremoto."

"Quando? Io non ho sentito niente."

"Noi invece sì, perché il palazzo si è messo a tremare, sono piovuti calcinacci da tutte le parti, poi abbiamo udito un boato. Forse è il caso che lei venga qui a vedere."

 

"Non mi aspettare per cena!" esclamai, rivolto a mia moglie Marta indaffarata a cambiare il ciripà a Poldino, mentre mi infilavo in fretta a furia l'impermeabile. Sgusciai via senza che replicasse. O meglio, replicò, ma feci in modo di non avere il tempo di udire.

Arrivai al palazzo che litigavano. Fiorenzo era nascosto dietro ad una colonna del cortile per ripararsi dalla sassaiola degli altri due.

"Brutto scemo!" gridava Agenore, "te la sei fatta cadere di mano. Il povero babbo lo diceva sempre che eri un fesso. Me l’ha ripetuto anche prima di morire...! "

"Professore aiuto, li calmi!" gridava Fiorenzo disperato, mentre accorreva verso di me con il viso incorniciato dal sangue che sgorgava copioso da un sopracciglio.

"Basta, non fate i bambini, che non so chi dei tre è il più scemo. Poi, in fondo, che cos’è accaduto mai? E' solo uscito un po' di liquido da un'ampolla. Non facciamo tragedie per una sciocchezza!"

"Le sembrerà una sciocchezza", rispose Agenore con aria sconsolata, "venga un po' a vedere di sotto. Tu Ernesto seguici. Fiorenzo invece rimane nel cortile, che meno lo vedo intorno, meglio è per lui!"

Devo dire che Agenore non sbagliava a preoccuparsi. Nel punto esatto dov’era caduta l'ampolla e la sostanza gelatinosa era filtrata nel terreno, s’era aperta un'enorme voragine. Agenore mi porse una torcia elettrica, ma il lungo fascio di luce s’esaurì nel buio del cunicolo, del quale non si vedeva la fine.

"E' stata quella gelatina a combinare il guaio. Non ho dubbi. E' tutta colpa di mio fratello, anzi è colpa di tutti noi! Lei ce l'aveva detto di aspettare ad aprire il coperchio, ma niente, non abbiamo voluto ascoltarla: pensavamo di trovare un tesoro..."

"Piuttosto! Visto che ormai il guaio è combinato, l’altare conteneva per caso dell’altro?"

"Non so, non abbiamo più avuto il coraggio di guardarci dentro. Controlli un po’ lei."

Salii la gradinata che circondava gli otto lati del tempietto e mi sporsi verso l'interno.

"C'è un altro oggetto. Sembra di legno."

Allungai la mano per afferrare la forma affusolata che emergeva dalla penombra. Era un flauto, ma appena lo sfiorai con la punta delle dita, si dissolse.

"Accidenti, era di legno e non ha retto il contatto con l'aria esterna. Forse è lo stesso flauto del personaggio ritratto nel bassorilievo. Ma che significa tutto questo?"

Agenore ed Ernesto, intanto, erano ammutoliti. I loro volti avevano assunto un colorito cinereo.

"Che si fa adesso?" balbettò Agenore.

"Non la so, aspettiamo. Forse il fenomeno si è esaurito. O forse non è accaduto proprio niente. E' stata solamente una serie di coincidenze, insieme con un po' di suggestione. Lo sappiamo tutti che il sottosuolo di Roma è pieno di gallerie come questa. Fatela colmare con del terriccio e ricostruite la parete crollata. Forse è opportuno dimenticare tutta questa vicenda."

"Dice davvero?"

"Direi proprio di sì, cavaliere."

Mi congedai dai fratelli con un senso di sconcerto e di malessere, poco convinto anch'io delle mie stesse parole.

 

"Ci segnalano che intorno alle 20, nella zona di Piazza Venezia, la terra ha tremato ripetutamente per alcuni minuti. Scene di panico si sono verificate quando dai cornicioni di alcuni palazzi si sono staccati frammenti di calcinaccio. La gente si è riversata in strada, aggravando ancor più la situazione del traffico automobilistico, già fortemente rallentato da un ingorgo che intasava il centro storico dal primo pomeriggio. Appare singolare che il fenomeno sismico non sia stato avvertito nel resto della città..."

Trasalii. Il bicchiere di whisky che tenevo in mano mi sfuggì e cadde in terra. Mi sforzai di credere che non potesse esservi attinenza tra quanto accaduto nel pomeriggio a Palazzo Valenti e la notizia letta dal conduttore di TG Regione. Almeno il buon senso avrebbe voluto così.

Tentai di non cadere preda della suggestione: si trattava soltanto di un'ennesima coincidenza. Premetti convulsamente il telecomando, scorrendo in fretta tutti i canali, come per cacciare dalla mente il tarlo che vi si era insinuato e che mi suggeriva con insistenza di non scartare a priori ogni ipotesi, per pazzesca che fosse.

Il suono freddo e martellante del telefono fermò all’improvviso i miei pensieri, richiamandomi alla realtà.

"Sono Agenore, Professore, la chiamo dal palazzo. Qui continua a tremare tutto e si sente un terribile boato salire dal sottosuolo, come se ci trovassimo sopra la bocca di un vulcano!"

"Avverta i Vigili del Fuoco, cavaliere, io non so che dirle", replicai senza nascondere la mia esasperazione.

"Ma che vigili e vigili, che mi bloccano il cantiere! Lei è un uomo di cultura; forse ha in mente la soluzione. Senta, se lei ferma questa cosa, io e i miei fratelli le facciamo un bel regalo. Sa di quei miniappartamenti all'Olgiata, che abbiamo costruito l'anno scorso? Beh, gliene regaliamo uno!"

Diamine, Agenore Rincicotti e fratelli che regalavano qualcosa! La situazione doveva essere davvero tragica! D'altronde su quell'immobile dovevano aver investito una vera fortuna.

Era ormai notte fonda quando, avvicinandomi al palazzo, ebbi la sensazione di essere spiato da una presenza incombente, attenta ad ogni sussurro che si levasse dagli angoli più sperduti della città.

 

"Vorago, figlio del Caos... già perché figlio e non figlia?"

I tre fratelli si strinsero nelle spalle, fissandomi con lo stesso sbigottimento di tre pinguini nel Sahara.

"Già, ecco perché!” esclamai schioccando le dita. “Perché Vorago non è un nome comune, ma un nome proprio, forse quello della gelatina che avete visto uscire dalla fiala. Un essere soprannaturale, imprigionato in quel tempio da almeno quindici secoli. Da quando il personaggio effigiato sull’altare riuscì ad averne ragione, non so come... forse proprio col flauto magico, quello che si è polverizzato al contatto con l'aria inquinata del ventesimo secolo... Ah ecco, qui c'è scritto anche il nome, non vi avevo fatto caso: si chiamava Claudio Valente e da com’è vestito doveva trattarsi di un senatore o giù di lì. Di sicuro un antenato del vecchio conte Valenti."

"Allora", suggerì Fiorenzo, "compriamo un flauto nuovo e il gioco è fatto!"

"Non so. Forse non basta suonare qualsiasi cosa per domare questo essere. Bisogna leggere attentamente l'epigrafe. Qui si parla di un numerus che tiene incatenato il figlio del Caos. Numerus significa anche armonia. L'architettura del tempietto si fonda su di una base numerica precisa..." I tre mi guardarono ancor più smarriti. "…e la base numerica è l’otto. Se osservate bene, vedrete che il tempio è di forma ottagonale; la cupola, anch'essa ottagonale, poggia su otto colonne e otto sono i gradini che le circondano. Senza considerare che l'altare è ottagonale e anche il flauto tenuto in mano da Valente ha otto fori ... Non ci sono dubbi: c'è un riferimento preciso all'ottava musicale. Forse non è necessario sapere quale musica avesse suonato Valente al suo tempo per neutralizzare Vorago, ma è sufficiente colpirlo con un'armonia perfetta che possieda una base numerica precisa."

Agenore balzò su tutto elettrizzato: "Bene, Professore, ci dica che cosa dobbiamo fare!"

"Forse è sufficiente installare all'interno della voragine un impianto di diffusione sonora molto potente. Bisognerebbe procurarsi una raccolta completa di musica classica. Tutto questo al più presto, visto che il mostro sta sconquassando il sottosuolo di Roma."

 

Non so che faccia avesse fatto De Lollis, il grossista d’impianti di diffusione sonora più conosciuto della Capitale, quando vide arrivare la banda Rincicotti al completo con un mucchio di milioni sull'unghia, pronta ad acquistare, senza discutere sul prezzo, l'impianto stereofonico più potente che avesse in magazzino.

"All'installazione pensiamo noi", aveva assicurato Agenore, "abbiamo i nostri tecnici. Sa", mentì spudoratamente, "si tratta di una festicciola in famiglia..."

In molte zone della città, intanto, si registravano altri preoccupanti fenomeni sismici, puntualmente in concomitanza con situazioni di elevato traffico automobilistico e di grande affollamento.

Tremò la terra a Piazza del Popolo durante una manifestazione sindacale; il giorno dopo fu la volta dello Stadio Flaminio, in occasione di un concerto rock, dove, a causa del panico, persero la vita due persone e i feriti si contarono a centinaia. Vorago sembrava prediligere ì luoghi di maggiore confusione, come se da questa traesse forza e nutrimento.

Intanto le autorità, non riuscendo a raccapezzarsi su quanto stava accadendo, tendevano a minimizzare il fenomeno, chiamando in causa il bradisismo, 1’attività tettonica, i caccia supersonici e, non ultima, l'isteria collettiva. Ma la situazione divenne critica quando l'amministrazione comunale fu costretta a chiudere la Metropolitana "per ordinari lavori di manutenzione della linea elettrica", tacendo all'opinione pubblica che dalle pareti della sotterranea cominciava a filtrare una sostanza mucillaginosa e maleodorante di cui non si conosceva la natura e che intaccava le strutture di cemento armato, sbriciolandole come marzapane.

Gli avvenimenti furono poi sul punto di precipitare quando, dalle crepe che si andavano lentamente aprendo nei cantieri intorno a San Pietro, cominciò a filtrare la stessa, ripugnante sostanza.

Vorago aveva raggiunto il lungotevere, dove in quel periodo il caos era maggiore e forse aspettava il giorno dell’apertura dell’Anno Santo per inghiottire tutto e tutti in un sol boccone.

Il più brutto quarto d'ora però, l'avevano passato gli occupanti di un battello nei pressi dell'Isola Tiberina. In un primo momento erano stati aggrediti da un tanfo insopportabile di gran lunga più ammorbante di quello che di solito aleggia sulle acque inquinate del Tevere. Poi, all'improvviso, il fiume si era gonfiato, sollevando l'imbarcazione di alcuni metri, come un fuscello, finché un gorgo gigantesco s’era aperto al centro del fiume. Il natante aveva cominciato a girare su se stesso e due turisti erano finiti nel Tevere. Poi, d'un tratto, più nulla. Un fremito gelido aveva percorso l'aria e le acque del fiume si erano acchetate.

Tratti in salvo fortunosamente, i malcapitati avevano assicurato, ancora sotto shock, che qualcosa di enorme e di viscido li aveva urtati, prima di scomparire tra le acque limacciose.

Tutti i passeggeri del motoscafo furono in seguito ricoverati in ospedale con sintomi di intossicazione per aver inalato una misteriosa emissione gassosa.

 

Non c'era tempo da perdere, dovevo mettere in atto il mio piano e pregare Dio di aver visto giusto.

Passai per casa e raccolsi in uno scatolone tutti i CD di musica classica che possedevo.

"No, stavolta ti fermi a cena!" minacciò Marta sull’orlo di una crisi isterica. "E smettila di fare il matto, che è più di una settimana che non ti fai vedere a negozio e gli affari vanno a rotoli!"

"Calma Marta," replicai accomodante, "non facciamo psicodrammi, se va bene quest'affare, i fratelli Rincicotti ci regalano un appartamento da seicento milioni. Ti puzza…? Allora, per una volta almeno nella vita, abbi fiducia... e tu smettila di scocciare!" mi rivolsi contrariato a Poldino, che mi tirava per i pantaloni, mostrandomi un astuccio contenente un CD. "E lascia stare questa roba!" gridai, mentre glielo strappavo di mano e lo gettavo al volo dentro lo scatolone, insieme con gli altri.

"Ma è il suo!" esclamò Marta.

"Lascia perdere!" risposi senza nemmeno ascoltare. Afferrai lo scatolone e m’avviai verso l'uscita.

"Babo, ...bato ...fini!!" protestò sconsolato Poldino, prima di scoppiare a piangere.

Quella sera però non avevo proprio tempo da perdere per consolarlo, né per decifrare il suo improbabile esperanto. Prima di uscire, afferrai al volo il lungo e sottile vaso di perspex appoggiato sulla console dell’ingresso e scaraventai anche quello nello scatolone. Se ciò che pensavo era esatto, mi sarebbe tornato utile.

Marta mi guardò esterrefatta: era un oggetto di alto design cui teneva molto, ma vedendo il mio stato di agitazione, non ebbe la forza di pronunciare una sillaba.

 

Raggiunsi Palazzo Valenti trafelato, indossai un equipaggiamento da speleologo procuratomi dai fratelli e, zaino in spalla, mi calai all'interno della voragine alla ricerca del mostro, seguito da Fiorenzo, costretto dagli altri due a seguirmi, per punirlo della sua sbadataggine.

Scendemmo lungo un cunicolo circolare, del diametro di tre, quattro metri, scavato nel terriccio, così perfetto da sembrare opera di una gigantesca trivella.

Sciabolammo varie volte l'ambiente con i raggi di luce di due potenti torce elettriche, senza riuscire a vedere il fondo della caverna. All'improvviso, dalle viscere della terra si sprigionò un rumore sordo, quasi un ruggito profondo e cupo, che ci aggredì allo stomaco come una morsa.

"Che… che succede?" domandò Fiorenzo annichilito dal terrore. "E' meglio che torniamo indietro, Professore: qui ci lasciamo le penne!"

"Aspetta... forse riusciamo a vederlo", ma non finii la frase che Fiorenzo s’era già dileguato.

Per un attimo rimasi incerto sul da farsi, ma  visto che avevo lo sfratto esecutivo, mi convinsi che un appartamento all'Olgiata mi avrebbe fatto proprio comodo. Mi spinsi nel cunicolo per alcune decine di metri.

La composizione del sottosuolo era cambiata. Mi trovavo in una parte della galleria scavata nel tufo e ben più stabile del terriccio del primo tratto.

"Dove diamine sei nascosto, maledetto?" imprecai con tutta la voce che avevo in corpo. "Vieni fuori!"

Il rumore incominciò a salire, facendosi più cupo e insopportabile, finché la luce della torcia elettrica inquadrò uno spettacolo agghiacciante. Un esercito di scheletri umani si agitava scompostamente all'interno di un’enorme massa mucillaginosa che avanzava con rapidità verso di me.

Nel suo peregrinare sotterraneo, il mostro era penetrato in qualche catacomba inesplorata, trascinando con sé i poveri resti custoditi nei sepolcri.

Fu l'ultima cosa di cui mi ricordai, prima che quella marea orripilante mi ricacciasse con violenza all'indietro, travolgendomi.

 

Mi risvegliai con gli abiti completamente invischiati in una sostanza mucillaginosa dall'aspetto ripugnante, mentre un tanfo nauseabondo fuoriusciva dalla voragine.

"Le è andata bene, Professore!"

Ernesto, aiutato dai fratelli, cercava di togliermi di dosso gli indumenti malridotti e appiccicosi.

"Ci poteva lasciare la pelle", sentenziò Agenore. "Finché ce la lasciava lui..." ridacchiò ironico verso Fiorenzo.

"Beh, se il mostro mi avesse fatto fuori, avreste risparmiato un appartamento all'Olgiata."

"Non è ancora detto che se lo guadagnerà... !"

"La mette proprio brutta, cavaliere!" risposi risentito, facendo gli scongiuri. "Piuttosto dov'è il materiale?"

"Ernesto ha preparato ogni cosa. Lui è perito elettrotecnico, è quello dei tre che ha studiato. Basta portare giù i cavi e i diffusori, dopodiché possiamo cominciare con l'esperimento. E che Dio ce la mandi buona."

"Ludwig Van Beethoven: Sinfonia n. 9 in RE minore, opera 125 Corale. Cominciamo con questa." Aprii la custodia di plastica e consegnai il CD ad Ernesto, quindi senza esitare scesi negli scantinati, armato di un radiotelefono portatile.    

Mi calai nella voragine trascinandomi dietro, oltre allo zaino, un’ingombrante cassa acustica. La piazzai a circa trenta metri dall’imboccatura, quindi ordinai: "Ernesto, vai con Beethoven!"

La cavità fu dapprima invasa da un boato che, dopo lo sconquasso iniziale, si ricompose nella splendida sinfonia universalmente conosciuta.

Camminai stringendo in pugno il vaso di perspex sottratto a Marta. Speravo che quella musica fosse la medicina giusta per ammansire il mostro, riducendolo alle dimensioni iniziali, il che mi avrebbe consentito di sigillarlo nel vaso, molto simile a un’ampolla, e rinchiuderlo nel tempietto dal quale era stato fatto evadere.

D'un tratto la terra prese a tremare. Stavolta non parevano elefanti, ma carri armati, una divisione di Leopard che avanzava minacciosa contro di me, preceduta dal solito, indescrivibile lezzo.

Un nodo mi attanagliò la gola: "Alza il volume, Ernesto, alza, alza!" urlai dentro il radiotelefono. Il livello sonoro salì di colpo. Dal diffusore uscì un sibilo assordante: poi più nulla.

Intanto, dalla direzione opposta, il frastuono dei panzer si faceva sempre più vicino e minaccioso.

"Ernesto, che cavolo succede? Attacca!!"

"S’è inceppato il disco, Professore venga fuori!"

"Non faccio più in tempo. Butta via tutto e cambia CD. Metti quel che ti pare, ma sbrigati!"

Trascorsero non più di cinque secondi, prima che dal diffusore uscissero i primi suoni, ma posso giurare che furono i cinque secondi più lunghi della mia vita, anche se quello che seguì fu tutt'altro che rassicurante: un succedersi confuso di sibili e squittii, accompagnato da strani riverberi ed echi.

"Ernesto, che accidenti hai combinato? Sto per rimetterci le penne!"

"Non la so, Professore, ho messo su il primo compact disk che mi è capitato tra le mani. Se vuole lo cambio..."

"Non abbiamo più tempo!"

Ero spacciato. Da un momento all'altro il mostro mi avrebbe travolto e inghiottito, stavolta senza risparmiarmi.

Disperato, scaraventai il radiotelefono nel buio del cunicolo: non aveva più armi contro Vorago.

Forse Claudio Valente intendeva dire qualcosa nel suo messaggio che non ero stato in grado di comprendere correttamente. Ma ormai tutti i giochi erano fatti e non c'era più tempo per porre rimedio agli errori commessi.

Dal diffusore continuava intanto ad uscire quella sequela di suoni insulsi. Piansi di rabbia e mi rannicchiai a terra come una bestia ferita in attesa dell'inevitabile fine.

Una fine che, inaspettatamente, tardava ad arrivare.

Il rumore dei panzer, invece di aumentare, s’andava attenuando mano a mano che dall'impianto di amplificazione si svolgeva quell'improponibile sinfonia e, in meno di due minuti, il boato scomparve completamente.

Mi sollevai da terra incredulo e semi-asfissiato. Avanzai alcuni passi: forse il mostro stava per tendermi un agguato. Sganciai la torcia elettrica dalla tasca del giubbetto per poter meglio dirigere il raggio di luce. Niente, non c'era niente davanti a me, forse l'incubo era finito davvero.

"Vorago, Vorago, vieni fuori!" gridai, tra un eccesso e l'altro di tosse, ma il mostro sembrava scomparso.

Avanzai ancora, finché qualcosa di freddo e viscido mi lambì le caviglie. Ebbi un sussulto e mi ritrassi. Vidi un essere trasparente strisciare sul terriccio: un lungo anellide che si rimpiccioliva a vista d'occhio. Non v’erano dubbi: il terribile Vorago, il divoratore di città, era ridotto ormai a un innocuo vermiciattolo.

Mi ricordai in quel momento del vaso di perspex. Ma dove l'avevo messo? Nella concitazione degli ultimi minuti doveva essermi sfuggito di mano. Scandagliai il terreno con la torcia elettrica: lo ritrovai a pochi passi, ancora intatto. Aspettai che il verme assumesse le dimensioni giuste per essere imbottigliato, poi, con un gesto repentino, lasciai scorrere Vorago dentro il contenitore. Presi in fretta dallo zaino uno spray al silicone che mi ero procurato nell’attrezzeria nel cantiere e lo sigillai. Non restava che risalire in superficie e rinchiudere Vorago nel tempio.

"E’ tutto sistemato: Vorago è qui dentro." Indicai ai fratelli il vaso di perspex. Il mostro non poteva più nuocere a nessuno.

Senza pronunciare parola, corremmo verso il tempietto, depositammo il contenitore trasparente dentro l’altare e rimettemmo il coperchio di marmo al suo posto.

"Adesso murate la grotta e fate in modo che nessuno possa più scoprirla, almeno per altri millecinquecento anni."

"Non dubiti, Professore, gli costruiremo intorno un bunker", assicurò Agenore.

"A proposito", aggiunsi rivolgendomi a Ernesto, "ma che razza di musica era mai quella?"

"Che ne so? non ho avuto tempo per riflettere e ho messo su il primo CD che m’è capitato fra le mani. Se non lo sa lei!" Ernesto, mi porse il compact disk, ma quando lessi il titolo, scossi la testa incredulo e non potei fare a meno di scoppiare a ridere sconcertato: Le meraviglie del mondo sottomarino - Il canto dei delfini.

Altro che musica classica, era il CD di Poldino! Ecco che cosa voleva dire con quella frase all'apparenza incomprensibile con cui m’aveva apostrofato mentre uscivo di casa: Babo ...bato ...fini!: "Il babbo ha rubato i delfini!"

Un brivido mi percorse la schiena: se solo mi fossi fermato a restituirglielo...!

 

Il caso -se così vogliamo chiamarlo- unito al gesto ingenuo di un bambino ci aveva suggerito la soluzione più semplice.

Una delle più belle sinfonie mai concepite da mente umana, non era infatti stata in grado di eguagliare quel numerus, che Claudio Valente aveva forse appreso per vie misteriose.

Un numerus il cui arcano era celato nell'incessante fluire dell'evoluzione, tramandato di specie in specie, attraverso immemorabili ere, fino a giungere a chi, per intelligenza e consonanza con la natura, meritava maggiormente di custodirne le chiavi.

I delfini.

 

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