"Secolo d'Italia" del 26 febbraio 2006

 

Farneti: "Vi racconto il mio Occidente"

 

 

di Errico Passaro

 

Farneti, leviamoci subito il dente: il ciclo di "Occidente" è politicamente orientato o è un semplice divertimento letterario?
Ti ringrazio per questa domanda “cattiva”, ma utile per definire qual è la mia posizione riguardo alla politica, almeno come si intende oggi nel mondo. La serie dei romanzi di Occidente non è un semplice divertimento letterario, anche se, devo ammetterlo, scrivere la trilogia mi ha divertito molto. Da parte mia ritengo che oggi la “politica”, così com’era intesa dai filosofi della Grecia antica, sia sul letto di morte e che, in questo momento storico nel quale trionfa il cattivo gusto e la mediocrità, il modo migliore di parlare alla gente sia quello della metafora, dell’allegoria e del paradosso. Dei miei romanzi, infatti, si può dare più di una lettura. La prima e la più superficiale è quella che definirei ludica; esiste poi un ordito esoterico, un po’ più complicato, e infine, strettamente collegata a questo, la lettura politica che però non è orientata verso un’ideologia precisa, ma pone al lettore una serie di domande, spesso implicite, cui dare delle risposte logiche. Da questo punto di vista, i miei libri sono un invito a superare il luogo comune, a mantenere salde le proprie radici culturali e tradizionali, a saper guardare oltre la cortina dell’indifferenza, del qualunquismo e del conformismo. Io credo in valori come il coraggio, la lealtà, il sacrificio, l’amor di patria che sono principi elementari, ma proprio per questo fondamentali. I personaggi dei miei libri sono dei vincenti, portano con sé il seme dell’ottimismo, manifestano liberamente e senza complessi l’orgoglio di sentirsi italiani, allo stesso modo di tanti altri popoli del mondo che si dichiarano orgogliosi della propria nazionalità senza tema di essere condannati dai benpensanti del “politicamente corretto” per questo legittimo sentimento.

 

Quando scrivi, pensi al pubblico che ti leggerà, alla situazione in cui ti leggerà? Dan Brown spopola sui treni, pensi che Mario Farneti potrebbe fare altrettanto?
Io ho la fortuna di avere un pubblico di lettori molto affezionati  e devo ai loro incitamenti se il ciclo di Occidente è giunto ormai al terzo episodio, in tutto circa milleduecento pagine. Perciò scrivo per il mio pubblico e per tutti quei lettori che vorranno aggregarsi alla comunità di Occidente, una comunità positiva, vivace, ottimista. Il mio intento non è però quello di “spopolare” nel senso consumistico del termine. Non mi reputo uno  scrittore “mordi e fuggi”, ma voglio che i miei libri si affermino sul lungo periodo. D’altronde, dopo cinque anni dalla prima uscita, Occidente è ancora in libreria e presto sarà disponibile anche in edizione economica.  I miei romanzi non sono un prodotto consumistico, costruito in catena di montaggio da una redazione che, una volta definito il soggetto, esegue un semplice lavoro di stesura e di assemblaggio. Sono invece opere “artigianali”, costruite con amore, nelle quali si riconosce sempre la mano dell’artefice, del suo pensiero, della sua fantasia, del suo cuore. Non penso alla situazione spazio-temporale in cui i miei lettori mi leggeranno, ma al loro atteggiamento mentale, che deve essere libero dai pregiudizi. Qualche tempo fa un lettore mi raccontò di aver divorato Attacco all’Occidente in un pomeriggio, seduto su una panchina di un viale di Milano, senza accorgersi che erano passate molte ore e che faceva freddo. Quale miglior prova di aver lavorato bene?

 

Mettimi nel tuo personale ordine di priorità i seguenti elementi dell'arte di scrivere: costruzione dell'intreccio, definizione dei personaggi, ricostruzione d'ambiente, cura stilistica, messaggio ideologico...
Difficile rispondere a questa domanda perché io scrivo di getto. Credo se ne siano accorti tutti. E’ questo il motivo per il quale i miei libri sono particolarmente leggibili. Per quanto mi riguarda io mi definisco un “visionario”. Ciò che scrivo è una descrizione di quello che riesco a vedere proiettandomi nel mondo parallelo di Occidente. Se vuoi proprio che faccia una graduatoria di priorità credo che la cosa principale sia la ricostruzione dell’ambiente. Ecco, io mi metto nei panni di un esploratore che si avventura in una terra sconosciuta e cerca di carpirne i segreti. E’ così che ricevo l’ispirazione, poi il resto viene da sé. Non mi rimane che trascrivere quello che ho visto.

 

In un recente intervento pubblico a cui ero presente definisti suppergiù l'ucronia come un "gran bel divertimento", mentre per me è una vera e propria sofferenza lo sforzo di verosimiglianza richiesto da questo particolare sottogenere fantastico. Puoi spiegare meglio ai lettori questa tua posizione?

Sì, certo, è un’affermazione che ribadisco. E’ stato ed è per me un gran divertimento, poiché mi sento attratto da tutto ciò che stimola l’intelligenza ad esplorare universi sconosciuti. Recentemente ho avuto l’incarico di scrivere un racconto per un libro pubblicato a Fano nel quale dovevo ipotizzare che nella battaglia del Metauro, combattuta nella Seconda Guerra Punica, fossero stati i Cartaginesi a vincere e non i Romani. Lo scenario mi ha subito affascinato e mi sono gettato con entusiasmo nella descrizione di una ipotetica civiltà di derivazione romano-cartaginese nella quale la gente di tutti i giorni non si chiama Paolo, Giovanni o Francesco, ma Malco, Amilcare e Magone. Sono convinto che se io mi diverto nello scrivere, i lettori se ne accorgono e si entusiasmano con me. Se fossi nato qualche secolo fa forse avrei fatto il cantastorie nelle piazze di paese. Probabilmente possiedo la stessa capacità di ammaliare e anche di rappresentare un mondo multicolore, pieno di valori e di sentimenti semplici e veri. Niente di più, ma neanche niente di meno. Magari ce ne fossero ancora di cantastorie…

 

Come ti prepari alla scrittura? Hai qualche trucco, qualche abitudine o qualche scaramanzia che segui?
Per scrivere ho bisogno di totale confusione intorno a me. Non sto scherzando. Io sono padre di quattro figli, tutti maschi e turbolenti. Mentre scrivo al computer, loro giocano alla guerra o litigano, oppure mi interrompono perché hanno bisogno di un suggerimento per i compiti. Può sembrare paradossale, ma questo è il mio habitat di scrittore. Una realtà variopinta, gioiosa e chiassosa che mi turbina attorno insieme con i personaggi di Occidente. Ti dirò che le cose migliori le ho scritte in situazioni di totale caos. Diversamente mi deprimo e dalla penna non esce niente.

 

Il ciclo di Occidente è già arrivato al suo terzo episodio. Conti di dargli ulteriori seguiti?

Sì, penso che continuerò, però non con un quarto episodio, ma con il primo della seconda trilogia che non si chiamerà Occidente, ma…, bè, per adesso è un segreto.

 

Non hai paura di rimanere intrappolato nel meccanismo della serialità e di stancare il lettore (o stancarti tu stesso)?

Non credo di rimanere intrappolato nella serialità, perché il nuovo ciclo, sebbene storicamente collegato ad Occidente, svilupperà nuovi personaggi in un contesto davvero originale. Devo dire che il mondo che ho ideato è già pronto, non mi resta che preparare i bagagli e andare ad esplorarlo.

 

Affideresti il tuo personaggio ad altri autori o a collettivi di scrittura, come ha fatto Evangelisti con il suo Eymerich?

Non credo nella formula del collettivo, specialmente per quello che riguarda l’opera creativa. Personalmente ritengo che il mondo non sia popolato dall’”uomo” ma dagli uomini. Ognuno di noi è differente dagli altri ed è portatore di un universo originale e irripetibile. Se Dio ha fatto gli uomini differenti non capisco perché essi debbano omologarsi nella collettivizzazione, sminuendo le proprie capacità personali, perché, parlando per metafora, la velocità di un convoglio di automezzi la fa sempre quello più lento. E a me questa cosa suona un po’ blasfema. Fatte le dovute proporzioni, te lo immagini Michelangelo che affida la realizzazione del Giudizio Universale ad un collettivo di pittura?

 

Da "Occidente" è stato tratto un fumetto. Sono estremamente interessato al processo di conversione della parola scritta in immagine accompagnata da didascalie e "nuvolette". Hai qualche notazione tecnica o aneddoto al riguardo?

Quello del fumetto è stato sempre un mio desiderio nascosto, perché le vicende che narro si prestano bene ad essere trasferite in immagini. Nel contempo però non ho cercato mai nessun editore in questo campo, perché ho ritenuto che l’editore giusto per me si sarebbe fatto avanti da solo, dopo aver capito l’enorme potenziale narrativo insito nei miei romanzi. E questo passo è stato compiuto, qualche mese fa, dai giovani della Cagliostro E-Press, un affiatato gruppo di disegnatori e sceneggiatori pieni di entusiasmo oltre che di perizia, che hanno maturato una lunga esperienza nel campo del fumetto on-line e che hanno deciso di gettarsi anima e corpo in questa avventura, realizzando, per la prima volta nella loro carriera, un vero a proprio albo trimestrale presto reperibile nelle fumetterie e prenotabile anche on line (http://www.latelanera.com/occidente/).  Così sono nati “Gli Albi di Occidente”.

 

 

 

"Il Tempo" del 24 marzo 2006

 

Quando la Storia diventa un'ipotesi

Fattori marginali condizionano le vicende umane

Studiosi alle prese con gli avvenimenti "virtuali"

 

 

di Tommaso Sisti

 

E se Berlusconi - contro tutti i pronostici dei mesi scorsi - vincesse le prossime elezioni? E se - viceversa - le avesse perse cinque anni fa? La storia (secondo un vecchio modo di dire) "non si fa con i se e con i ma". E, tuttavia, il gioco delle ipotesi è molto attraente: si smontano i pezzi per costruire un passato e un presente diversi da quelli con i quali siamo chiamati a fare i conti. "Solo 'con i se'", ha scritto uno storico autorevole, Franco Cardini, "si possono far emergere le infinite possibilità del passato in termini sia di scelte da parte di singoli e di gruppi, sia di accadimenti 'fatali', si può cogliere l'infinità variabilità dei processi che conducono alla determinazione di percorsi umani, di istituzioni e di strutture e al loro differente esito": Perché "la storia è un lungo cammino fatto di sentieri che di continuo si biforcano, e, e quel che alla nostra dabbenaggine appare come una linea consequente e consecutiva di fatti l'uno collegato all'altro (magari logicamente) è, invece, una sequenza puntiforme d'infinite fratture (e senza logica alcuna)". L'esercizio, dunque, non è sterile, e non è neppure arbitrario. La storia "virtuale" ha un senso, e avrebbe potuto averne uno concreto. A metà del XVII secolo, Blaise Pascal, filosofo e matematico, scrisse (nei Pensieri) che "se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, tutta la faccia della terra sarebbe stata cambiata". Sembrerebbe la battuta di una commedia di Jonesco o di Beckett, e invece a proporla fu uno studioso di indiscutibile rigore. Intendeva dire che la storia dell'umanità è condizionata anche da fattori apparentemente marginali o futili. In taluni casi neppure accertati. Come il naso della regina: che fosse lungo, o sgraziato, o - viceversa - intrigante, è tutto da dimostrare. L'ucronia (cioè la descrizione immaginaria, ma coerente e plausibile, di un evento storico, elaborata sulla base di ipotesi o dati fittizi) è qualcosa di meno di una disciplina scientifica, ma è certamente qualcosa di più di un uzzolo da intellettuali annoiati. Il confine fra l'uno e l'altro estremo è segnato dagli intenti di chi scrive. Le biblioteche sono piene di romanzi di fantapolitica, ma anche di saggi storici seri e ponderati, che analizzano i fatti e suggeriscono le ipotesi alternative. Il primo romanziere ad avventurarsi nella fantapolitica fu Philip Dick (autore di "Do Androids Dream of Electric Sheeps", che ispirò la sceneggiatura del film "Blade Runner") che sviluppò, in chiave narrativa (nel romanzo "La svastica sul sole"), un'ipotesi inquietante: che cosa sarebbe accaduto se Hitler avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale? Trent'anni fa riscosse grande successo in Italia "Berlinguer e il professore" (scritto da Gianfranco Piazzesi, inizialmente nascosto dietro l'anonimato). È recentemente uscito in libreria "Nuovo Impero d'Occidente" (Editrice Nord, 17,50 euro) di Mario Farneti, giornalista e scrittore che si è già sperimentato nel genere con altri due romanzi: "Occidente" e "Attacco all'Occidente". Farneti racconta - ambientandola nel 2012 (non è poi che manchi tanto…) - un'Italia che nel 1940 fece una scelta diversa, non alleandosi con la Germania Nazista. Da vent'anni un nuovo duce, Romano Tebaldi, ha preso il posto di Benito Mussolini. L'Italia è una superpotenza mondiale, all'avanguardia nelle conoscenze scientifiche e tecnologiche. Il mondo è diverso da quello attuale (ma le differenze sono più formali che sostanziali). C'è un nemico spietato che attenta all'ordine mondiale; in Oriente, un nuovo virus ha provocato il caos, spingendo muilioni di persone a dirigersi verso l'Europa, mentre l'economia del pianeta e sconvolta da una crisi devastante. Sarebbe ingeneroso per i potenziali lettori raccontare come vada a finire. Ma c'è una pagina curiosa, datata 20 ottobre, con un comunicato "di una trentina di righe" del Gran Consiglio del Fascismo" che si ribella al Duce, ordinandone l'arresto e il processo. Un commando (del quale fa parte la moglie del dittatore) lo libera e lui scorre i nomi di quelli che l'hanno tradito. "Vediamo un po' l'elenco dei miei nemici. No, non è possibile: anche Bobo e Piersilvio… dopo quello che ho fatto per le loro famiglie!". Narrativa allo stato puro, come in "Berlinguer e il Professore". Di recente, un'operazione di "storia alternativa" (che copre l'intera storia d'Italia dalla fondazione di Roma ai giorni nostri), è stata compiuta da Gianfranco De Turris che ha raccolto in un libro ("Se l'Italia - Manuale di storia alternativa da Romolo a Berlusconi", editore Vallecchi, 24 euro) diciannove scenari, di altrettanti autori, che offrono suggestive varianti alla storia d'Italia. Per esempio: "se Roma fosse stata fondata da Remo"; "Se Attila avesse invaso l'Oriente invece dell'Occidente"; "Se Dante non avesse scritto la Divina Commedia"; "Se Cristoforo Colombo avesse scoperto il Nuovo Mondo finanziato dai banchieri genovesi"; "Se papa Alessandro VI non fosse morto e Cesare Borgia fosse diventato re d'Italia"; "Se il Granducato di Toscana non avesse aderito al Regno d'Italia"; "Se Mussolini fosse stato ucciso il 25 luglio dopo l'udienza con il Re"; "Se Enrico Mattei non fosse morto precipitando con il suo aereo a Bescapé"; "Se l'attentato a Giovanni Paolo II fosse riuscito". L'ucronia - spiega De Turris nell'introduzione - è una forma di "revisionismo": "la reinterpretazione della storia passata in base non solo a nuove acquisizioni (documenti, testimonianze), ma a nuove prospettive e punti di vista in precedenza messi al bando: anche qui il nucleo è che non esiste un unico modo di intendere e spiegare gli avvenimenti trascorsi, che può essere addirittura capovolto". Storia virtuale, storia immaginaria o storia alternativa, "cioè la storia fatta col 'se', quella che risponde alla domanda aborrita dagli accademici: 'Cosa sarebbe successo se…'". La filosofia del possibile da contrapporre al determinismo storico di scuola marxista. E tutto questo avrebbe avuto un campo più limitato (o nullo) di sviluppo "se" il comunismo avesse trionfato, invece di perdere la partita storica con il liberismo e il liberalismo. Che è un'altra buona ragione che giustifica il respiro di sollievo.

 

 

 

"Il Giornale" del 25 marzo 2006

 

Farneti, il fantafascismo conquista il mondo

 

di Luigi Mascheroni

 

Romanzi che profumano di Regime, nostalgici di moschetto e orbace, e per questo spesso bocciati preventivamente con l'accusa di apologia di fascismo. Eppure la trilogia ucronica di Mario Farneti - ormai uno dei pochi scrittori italiani ospitati dalla editrice Nord, la casa specializzata nel ramo fantasy&affini- può contare da anni su uno zoccolo duro di appassionati lettori ai quali le critiche di «propaganda subliminale» rivolte da più parti alla sua saga fanta-fascista non sembrano importare granché,vista la fortuna editoriale dell'epopea in camicia nera.
Tutto è iniziato nel 2000, quando Mario Farneti, giornalista, classe 1950, già segnalatosi agli inizi degli anni Novanta al premio J.R.R. Tolkien per la narrativa fantastica, partecipa all'antologia curata da Gianfranco de Turris Fantafascismo! (Settimo Sigillo) con un racconto che, sviluppato, diventerà il romanzo ucronico Occidente (Nord, 2001). Chiedendosi - come impone il genere ucronico - cosa sarebbe successo se... Mussolini nel giugno del 1940 avesse scelto la neutralità, l'autore immagina un'Italia che nel 1972, Anno Cinquanta dell'Era fascista e il Duce vivente, è padrona di un territorio che va dalla Somalia alle steppe asiatiche mentre forze occulte complottano contro l'Impero... Il libro diventa un piccolo caso nell'esclusivo mondo della narrativa fantastica, si guadagna molti elogi e altrettante stroncature, infila qualche migliaia di lettori e un articolo elogiativo sul Times.
Tempo due anni e arriva il secondo romanzo della serie, Attacco all'Occidente (Nord,2003): siamo nel 1992, Mussolini è morto da vent'anni, e a reggere l'Impero è un Triumvirato fascista. L'Italia è ancora una superpotenza ma deve affrontare i terroristi islamici della Mezzaluna nera guidati da uno sceicco imprendibile che sta insanguinando il mondo... Altri quattro anni, cioè oggi, ed ecco l'ultimo capitolo della trilogia (Nuovo impero d'Occidente, sempre editrice Nord): un altro balzo di vent'anni, e siamo nel 2012: il tribuno Romano Tebaldi è diventato Duce del Fascismo e l'Italia, militarmente e tecnologicamente all'avanguardia, questa volta deve vedersela con un nemico invisibile: un misterioso morbo che viene dalla Cina. Riusciranno i nostri fanta-eroi...?
Il ciclo di Occidente ormai conta più di mille pagine complessive, è diventato una serie a fumetti realizzata dalla Cagliostro E-Press, continua a far sognare gli aficionados di quella letteratura in bilico tra fantascienza, romanzo d'azione, ucronia e fantasy, e soprattutto non smette di scandalizzare i Soloni del narrativamente corretto che insieme all'ideologia che percorre le pagine di Farneti condannano - facendo di ogni erba un fascio, verrebbe da dire - anche struttura, stile, lingua e trama.
Certo, far sopravvivere per quasi un secolo il fascismo (anche se solo come ipotesi narrativa) non può far guadagnare all'autore molti consensi, soprattutto se si innalzano a tutto spiano gli stendardi retorici dello Spirito, del coraggio, della disciplina...; ma rimane il fatto che immaginare un futuro, oltre che un passato, «alternativo», percorso da X-files fascisti, Camicie Nere alla conquista di Mosca e noti uomini politici seduti però su poltrone ben diverse a quelle a cui siamo abituati, rappresenta innegabilmente uno splendido divertissement.

 

 "Area" – Aprile 2006

 

La trilogia dell’Italia ucronica

 

di Salvatore Santangelo

 

L’ucronia (anche detta storia alternativa) è una  finzione letteraria  che tratta di un mondo in cui la storia si è differenziata da quella comunemente conosciuta, sostituendo ad eventi realmente accaduti altri ipoteticamente possibili; dal greco au- (“non”) e chronos (“tempo”): ovvero, “non-tempo, tempo ipotetico”. Questo termine indica dunque la ricostruzione della storia o di un evento del passato sulla base di ciò che sarebbe potuto accadere, o di fatti ipotetici e fittizi narrati in luogo di avvenimenti verificatisi.

Si tratta insomma di una forma di “fanta-storia”, una ricostruzione di eventi ipotetici. Il termine fu utilizzato per la prima volta da Carl Renouvier in un romanzo che intendeva ricostruire la storia europea “quale avrebbe potuto essere e non è stata” (Uchronie, l’utopie dans l’histoire, 1857). Come la parola Utopia indica un luogo che non c’è, così, ucronia dovrebbe significare “nessun tempo”. È ucronia chiedersi, ad esempio, cosa sarebbe successo in Europa se Napoleone avesse vinto a Waterloo, se i confederati avessero vinto la Guerra di secessione americana. Per la sua natura è spesso assimilata al genere della fantascienza, ma può mescolarsi al genere dell’utopia o della distopia quando descrive società ideali o, al contrario, indesiderabili. Talvolta anche i romanzi del filone steampunk, prevalentemente ambientati nel XIX secolo, possono sconfinare nell’ucronia. L’ucronia è molto apprezzata dagli storici di scuola anglosassone, e in anni recenti questo approccio alla narrazione storica è diventato, negli Stati Uniti, anche materia di studio di ricercatori, sociologi e antropologi, ed è addirittura oggetto di un corso universitario.

Tra i maggiori scrittori di ucronie ricordiamo Philip Dick (La svastica sul sole),   Harry Turtledove (La legione perduta o i cicli di Invasione e Colonizzazione), Robert Harris (Fatherland) e addirittura Winston Churchill (Se Hitler avesse vinto la guerra). L’ucronia quindi permette di rimescolare le carte e di ottenere una mano diversa al gioco delle probabilità che riguardano l’assetto di un’intera civiltà. Questo è l’esercizio compiuto in Se l’Italia. Manuale di storia alternativa da Romolo a Berlusconi (Vallecchi) a cura di Gianfranco de Turris, con prefazione di Franco Cardini che scrive: “Quel che nella storia è accaduto non ha alcun titolo di maggior verosimiglianza  rispetto alle infinite cose che avrebbero potuto succedere, se non questa: che è avvenuto”.

All’infaticabile lavoro di organizzazione culturale e di stimolo propositivo svolto da Gianfranco de Turris si deve anche il merito di aver ispirato la trilogia ucronica di Mario Farneti, solleticato dalla domanda: “Che cosa sarebbe successo all’Italia se Mussolini non avesse seguito Hitler nella follia della guerra?”. Dal racconto, pubblicato in un’antologia dal titolo Fantafascismo (Settimo Sigillo), è nata la successiva trilogia il cui terzo episodio, Nuovo impero d’Occidente (Nord) è giunto da qualche settimana in libreria.

Lo snodo fondamentale della narrazione è il giugno 1940: Mussolini sceglie la neutralità e non entra in guerra a fianco di Hitler. Il 28 aprile 1945, nove mesi dopo la caduta del nazismo, scoppia un nuovo, terribile conflitto. L’Armata Rossa sconfina oltre il fiume Oder, ma, grazie all’intervento delle truppe italiane, viene fermata e respinta. È la Terza Guerra Mondiale. Gli eserciti delle nazioni occidentali dilagano attraverso le steppe russe. I Battaglioni delle “Camicie Nere” di Mussolini entrano per primi a Mosca dopo la vittoriosa battaglia di Smolensk. L’Unione Sovietica si dissolve. Come ha affermato lo stesso Farneti: “La tesi principale sulla quale si sostiene il mio romanzo è che se da un lato il “fatto compiuto” non può essere modificato, dall’altro può invece essere messo in discussione. Questo espediente critico ci permette di prendere in considerazione una gamma di alternative storiche non soltanto attuabili, ma in certi casi anche auspicabili. Siamo spesso portati a credere che il nostro sia il mondo migliore possibile, ma questa è soltanto una supposizione che, se riflettiamo bene, non ha alcun fondamento”.

Il primo volume, Occidente (che ha avuto una lusinghiera recensione a otto colonne sul prestigioso Times), prende il via dall’ottobre 1972. Dopo mezzo secolo di potere incontrastato, Mussolini, quasi novantenne, sta per celebrare il Cinquantenario dell’Era Fascista. L’Italia è padrona di un territorio immenso che va dalla Somalia alle steppe della Russia, e un corpo di spedizione combatte il comunismo in Vietnam. Forze palesi e occulte, però, complottano allo scopo di annientare l’Impero che Mussolini ha modellato sull’immagine di quello di Roma. Il secondo romanzo Attacco all’Occidente prende il via nel 1992: vent’anni dopo la morte di Mussolini, il potere è affidato al Triumvirato, espressione delle varie correnti del Partito nazionale fascista. Nonostante l’incertezza politica, l’Italia continua ad essere una superpotenza che estende la sua influenza in varie aree del pianeta. Nel Medio Oriente, però, la situazione precipita. A Baghdad, Yasser Arafat, presidente della Federazione Araba, costituita da un potente gruppo di nazioni musulmane, cade ucciso in seguito ad un attentato messo in atto da un partito estremista, che ha per simbolo la mezzaluna nera, guidato da uno sceicco imprendibile e sanguinario. I seguaci della Mezzaluna Nera assumono il potere nella Federazione e provocano insurrezioni in tutto il mondo arabo. Al largo di Cipro, la Sesta Flotta americana è proditoriamente attaccata e in gran parte distrutta, grazie ad un’arma potentissima, di natura sconosciuta, utilizzata dagli eserciti arabi, che invadono e conquistano Israele. La guerra si estende in poco tempo a tutto il Medio Oriente, finché gli eserciti della Mezzaluna Nera minacciano d’invadere l’Europa. Il comando supremo delle Forze Armate dell’Impero è affidato a Romano Tebaldi, nominato di recente Triumviro, mentre tutte le nazioni occidentali fanno fronte comune per impedire l’invasione. Nel secondo episodio della saga di “Occidente”, due civiltà si affrontano in uno scontro sanguinoso e senza esclusione di colpi, che ha come posta il dominio sull’intero pianeta: i miliziani arabi demoliscono a martellate la Pietà di Michelangelo. Roma è nelle loro mani, e in quelle dei collaborazionisti prontamente convertitisi. Ma i fascisti italiani tengono duro e organizzano la Resistenza (siamo di fronte ad uno dei giochi di rovesciamento che più piacciono a Farneti). Le forze dell’Occidente si riorganizzano e passano al contrattacco combattendo, alle porte di Vienna e sul Metauro, non solo contro i miliziani arabi, ma anche contro le Brigate Internazionali, formate da italiani convertiti all’Islam, che alla fine vengono sconfitte.

L’ultimo volume, Il nuovo impero d’Occidente, è ambientato nel 2012. Sono trascorsi quarant’anni dalla morte di Mussolini e vent’anni dalla vittoria sugli arabi. Romano Tebaldi è il Duce d’Italia, incontrastato dittatore di una superpotenza mondiale, rispettata e temuta, che primeggia in campo industriale e militare grazie a straordinarie conoscenze scientifiche e tecnologiche. Ma un “nemico” agguerrito e spietato è pronto a sferrare un attacco mortale e mette a segno una serie di attentati che sconvolgono interi continenti, provocando milioni di vittime. In Oriente, l’epidemia prodotta da un nuovo virus genera il caos: orde di fuggiaschi si dirigono verso l’Europa, mentre l’economia del pianeta è sconvolta da una crisi devastante. I governi si dissolvono, molti Stati si smembrano e nascono nuove entità nazionali. Un conflitto sanguinoso si scatena inevitabilmente intorno alle insegne dell’Impero Romano d’Occidente, perché chi se ne impadronirà potrà imporre un nuovo ordine mondiale. Sopravvissuti a prove terribili, Tebaldi e gli ultimi fedelissimi accettano la sfida e, dopo aver organizzato una forza di resistenza, decidono di dar battaglia al nemico sulla terra e sugli oceani, sulle distese antartiche e nello spazio.

Come ha scritto Guido Morselli in Controppassato prossimo: “Qui si parla di res gestae per mostrare che erano gerendae diversamente” (realizzabili diversamente).

Due sono gli aspetti particolarmente interessanti della trilogia. Il primo è la premessa mitico-fantastico-esoterica: gli avvenimenti sono un riflesso esteriore; dietro le quinte  si muovono sétte e personaggi invisibili e misteriosi che tirano le fila da tempo immemorabile. Il secondo è il fatto che Farneti ha ripreso fedelmente il dibattito interno al fascismo (quello vero) negli anni Trenta. Comunque, ciò che resta sono gli uomini e le donne che affrontano il proprio destino.

Gli eroi di Farneti, come lui stesso afferma, sono “positivi. Non sono fanatici, ma coraggiosi. Non sono arroganti, ma risoluti. Non sono prepotenti, ma credono nella giustizia. Non sono avventati nelle loro decisioni, ma prudenti. Amano la Patria , perché amano le loro famiglie, i figli, i fratelli. Se dimostrano spavalderia è perché sanno di essere nel giusto e perché conoscono il mestiere delle armi. Non uccidono mai gratuitamente. Se sbagliano è sempre per troppo amore per la Patria e per i loro ideali. Piangono come tutti gli uomini coraggiosi. Pur sottostando alla disciplina più ferrea, sono uomini liberi nello spirito. Temono la morte come tutti gli uomini, ma sono pronti a sfidarla in ogni momento. Non cedono mai all’ira o alla disperazione, perché nulla è più forte di loro. Non si arrendono mai”. Eroi ispirati dai valori “dello spirito, del coraggio, della lealtà, della sobrietà e dell’amicizia”.

I valori dell’Italia ucronica, che proprio perché è “in nessun tempo”, è eterna.

 

 

 

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