
LI TRE LIBRI DELL'ARTE DEL VASAIO
NEI QUAI SI TRATTA NON SOLO LA PRATICA
MA BREVEMENTE
TUTTI GLI SECRETI DI ESSA
COSA CHE PERSINO AL DI' D'OGGI
È STATA SEMPRE TENUTA ASCOSTA
DEL CAVALIER CIPRIANO PICCOLPASSI DURANTINO

PUOI che fedelmente mi son messo a manifestare tutti gli segreti de l'arte del vassaio; d'intorno ai quai non sarìa mancato chi con più bell’avvedimento, chi con più tersa lingua havesse fatto quello che al presente ho fatto io, se il mal animo di coloro a chui son stati in mano non havesse il dissegnio altrui impedito, cagione che il più delle volte sonno manchati della loro perfetione; puoi che ho fatto tutto questo senza molte belle parole, solo con l'entigrità del vero, non mi resta far altro che difendarmi dai continui morsi dei detrattori, i quai, prima diranno che quest'arte non si aspetta a me per non essare stato io l'inventore et anco per haverne poca pratica. Molti diranno che io dovrei attendare a cose più utili, altri mi tasseràno per presuntuoso con dire che gli è male publicar quello che già tant'anni è stato ascosto. Non mancherà chi mi biasmi della lingua, altri del scrivare et del dissegnio. Ai qual, se io fosse presente, cossì risponderei: a quegli che dicano ch'ella non è mia inventione, che dicano il vero, direi loro, imperò che’l primo inventore fu Chorebo Atheniese; poscia ne ha scritto alchune partichularità il signor Vannuccio Beringuccio, nobile sanese, nella sua Pirotechenia. Se costoro mi truovano autore che facci gli segreti di dett'arte, escetto certe recolette che tengano coloro che segretamente la manegiano, tra quai molti sonno che per fino a l'ultimo della lor vita li tengano celiati ai propri figliuoli, conoscendosi vicim al morire, tra le altre fachultà che lassano, chiamato a sé il maggiore e più aveduto figliuolo che habbiano, a quello publicano questo secreto. Se essi me la truovano detta d'altrui, io me gli rendo vinto. Da coloro che dicano ch'ella non si aspetta a me per non haver io lungamente praticato in essa, l'opera medesma mi deffenderà, perché, manchando im parte alchuna., mostrerà che questi tali dicano il vero; non mancando, gli farà cogniosciare biasmatori e maligni. A colloro che dicano che io dovrei attendere a cose più utili rispondo cossì: che non so trovare la maggior utilità in questo mondo che il far giovamento altrui. A quegli che mi tengano prosuntuoso im publicar questo secreto, a quegli rispondo che gli è meglio che molti sappiano il bene che pochi lo tengano ascosto. Non si accorgano costoro che, facendosi ciò, l'arte pervirà alle mani di tali che, là dove i poveri mastri calcinano il piombo et lo stagnio, riavendo consideratione a quello che fanno questi mettalli bassi e vili, si metterano a calcinare l'oro e l'argento per farne esperienza; e là dove bene e spesso ella è stata tra persone di poca consideratione, andarà per le corti tra spiriti elevati et animi spechulativi. A quei che mi tasseranno della lingua, risponderei che io ho parlato nella materna mia durantina, in quel muodo che ricerca la materia dell'arte. A quegli che mi tasseranno del scrivare e del dissegnio, dico che io ho fatto quel che io so e non son ubligato a far più. Conducan essi il dire, il scrivare et il dissegnio a più perfettione che io harò obligo loro. Allora intervirà a questa fatiga mia quello spero intervenga all'arte del vassaio che, vista da molti e da molti manegiata, condurassi alla sua perfettione. State sani.
Servitore Cipriano Picciol Passo
<
Muodo
di còr la terra
9
Muodo
di conciarla
11
Muodo
di lavorarla
13
Ragionamento
de' diversi usi di vasi
16
Muodo
da far le viti
17
Como
si attacano le maniche e i becchi
19
Per
far vasi senza bocca
20
Muodo
di far li torni
23
Muodo
delli mugiuoli e suo' incastri
25
Torno
in piedi
27
Ciò
che mugiu[o]lo e ciò ch'è schudella
28
Lavori
che si fano sul mugiuolo e su la schudella
29
Diverse
maniche
30
Schudella
di cinque pezzi
30
Misure
de' llavori
31
Muodo
di lavorar con la palla e con il pallone
33
Stecche
da lavorare e sue grandezze
34
Ferri
da tornigiare et uso loro
35
Muodo
da far le case
36
Ciò
che si sia piron, taglio e ponta
37
Steche
da levar le case del torno
38
Muodo
di lavorar al torno
38
Muodo
di lavorar di formato
39
Muodo
di tornegiare
44
Como
si colgon le feccie et il loro uso
77
Muodo
di fare il marzacotto
48
Muodo
di fare il bianchetto
50
Muodo
di fare il verde
50
Muodo
di fare il zallo
51
Muodo
di fare il zallulino
52
Como
si fano gli fornelli di riverbero
53
Accordo
di stagnio al fornello
55
Muodo
di calcinare il stagnio
55
Muodi
di abrugiar il piombo
56
Collori
urbinati e durantini
57
Collori
di Marca
59
Collori
castellani
61
Collori
alla venetiana
62
Muodi
di far le fornaci da vasi
63
Muodo
d’infornar di crudo
66
Muodo
di cociare di crudo
66
Ritratto
della fornace e i suoi instrumenti
67
Mulini
che si usano per il Stato d’Urbino
68
Mulin
fuligniato da dua pile
71
Mulin
veneziano
72
Muodi
di pestar gli marzacotti
72
Compimento
dé collori urbinati e durantini
73
Coperta
cruda
74
Coperta
cotta
75
Compimento
dei bianco ferarese
76
Compimento
dei collori di Marca
78
Compimento
de' collori castellani
80
Collor
fuligniato
81
Bianco
da Ravenna
82
Bertini
diversi
83
Azurini diversi
84
Negri diversi
85
Sbianchegiato
85
Compimento
de' collori venetiani
86
Maiolica
87
Muodo
d'infornar la maiolica
88
Muodo
da far la fornace della maiolica
88
Muodo
di cociare la maiolica
91
Burnimento
della maiolica
93
Muodo
di macinare il bianchetto per dipingiare
95
Ciò
che si sia piletta e como si macinano li collori
95
Muodo
di macinar il bianco
96
Muodo
de invetriare
97
Muodo
di dipingiare
100
Muodo
di far penelli
100
Muodo
di far le miste
102
Como
si invetria il bianco ferarese
104
Rimedii
ai suoi
bugi
104
Muodo
di far pigniatti
106
Collor
da pigniatti
106
Muodo
dì copertare
107
Muodo
d'infornare di fenito
107
Muodo
di cociare di fenito
110
Muodo
di far troffei
112
Muodo
di far rabesche
112
Muodo
di far cerquate
114
Muodo
di far grotesche
114
Muodo
di far fogliami
115
Muodo
di far fiori
116
Muodo
di far frutti
116
Muodo
di far p[a]esi
117
Muodo
di far porcellana
119
Sopra
bianchi e quartiere
120
Groppi
121

SANO
gli huomeni de l'arte de' vasi, nella città di Urbino, la terra che si coglie
per il letto del Metauro, e quella colgano più ne l'ìstate che per altri
tempi. E tensi tal muodo nel coglierla. Quando cascano le piogge ne l'Apenino,
alla radice del quale nascie detto fiume, ingrossano le sue aque e si fano
torbide; e cossì torbide, cambiando per i suoi letti, lassano quelle parti più
sutili di tereno che, nel venire allo in giù, rubbano a questa et a quella
sponda. Ingrossano, queste parti, su per le arene di detto fiume un piede o doi.
Queste colgonsi et se ne fanno montoni per il detto letto. Molti sono che le
lassano secare al sole e dicano che si regano meglio nel lavorarle, altri dicano
che si purgano, perché, poste, cossì secche nei terai, o voglian dir conserve,
dove si tengano, convien di nuovo molarle, cossì, rimolandosi si fanno più
pure. L'una e l'altra sorte ho veduto adoperare io senza cogniosciarvi molta
diferenza. Perche lo avertimento è di cogliarle nette dalle radighe delle herbe
e dalle foglie degli alberi, e da certe giarine, avertendo, che, nel venir che
fanno le aque alla china con impeto, fan precotare i sassi l'uno con l'altro
tra' quai ve ne è di una sorte che tengano di
calcina. Questi, mescolati
con detta terra, fanno
grandissimo danno.
Il medesmo muodo si tiene nella Terra di Durante, patria mia, la qual da tre lati bagnia il detto Metauro, come si dirà nel suo ritratto. Questo medesmo si fa per la Romagnia, come a dir Faenza, che tiene il primo luogo per conto de' vasi, Furlì, Ravenna, Rimim, et il medesmo a' mie' dì si è fatto in Bolognia, e credo in Modena, in Ferara, et altri luoghi per la Lombardia. Vinegia lavora la terra di Ravenna et di Rimini e di Pesaro per la migliore. Vero è che, spesse volte, operano di una sorte che si cava alla Bataglia, luogo poco lontan da Padova, ma la miglior, per quanto intendo, è quella che vi va da Pesaro, quando ella è còlta netta. Hanno lavorato in Corfù un Giovanni, Tiseo et Lutio, frategli e figliuoli di un Alessandro Gatti della Terra di Durante. E, per quanto mi han detto, coglievano la terra sopra una montagnia non molto lontan dalla città, la qual montagnia dicano esar nuda e sterile senza alchuna sorte di erba o arbori. E quella coglievano al tempo delle piogge come usam noi pei letti dei fiumi. Per la Marca di Ancona, in molti luoghi, si lavora terra di cava et, in molti, di fiumana. A Genova intendo che si lavora quella di cava, in Leone quella del Rodano, in Fiandra quella di cava, dico in Anversa, là dove già vi portò l'arte un Guido di Savino di questo luogo, et ancor oggi ve la mantengano gli figliuoli.
Gli è adunque da sapere che là dove sono i teren bianchi, o vero che tenghino di genga, in tutti quei luoghi, dico, ve si corrà terra da far vasi. In Spelle, lontan da Fuligni circa quatro miglia, ne l'Umbria, ho veduto còrre io la terra in questa guisa: hano fatto, dico, cavar nel tereno fosse di cinqui piedi per ogni verso, alte tre piedi, lontan una da l'altra circa un piede; et in quel piede di teren sodo, che rimaneva tra l’una e l'altra, fatto un canale, acciò l'aqua potesse descendare per le dette fosse e cossì, piovendo e rasciugandosi spesso, si è cavato più di dua some di terra per fossa. E questa, per tutta Ittalia e fuori, intendo che si chiama terra creta.
Ne trovo che Dioscoride ne facci altramente mentione, né che'lla nomi particularmente. E solo dice che gli testi delle fornaci, lungamente abrusciati, causano l'eschara nell'ulcere che, forsi, credo io, intese questa. Ma gli è gran diferenza, in Italia, tra la terra da testi e quella da vasi, imperò che l’una è bianca e legiera, e l'altra è rossa e pesa. Né trovo ch'egli ragioni d'altra che dell'Eretria, della Samia, della Chia, della Omelia, della Pnigite e della terra delle fornaci, non spacificando altrimente la terra da far vasi. Basta che, dove sarà teren liscio e bianco, e che tenghi di genga, se bene non vi sarano fiumane, facendo le sopradette fosse, o vero cavando sotto, si corà o troverassi terra da vasi, che cossì affermano gli antichi professori di questa nobilissima arte.
MUODO DI COR LA T[E]RRA
OVE NON SON FIUM[A]NE
DI
BATERLA, SCIEGLIERLA E DI COLARLA
CHE SI USA GENERALMENTE

OGLIANO
molti, per fare il bianco allatato, convertire la terra quasi in aqua, e quella
colare per certi panni grossi e radi; altri per certi crivelli tondi di cuoro
forati; altri per staccio largo. E quella colatura servano in certi vasi cotti
una volta e, cossì asciutta alla bastanza, la lavorano. La terra per far vasi
comuni si concia in altra guisa, imperò che la se distende sopra una tavola
grossa mezzo piede. Distesa, la si batte con un ferro largo quatro dita, longo
quatto palmi in circa, di peso d'un dodici libre. Poscia, batuta cossì bene tre
o quatro volte, tutta diligentemente con mano si rimeni a guisa che soglion far
le nostre donne la pasta per il pane, nettandola da ogni brotura. Et allora
ch'ella si sente ben liscia tra le mani, allora, dico, se ne formano palle o se
ne fa una massa come meglio richiede l'arte. E quella, puoi, sopra il torno
lavorasi, o nelle forme di gesso si distende, come si ragionerà. Circa al modo
di coglierla, senza replicare altrimente con parole, nel disegno si è mostro
quel che già si è detto per avanti.
Cavasi quatro piedi nel tereno, le fosse da còr terra a fila a fila, sì che la torbida aqua scendar possi agevolmente pei canali suoi.
Gli è bene d'avertire che il luogo dove elle si fano habbia alquanto del chino. Lasansi puoi cossì mentre elle fiano asciutte; poscia cavasi e reportasi; e questa battasi o ver colasi come più piace a chi la deve operare.
Batuta che si harà la terra, s'ella morbida fia più che'l dover, la getta sul muro o sul teren sciutto e ben netto.
Sogliano i nostri lavoranti, quando hano batuta la terra, s'ella gli par troppo morbida, stenderla sui muri delle nostre case et, asodata alquanto, conciarla. Per asodarla, quando la si cola, mette in certi vasi come già si è detto.
Apendasi al solaio un cribro o un staccio, su quel si getti poi la terra molle, sì ch'eschi fuor la parte più sutile, della qual s'empion certi vasi rotti. Ivi lassi puoi asodar tanto che l'artefice possi farne i vasi.
Questo è quanto a me pare che si possi dire d'intorno alla terra, racordando solo che quella di cava, per far lavori a l’urbinata, il color suo deve essare bianco, imperò che s'egli fosse celestrino, sarìa troppo gentile e non pigliarìa il bianco di stagnio. Gli è ben vero ch'ella sarìa bona per chi volesse lavorare alla castellana con terra da Vicenza, imperò che se gli da la terra detta, da crudo. Vedete quanta diferenza è da questa e quella di fiume. Quella di f[i]ume, allora ch'ella è bene azurra, è bona e viene più ligiera, più densa, e senza alchuna ruidezza.
MUODO DI LAVORA[R]E AL TORNO

ASSI
un torno, nel muodo che vederete qui di sotto ritratto, sopra il quale si fano
tutte le sorti di lavori: dagli aborchiati, smartelati, ovati, scuadrati et
intagliati im puoi, imperò che tutti gli lavori che vi si fanno su bisogna che
habino il giro perfetto. Quivi non vi si può formar triangolo, ne longo né
bislongo piatto, perché tutto quello che manca di circulare perfetione, nel
torno non può farsi. Gli lavori che vi si fano su sono questi:
Schudelle
con orlo e senza
Schudelini
Boccali
con bocca e senza
fogliette
Baccile
cavati da l'argento
Bronzo
Tazzoni o vogliam confetiere.
Ongaresche dette, in Vinegia, piadene.
Piatti strati o vogliam piani.
Piatti con fondo piede e senza.
Tondi con il fondo e senza.
Saliere a fongho.
Tazine o vogliam ciotolette.
Fiale da tener olio, acceto et aqua.
Fiaschi da vino, acceto et aqua.
Albarelli da spetiarie et da confetioni, lettovari et unguenti.
Diversi vasi cavati dall'antico.
Vasi a pera et a palla.
Vasi da dua corpi.
Vasi a torre.
Tutto ciò che si fa con il giro perfetto si può far nel torno, altrimente gli è vano ogni disegnio. Ma perche il parlar mio sia inteso, ne porò qui di 3 o ver 4 ragioni, brevemente tratando come intieri e come scavezi si fano.

Il presente, che qui si vede, alchuni lo chiamano vaso a pera, e questo molti sono che lo fanno tutto di un pezzo, molti di dua, altri di tre. Io non ragiono delle maniche, né del coperchio, porcile queste vanno da per sé. Di qui aviene che alchuni lo chiamano vaso da dua maniche, altri vaso dorico. Il farlo di un pezzo, levatogli le maniche et il coperchio, tutto il resto si tira puoi di una palla di terra. E quando egli fia, puoi, asciutto alla bastanza, sì tornegiasi come si dirà degli altri lavori. Il di dua pezzi è quando egli si è tirato di altezza per insino a l'A. Ivi lassasi, et il rimanente da quello in su, si fa d'un altro pezzo. Il farlo di 3 pezzi si forma tutto il tondo B da gli doi A primi a gli doi A ultimi. Et il piede si fa da per sé, come il collo, avertendo che, tornigiandosi gli detti pezzi, nel corpo B vi si lassano le sue prese, o vogliamo cavi, per ragiungiarli insiemi. E questo sono molti, mentre il vaso è verde, dico, che lo incofano, tornigiato ch'egli si è, con la barbatina o vogliam dire luto, del quale si ragionerà più oltre. Altri lo cuocano cossì im pezzi e, poscia cotto una volta nel detto muodo, con la coperta lo ragiungano a l'ultima cocitura. Ma quegli che vano di 3 pezzi, a questi non vi si gli appiccano maniche perché non ve se gli atteriano in muodo alchuno.
Parimente quest'altra sorte, che quivi vedesi, è da molti detto bronzo antico, altri lo chiamano boccale antico dalla bocca a lepore. In questo sono due cose non di poca maraviglia: l’una è vedere un vaso di giro perfetto che tondegia di tutta perfetione; l'altra la sua boccha, pendente in fuori, storta, molto lontana dal primo ordine. Quivi è d'avertire, perché la bocca va formata tonda. Puoi, diligentemente, se ne taglia una parte per lato con un fil di

rame, e l'altra, piegandola cossì con mano, si fa trasportare in fuori. E per questo, a detta boca, manca la sua perfetione. Di questi, parimente molti sono che gli fano e di dua e di tre pezzi, ma il bel fargli è di un pezzo solo, escetuando la manica la quale se gli attaca puoi ch'egli è tornigiato, come si è detto a l'altro. Intendendo che, tutte le maniche che si vedrano mai al mondo a vasi di terra, possi dir liberamente e sostenere ch'elle gli fuorono attacate da crudo, imperò che l'arte non comporta che si attachi cosa da fenito, con la coperta o con altro colore minerale, che non habbia sostentamento o che non recaschi attorno, su l'altra sua parte, con il suo sostentamento. Imperò che, in aria, non riman cosa, al fuoco incolata, con colore che habbia del fusibile. Resterà bene la incolatura de la barbatina ma altro non già. Il luoco che viene tagliato è quella mezza luna là dove trapassa la linia A. Questa si fa da tutt'a dua le bande, aiutando il pendare della bocca, là dove si versa l'aqua con la mano. Non negerò già che gli vasi non si possine fare di più pezzi, e quelli incolarsi a l'ultimo fuoco. Tutto che gli pezzi venghino sopra posti, altamente gli è imposibile e, per ancora, questo secreto non è ne l'arte. Il presente, che quivi di soto vedesi, si chiamano fioloni da sciroppi. Questi si fano im più muodi perché, in questa guisa, sono le fiole da tener olio che usan noi per servitio delle case. Vero è che non se gli fa coperchio. Altri si fano con la bocca larg[a], ma io metto sempre gli più eccelenti. Altri con la bocca a vite ad uso delle

fiasche di argento. Questo secreto non voglio io passare cossì de legieri perché gli è cosa troppo bella e troppo ingegniosa e molto dificile. Gli è adunque da sapere che gli vasi a' quai vanno le vite si fano senza collo, come sarebbe a dire il presente fosse tagliato nella cornige della linea A. Vo' dire ch'egli fosse fatto dal rimanente in giù. E chi volesse pure farlo intiero, possi, per menarlo più giusto; e questo lodo. Puoi, fatto, tagliasi da quello in su, con il filo.
Riformesi poi di nuovo sul torno un'altra bocca, grossa un buon dito attorno atorno, forando detta terra fino al fondo. Puoi habiasi la sua steca con tre o vero quatro denti e sia di legniame ben duro e pulito. E questa, posta dentro la terra, volgendo i denti della steca ver se, pian piano, per insin che quei denti si imprimano ivi daendo sempre al torno ligiermente. Ma mi pare di ragionare in aria se io non vi faccio vedere la steca, perché, senza, gli è gran cosa intendarmi. Ecovela!

E fatto tutto questo tagliasi quella terra, cossì incavata su del torno, tagliasi e quella fendasi per mezzo un de' lati come qui vedrassi.

Feso che gli è, facciasi callare il lato B o ver A, qual vien più comodo a colui che lavora. E calli tanto, che il primo giro dello rilievo che ha fatto la stecca si giunghi con il secondo, il secondo con il terzo, et il terzo con il quarto, acciò che il quarto habbia prencipio da sé e cossì il primo. Alora vedrassi che là, dove erano prima quatro giri perfetti riuniti, cossì, con questo callamento, si vedrà un sol cordone caminare per dentro a quel concavo et havere prencipio e fine. E perché quella parte che calla viene avanzare per dissotto alquanto, e quella che resta riman per di sopra di avanzo, come

quivi vedrassi, tagliasi adunque quello avanzo della parte B e ingiungasi alla parte B di sopra, e cossì tornerà il tondo perfetto. Questo attacasi con la barbatina sul suo vaso e lassasi cossì per un giorno fermare. E allora ch'egli fia sodo talmente che vi si possi imprimare il suo maschio di terra molle, di quella se ne facci una lastrina grossa mezzo dito di largezza, si ch'ella riempa quel cavo. Là dentro, diligentemente si calchi, di maniera che vi resti il canale di quel cordone che è dentro al collo del vaso. Puoi string[a]si quel avanzo che di sopra rimane, tutto in una massa, slargandolo un poco acciò se ne cavi poi, con il ferro, un naso come meglio parà a colui che lavora, che viene a essare quello che solen vedere nei serratoi delle fiasche di argento. Poscia lassasi cossì fin tanto che, secandosi, le terre si slarghino in muodo che, avolgendo per il suo verso, il maschio eschi senza guastarsi. Molti sono che, prima che ve lo stampino, untano la femina con oglio. Questo è muodo più sicuro. Cossì si fanno le vite in questo esercitio, delle quai non intendo ragionare altrimente.

Resta a sapere che, quel becco ch'è trasportato in fuori, va fatto da per sé sul torno. Doppuoi si attaca sul vaso come si fano le maniche. Che alchun non credesse ch'egli si tirasse del vaso proprio, perché questa sarìa troppo gran sciochezza, chè dove va il giro non po' nasciare, se non di giro, il tarportamento. Et acciò che il mio parlare sia inteso, poniamo che con gli sesti si formi un circhulo; volendo cavare ima linia dritta, girando i sesti, a me pare imposibile. Si potrà ben formare un magiore o vogliamo un minor circhulo, ma che di esso se ne cavi linia di trasporto in fuori, dritta, o senza tutta la perfetion del giro, si va pensando in vano, come per esempio:

Ora chi vorà essare colui che di una perfetion di giro mi cavi una linia perfetta, o ver pendente, con il med[e]smo instrumento? Tanto sarebbe credare colui che dicesse di far gli vasi con le maniche e con il becco tutto a un tempo, quanto credare a colui che dicesse, voltando gli sesti attorno, voler formare una linia dritta.

È adunque da sapere che, fatto il vaso che vien col giro, se gli attacca puoi le sue maniche como stano le due linie A, con il suo becco che viene a essare il pendente B, come qui si vede. Questo basta per sempre quando si ragionerà delle maniche o vero de gli trasportati fuori di perfetione. Io potrei ragionare di molte altre sorti di vasi ma, prosuponendo essare inteso in questa sorte più dificile, non cercherò alungharmi altrimente con il dire, perché se io cominciasi a stendarmi ne gli vasi senza bocca, alle tazze da inganno, che sono cose che non han regula, mi alungarei troppo.
Ve ne porò solo di un'altra sorte, e puoi farem fine in quanto ai vasi alti.

Questo non trovo io che tra gli mastri italiani habbia altro nome che albarello, né altrimente si chiama nelle spetiare. Questo, regularmente, si fa tutto di un pezzo et ha le sue grandezze diverse, come si dirà al suo luogo.
Mi è venuto in animo mostrarvi come si fano gli vasi senza bocca, i quali si empano per il piede. Si formerà sul torno un vaso di questa sorte senza piedi:

Poscia se gli fa il suo piedi da per sé, con un cartoccio che arivi per insino alla cornige della linia A, avertendo però ch'egli non tocchi da verun de' lati, ma staghi da per sé per dritto filo, anzi egli viene a cssare sostegnio de detto vaso. E sia il detto cartoccio, o vogliam dire rimesso, cavo, sì che gli trapassi come qui vedrassi.



Ora credo che mi habiate inteso, sì per il dire come per il dissegnio. Adunque intorno a questo non si ragionerà più, chè ben si vedano tutti gli secreti suoi apparte apparte.
MUODO DI FARE GLI TORNI

UTTI
gli tomi, per tutti gli luochi che ho veduto io, sonno di una maniera; et il
simile intendo da coloro che hanno veduto più di me. Tutti, dico, sono di
legnio, a bene, che molti si faccino con la gamba di ferro, niente di meno tutto
il resto va di legnio. Et anco intendo che, la gamba, è megio di legnio ch'ella
non è di ferro, la quale si fa grossa quatro dita per ogni faccia. Molti la fan
tonda; questo, in quanto a me, non ha regula e non importa. La rota, puoi, va
della medesma grossezza e, dove non si trovano le asse tanto alte, si fa di asse
più sutili, sopraponendole una per il contrario de l'altra, in quel muodo che
si soprapongano le rotelle o vogliam le taraghe. E tutto questo si fa
affine che la rota pesi più, perché, nel lavorare, va con più prestezza. Ma,
per essare meglio inteso, ricorerò al dissegnio.

Eccovi ambedua le rote sopraposte, l'una per il contrario de l'altra. Queste se incatelfano come i fondi delle botte, puoi si soprapongano et inchiuodonsi, avertendo ch'elle spianino bene insiemi, cioè che la parte A si accosti bene alla parte B. Vero è che quelle di tutta grossezza sono meglio e dano miglior lavorare.
Non sono ancor sciguro che mi haviate inteso. Dico che si fano duo rote congiungendosi ogniuna da per sé, puoi spianesi l'una con l'altra afrontando il giro par pari. Questa cossì si cavigli, e voi essare da un de' lati, per sin

a l'altro, di longezza di piedi quatro
in circa, conio a dir dal lato C al lato D, che, partita, questa longezza sarà
doi piedi. Con questa si giri puoi formando la sua pertetione, e cossì si fano
le ruote, in mezzo delle quali vien posta la sua gamba, lasandoli sotto quel
avanzo che rima[ne] (a tenere la rota lontan dal tereno) un peduccio o vogliam
dire casteletto.
Molti sono che lo lassano del legnio medesmo de la gamba, altri lo inchiuodano sul torno; e questo si fa acciò che la ruota non balli ivi, come qui vedrasse.

Il casteletto, del quale habiam parlato, è quello dove giunge la linia A. Quel puntello che si vede dì sotto va di aciaio ben duro e questo si ferma sopra una pietra focaia. Molti ho veduto io che vi han sotto una lastra di acc[i]aio, medesmamente temperata, durissima, con un piccolo accenamento, in mezzo di un foro, là dove si deve fermare il puntello. Questa si fa larga quatro dita et è detta, ne l'arte, la ravola. Sul pian de casteletto, adunque, si spiani la ruota in tal guisa ch'ella non pendi più da un lato che da l'altro. Fatto questo, fermasi e cavigliasi, se gli è possibile, sol suo peduccio, overo si zeppi talmente che un piede non si muovi o scuassi in muodo alchuno. E questo basti in quanto al torno, dico alla ruota di sotto.
Mi resta mostrarvi il mugiu[o]lo che è una rota di largezza di un piede, grossa quatro dita. E questa è forata da un de' lati per insino al mezzo, et il suo foro è quadro quanto è quel ferro che si vede alla somità della gamba del torno. Altri fanno il ferro in croce, altri a serpa, altri in torma di dua lune come qui nel dissegnio vedrassi.

Et il medesimi incavo si fa nel mugiuolo dalla banda di sotto. E va tanto incavato che tutto il quadro, o vogliam tutta la croce, entri nel mugiuolo. E puoi che io vi ho ragionato della sua grandezza, gli è conveniente che io ve lo mostri che, cossì vedendolo, pigliarete forsi meglio il mio dire.


Ora mi riman mostrarvi il torno con il
suo mugiuolo sopra giunto al suo asse ove egli si attiene; e cossì se intenderà
ciò che è torno e ciò che è mugiuolo quando si parlerà
di esso al far de' vasi. Io vi ho posto questo primo mugiuolo alla
riversa per mostrarvi l'incastro del ferro.
In quest'altro vi mostro come egli va sulla rota attacato al suo asse con il terrò che lo abraccia.


Eco che vi ho posto il torno: il banco
da sedere che è quello ove termina la linia H, l'asse dinanzi e quello dove è
posto la E, la stecca dalle mani è quella dove termina la linia G, la stanga
dove si tiene il piede è quella dove termina la linia H. Ora io vo prosuponendo
oramai che intendiate come si fanno i torni.
Mi resta mostrarvi la schudella e l'altro mugiuolo prima che si ragioni del lavorare. La schudella non è molto differente dal mugiuolo, tutta di una grandezza, attale che, più tosto schudella che mugiuola chiamarei, perché gli è quasi di un par rilievo. Ma perché la chiamano cossì coloro che l'operano, per me non voglio che se gli corompi il nome. E per farvi veder che gli è come dico io, intendo mostrarvele nel dissegnio.

Vedete quanta diferentia fan o certi che a quella che voi vedete segniata A la chiamano schudella, et a quella segniata B chiamano mugiuolo. Queste si fanno fare da gli tornai, alquanto incavate dalla banda di sotto, come si vede a quella là ove termina la linia C. Ora questa è la differenza che è tra la schudella e il mugiuolo. Evi puoi il mugiuolo piano, che è quello del qual si è ragionato che va nel ferro; questo non si cava mai.
Ora diremo de gli lavori che si fanno su
la schudella, quegli che si fano sul mugiuolo e sul mugiuol piano.
Tazzoni o
vogliam dir confetiere
Coppette
Ongaresche o
vogliam piadene
Piatti
strati, con il tondo e senza
Tondi
Schudelle
sutili
Schudelini
Schudelle
da
l'impagliata
Tazze
Tazzine o vogliam ciotolette
Tutti questi lavori si fano su la scudella con la palla, della quale si ragionerà più oltre. Ma prima intendo dire de tutti gli altri lavori, asegniando le sue misure, come si vedrà. Tra questi ve ne è di dua sorte che si fanno di dua pezzi: come le chudelle da l'impagliata, alle quai va il suo coperchio e, parimente, alle tazine che vi va la manica. Molti sonno che ve ne fano dua, ma a me non piace.

Ora io vi ho posto qui quatro sorti di
maniche che si usano alle tazze. Io non ragionerò de gli coperchi da
schudelle, perché questi vano tutti a un mu[o]do, escetto quelle di 5 pezzi,
delle quai, prima che io vadi più oltre, intendo ragionare.
È dunque da sapere che gli cinqui pezzi de che si compone la schudella da donna di parto, tutt'e 5 dico, fanno le sue operationi e, poste tutt'a 5 insiemi, formano un vaso. Ma per essare inteso meglio veremo al dissegnio.

Questi sono tutt'a 5 gli pezzi della schudella. L'ordine di farne tutto un vaso è questo: il taglieri si riversa su la schudella, cioè quel piano dov'è il numero 2 va volto sopra al concavo della schudella al n. 1, il concavo de l'ongaresca va volto sul piedi del taglieri, la saliera va posta cossì im piedi nel pie' de l'ongaresca, sopra la quale va il suo coperchio come qui si vederà.

Ecovi che tutte fano un sol vaso come il
presente, cosa no di poco ingegnio. Altri sono che le fanno di 9 pezzi,
tenendo sempre il med[e]smo ordine, e queste si chiamano schudelle de 5 pezzi o
vero di 9.
Queste sono le misure de gli lavori che vi ho ragionato inanzi; a' quale, per più chiara inteligentia, si è fatto la mirà del giro, avertendo che spesso, sopra una misura, si fano di 3 e 4 sorte di lavori, come si vede separato con le sue lime:

Ecovi gli lavori che si fano sopra la schudella con la palla:

Vasi a pera
Vasi da un
corpo e mezzo
Bronzi
antichi
Albarelli
Boccali
Foglietto
Fiole
Fiaschi
Queste sono le sue misure, cioè de
l'altezza e del corpo, avertendo
però che, se bene non sono di tanto circhulo, si è posto questo per esempio;
gli avanzi del circholo e del dritto filo si è lassato per la bocca. Io non
ragiono del piedi perché egli si accena col dito nel farsi e non si lassa molto
in fuori, secondo che richiedano i lavori.
Questi si fano tutti sul mugiuolo e le
loro grandeze sono poste su le misure de gli lavori sutili, come si vedrà da
l'A per insino al D.
A
Piatei tornigiati grandi
B
Piatelli tornigiatelli
A
Piatelli duzinali grandi
B.C.
Piatelli duzinali piccoli
A.D.
Capelotti
Ancora mi resta mostrarvi quelle dua
sorte de lavori che si cavano di massa, che sono questi:
Schudelle
alla foggia
Schudelini
Le schudelle tonde alla duzinale si fano
con la palla sopra la schudella.
Ora mi resta porvi le case, le quai vano
tutte un dito maggi[o]r de gli lavori da' quai che pigliano nome. E queste tutte
si fano sul mugiuol piano. Ora eccovele:
Case da tazzoni
Case da
copette
Case da
piatti
Case da schudelle. Case da bronzi.
Case da schudelini. Case da baccili.
Case da saliere, da tazzine e schudelle alla venetiana.
Tutte queste si fanno di tarcholi come
si dirà.
Gli è adunque da sapere che sopra il mugiuolo piano si fanno tutti gli lavori chupi, come già si è detto, e tutti gli lavori sutili si fano su la schudella. Tutti, dico, si fano di palla: da le schudelle alla foggia e gli schudelini impuoi. Le quai dua sorte si fanno di massa in questa guisa: fassi una gran massa di terra, come a dire un 30 o 40 libre, come più piace a colui che lavora, e questa ponsi sul mugiuolo piano come qui vedrassi; poi se ne cava gli sopra detti lavori. Vero è che se ne potria cavare di più sorti, ma non si usa. Ora eccovi la massa sopra al mugiuolo e la palla su la schudella.


si penserà che siano d'arteglieria; ma
per cavargli di questo dubbio se gli fa sapere ch'elle sono di terra fatte al
proposito nostro. Imperò che, colui che vole lavorare, subbito ch'egli ha
concio la terra, fatto di essa un pastel longo, ne taglia pezzi di grandezza di
un buon pan buffetto. Il che fatto, piglia ad una ad una gli detti pezzi e
quegli tagliando con la palma della mano, come tagliano il pane i nostri
biffolci, più volte sbattendo, la rimette insiemi nettandola se bruttura vi
trova. Il che fatto cossì con tutte, le reca là dove egli voi lavorare.
Gli è anco da sapere che non si lavora senza stecha, e questa fassi di legnio ben duro e liscio, grossa com'un pettine da la testa. Di queste se ne fano di quatro sorte, l’una de' quai si adopera per fare schudelle da l'impagliata, baccili a barbieri e piatei duzinali. Questa si vederà qui sotto segniata con la lucra A. L altra si adopera per lar tazze da l'impagliata, patti da carne grandi e saliere a fongho, e questa sarà segniata B. L'altra si adopera per tutti gli lavori sutili, e questa vederassi segniata C. Con l'altra si fanno tutti gli lavori chupi, e questa vederassi segniata D.

Gli è da sapere che là, dove si
veganno quei fori, vi si mette il deto di mezzo, come si vede nella mezza
steccha alle misure qua dietro, quando si lavora come si dirà.
Ora che habiam detto delle steche, ci
conviene anco dire de gli ferri e parimente mostrargli et insegniare come si
adoperino, quai lavori si tornegino. Gli è adunque da sapere che 8 sono le
sorte de gli lavori che non si tornegiano, come a dire:
Piatei
duzinali
Schudelle
alla foggia
Schudelini
Schudelle
tonde
Boccali
Fogliette
Fiole
Fiaschi
Tutto il resto d'i lavori che si fano sul torno vano tornigiati.
Ora eccovi gli ferri.

Ora che io vi ho mostro di 5 sorte di
ferri, vi voglio anco dire a che lavori si adoperino, perché, se io vi lassasi
cossì in aria, voi malamente ve ne potreste
servire. Ma
perché in questa
opera mia
non resti
cosa indarno, gli è
da sapere che il primo ferro signiato A, con quello
si fano
le cornigie
che si
vogano sul roverscio
dei baccili da lavar le mani et anco a fare certe cornigie ai piedi dei bronzi;
con il secondo B si refeniscano; con il terzo C tutti gli lavori si sgrossano;
con il quarto D si fano gli piedi
alle confetiere, o vogliam dir tazzoni; con il quinto E si refeniscano le cose
più gentili. Eccovi a che si adoperano gli ferri da tomigiare.
Ora mi resta ragionare alquanto d'intorno al far delle case là dove se infornano gli lavori, de gli tagli, delle ponte o vogliam smareile, de gli pironi. Questo farò con più brevità che sia possibile. È da sapere che le case vano fatte di dua sorte di terra: dico di terra da pigniatti e terra da far vasi. Alchuno forsi non m'intenderà. Gli [è] differentia grande tra queste dua terre, perché l'una è rossa e l'altra è bianca; l'una tien di miniera e l'altra no. Nella rossa, della quale se ne fano gli pigniatti, vi si vegano dentro certe scaglie come di oro, e l'altra tiene di genga, e quanto ella ha più de l'azzurro è migliore. Si piglia adunque di ammedua tanto, e mistasi bene insiemi, poscia se ne fano torcoli a questa guisa.

Questi si slargano puoi sul mugiuolo, poscia alzonsi alla bastanza et se ne fano le case come di qua vedrassi. Queste si fano grande e piccole secondo che richiede gli lavori.
E sapiasi che tutti gli lavori suttili se infornano nelle cas[e] escetto il duzinale.

Gli è da sapere che tutte le case vano forate di sotto, escetto quelle da gli bianchi che vanno sane, perché gli lavori se infornano im piedi. E perche io sia meglio inteso ve ne ho volto una alla roverscia, acciò vediate come elle vano forate, et hòvene fatto di dua sorte, o vogliam dire di tre, perché in queste non si ta altra diferenza che nel farle grandi e piccole, alte e basse.


Et è da sapere che tutte le case si fano sul mugiuolo piano e, fatte, su di quello si tagliano con il fil di rame; puoi si alzano da un de' lati et vi si mette sotto una delle dette steche e di puoi l'altra nel medesmo muodo. Fatto questo, si fa intrare questi dua avanzi di legnio sotto le braccia alla congentura della mano, fermando il dito grosso sopra la steccha, e gli altri vadino dalla banda di sotto e, cossì alzandosi par pari ambedua, si levi la casa su del torno. Queste non si adoparano ad altro et è gran differenza tra queste e quelle che io vi ho mostro prima, perché con quelle di prima si fano tutti gli lavori. Né si fa lavor di nisciuna sorte sul torno che non ve se gli adoperi la steca. Et ora che io sono a questo ragionamento, mi giova di dire come et da che mano elle si adoperimi. Gli è adunque da sapere che per far tutte le sorte di lavori sutili la steccha si opera con la man manca, cogliendo in mezzo alla man ritta e alla stecha il lavoro, cioè l'orlo del lavor di terra, e cossì tengasi sempre par pari. Il medesimo mu[o]do si deve tenere nel far il lavor chupo, ma allora la steccha si operi con la man ritta, tenendo dentro al vaso la man manca, affrontando il dito sempre con la steccha. E menesi più pulito che sia possibile, che questo è il bel lavorare.
Di
fuor sì come dentro facci uguale il suo lavor il mastro diligente, spianando
bene i mucchi della terra che soglian còrsi ne l'alzar del vaso.
Ora gli è d'avertire che quello instrumento detto il torno spengasi con un piede; e cossì si fa girare vellocemente. Girando il torno gira altresì la terra che è posta sopra il mugiuolo, o vogliali dir schudella; la qual, stretta con tutt'a dua le mani, di essa si fa ogni sorte de lavori.

Da puoi che si è ragionato fin qui del
lavorare al torno, mi sono risoluto di ragionare alquanto di fare le forme di
gesso e come si forma con la terra in quest'arte. Quivi è da sapere che il
gesso vole essar frescho e non troppo cotto, ben pesto e ben stacciato. Doppoi
in aqua tepida si distemperi, con mano diligentemente rimenato e rotto da quel
primo sodo ch'egli pigliò ne l'andar ne l'aqua. Poscia, cossì soluto, gettasi
sopra qual si vogli rilievo o cavo, tutto che, là dove egli si getta, sia di
terra fresca. Doppoi che il gesso harà fatta la presa, cavasi la terra
diligentemente e troverassi la forma netta e pulita, nella quale si potrà
formare come si ragionerà.
lo non mi stenderò molto in questo,
perché nella Pirotechenia del signor Vannuccio
Beringuccio, nobile sanese, a l'VIII libro, dove tratta del formar
diversi rilievi, si vede tutto quello che si può dire d'intorno al fare delle
forme. Però, chi appieno voi saperne, racorra
a gli studi di questo
signore, che harà quanto dessidera. Egli ha anco trattato un non so che de
l'arte figulina che in vero a me non spiace, ma dico bene che negli accordi de
gli colori sua signoria è stata gabata; nel resto egli ha detto sì diligente
che la pratica sua dorebbe essare studiata
da tutti gli huomcni de l'arte. Per tanto, passerò brevemente il far delle
forme, puoi che un signor tale mi ha tolto questa fatica, ne l'opera del quale
si vede, e con gesso e senza, e parimente ciò che si deve operare là
dove non si trova gesso, come si formino i rilievi e come i concavi, come si
fanno le forme di pezzi, et insoma tutto ciò che si può dire. Ora a me basta
di mostrarvi il muodo di formar di terra.
Io molto mi alungarei se di tutti gli lavori che vanno formati vi volessi ragionare; ma per abreviare il dire ve ne porò una particella, come de gli abborchiati, delle canestrelle, e dei bronzi. Fatto adunque le forme di ciaschuni di questi, formarassi la terra in questa guisa. Pigliasi un pal[l]on di terra ben concia e ben netta, di quella grandezza che richiede il vaso che si deve formare. Sia la terra morbida come si usa per lavorare al torno, e questa, amassata bene insiemi, si fermi sopra una tavola ben piana. Di puoi habbiasi doi righe grosse ugualmente, di questa grossezza come nella faccia di la presente segniata A [cm. 0,5], e large alla segniata B [cm. 3].

Queste fermonsi, per piano, sopra la
detta tavola allato al pallon di terra, cioè una per banda. Puoi habiasi un
filo di recalco o vogliam dir di rame, e sia tanto longo che avanzi quatro dita
da ciaschun de' lati del pallone. Perciò, preso quello avanzo in ambedua le
mani, e posto il dito grosso sul filo, calcando su le righe, si tiri cossì a ssé
che si taglierà per traverso il pallone; il qual, levato del suo luogo, rimarà
sopra la tavola una lastra di terra grossa quanto le righe. Quella si vadi
assettando nelle forme, o tutta intiera o fattone più pezzi, calcandola ben con
mano acciò che, se nella forma fosse maschera o altro di rilievo, pigli bene
l'impronta. Puoi rigiungasi le
forme insiemi, tagliatogli prima la terra che avanza attorno con l'archetto,
ponendo sempre, sopra il taglio che si deve ragiungiare con l'altro taglio,
della barbatina. Ragiunte, se non vi si può mettare la mano, puliscasi con il
Iegnio. Ma per mostrarvi appienamente
il tutto, et acciò che la capiate meglio, vi porò qui di sotto ogni cosa.
Ecovi il pallori che già vi ho detto, in mezzo alle sue righe, con il suo fil dietro; il quale, tirato in qua tutto in un tempo, fermando il dito grosso come già vi ho detto, verebbe a tagliarsi una lastra di terra in quel muodo che vedete nella tavola al B, che questo sarebbe appunto quel taglio che si vede nel pallon sotto la litera A.

Questo basti quanto al tagliar la terra
per formare. Mi resta mostrarvi le forme, il baston da pulire gli
concavi e l'archetto.
Ecovi prima la forma de le canestrelle, che è la A, con la forma del suo piede, che è la B;


Et è da saper che tutte le forme vano di concavo, dalla canestrella im puoi, che si forma sul maschio, come qui si vede. Ma puoi si volta dentro un cattin di legnio de la par grandezza, ivi se ne taglian tutti quei quadri bianchi segniati C, il simile fassi al suo piede, puoi si mette insiemi. Molti sonno che gli attacano il piedi da crudo con la barbatina e molti da fenito con il suo bianco, o vero con la coperta, la quale, chi non gli la voi dar schietta, l'atacchi col bianco e con la coperta amisto al paro, che è benissimo. Affrontate che si sonno le due parti della forma del bronzo, si pulischi per dentro via. Ma, perché la sua boccha non è sì larga che vi possi intrare la mano, però gli è de necesità di fare un bastone di questa

sorte, e con quella palla ch'è là, dal lato storto, andar pulindo per i concavi ascosti.
Eccovi il bastone che è quello ove termina la linia A. Con questo si puliscie per tutto dove non si può giungiate con la mano. Quello che è ligato seco è l'archetto, il qual si adopera per tagliare la terra che avanza di ffori dalle forme. Ora mi resta mostrarvi gli aborchiati, e questo faremo sotto brevità, imperò che vanno semplici come qui si vede.

Gli aborchiati adunque sonno questi: cioè quegli che hano certi rilievi in fuori come s'usa molto ne gli argenti oggi per le corti. Questa, dove termina la linia A, è una saliera, la forma della quale va di dua pezzi, che vien fesa appunto là dove termina la linia B. Posta adunque la terra nella sua forma, ragiungasi, come si è detto del bronzo antico, levandone le parti che avanzono con l'archetto. Pulita per drento, con il bastone, poscia lassasi cossì per sin tanto che si vede, là dove è apperta la forma, ch'ella si cominci a spicciare. Allora, diligentemente, se ne levi una parte e dipuoi l'altra. E così vi rimarà la saliera in mano; la qual puliscasi puoi nelle sue congionture e rassettasi dove fia di bisognio. In questa guisa si formino tutti gli altri lavori, d'intorno a gli quai si terà il medesm'ordine. Mi sono anco risoluto mostrarvi gli smartelati, acciò non passi cosa della quale io [non] vi habbia ragionato, et affine che l'arte sia compita.


NCORA
che di questo si sia ragionato nel disegnio dei ferri, mi è parso toccarne
alquanto, in questo luogo, acciò che appartatamente si sappia quai fiano gli
lavori che vanno tornigiati. Tutti gli lavori suttili si tornegiano. E per
tornegiarli si fa un tornegiatoio di terra alquanto minore de gli lavori.
Questo va fatto sul mugiuol piano sopra al quale si pongano alchuni pezzi di
carta. Puoi vi si drizzano gli lavori im bocca, o vogliam dire in giù,
drizandogli. Poscia, dritti, con il ferro se ne leva una gran parte per sin
tanto che le coste di fuori, o vogliam dir il rimesso, si confronti con il
rilievo di dentro e restino grossi alla bastanza, come sa il valente artefice.
Puoi vi si attacano le sue maniche, o vogliam piedi, secondo che ricerca il
lavoro. E questo attaconsi con la barbatina, la quale si fa cossì: pigliasi
della terra ben secca, o vero di quella ben morbida che avanza quando si lavora
al torno, su la steca G, la quale pare unguento; con questa si amista cimatura
di panni, poscia rimenasi benissimo et operasi cossì morbida che attacha
gagliardamente. Tutto che i duo lavori che vano attachati insiemi siano
parimente sechi o parimente verdi, altrimente si farebbe nulla. Ora eccovi il
tonigiatoio con il quale intendo far fine a questo mio primo libro.

Puoi che, pure con lo aiuto dello Altissimo, son giunto al fine del primo libro de l'arte del vassaio, sotto quella brevità che è stato possibile di farsi, non mi resterò per fin tanto che il secondo, et il terzo et ultimo, allato a questo non lochi. Però, chi leggerà questo primo mio, non si amiri né habbia per scherzo queste partichulari narrationi fatte d'intorno alle cose della terra, perché prosupongo ch'egli habbia non sempre a stare alle mani de gli mastri periti, anzi, ch'egli habbia, dico, ad andar fuori; fuori non pur dell'arte, ma d'Ittalia. Là dove facendosi cogniosciare a coloro che di lui vorano fare esperienza, mostrerassi forsi non men bello, non di manco pregio, se chura vi porano e diligenzia, ch'egli si facci nei paesi nostri. Poscia, rinoverà nella memoria altrui, il felicissimo Stato dello illustrissimo e eccellentissimo Guidubaldo II duca di Urbino. Felicissimo, dico, sopra ogni stato, per il governo de sì ottimo prencipe. Non dirò come, né quante sante, siano le mirabili constitutioni e le divine leggi di questo duca, perché, per sé stesse, sono sì chiare che più tosto io le ombrarei che mostrarne il puro, il luccido della sua chiarezza con il mio basso dire. Non si sa egli che lo Stato di questo prencipe è lo appoggio, il rifugio di ogni virtuoso? A questo si cognioscie ch'egli legitimamente possiede la sua monarchia. Quai populi, oggi in Ittalia, vivano più quieti? Quai, dico, sono quegli a chui le guerre odierne non gravino? Chi non teme altri? Chi quegli di costui, i quai, fatti sceguri sotto l'ombra di sì aveduto padrone, dormano le notti contenti nei lor letti et il giorno affatigano per gli lor bissogni? O veramente prencipe giusto e santo! O somma prudenzia! O inaudita bontà! La quale, per dare esempio di sé medesma, più dona che non toglie, più perdona che non castiga, più chiama che non scaccia. Vengano, insiemi insiemi meco, tutti gli populi suoi, anzi tutta la crestiana comunanza a pregare a l'Altissimo che nello conservi lungamente.