
IL FOGLIO- LIBRI del 21 gennaio 2010
recensione di Maurizio Stafanini
Tra il 330 e il 320 a.C.: su presumibile incarico di Alessandro Magno, Pitea di Marsiglia non solo naviga attorno alle isole britanniche, ma arriva anche in una terra di Thule poi variamente identificata tra l'Islanda e e la Norvegia, e di cui è il primo a descrivere il sole di mezzanotte, l'aurora polare e i ghiacci polari. Davvero vi ebbe notizia su altre terre che oltre l'orizzonte? Anno 61 o 62 d.C.: Seneca scrive quella tragedia "Medea" a un certo punto della quale il coro pronuncia una profezia misteriosa: "Verranno secoli, nei tempi più tardi/ in cui Oceano allenterà i vincoli degli elementi/ e si dispiegherà in un'immensa terra/ e Teti metterà a nudo nuovi mondi/ e fra le terre Thule non sarà più la estrema". Riferimento letterario al mito di Atlantide, invettiva no global ante-litteram, eco di quelle notizie che potevano essere rimbalzate attraverso Pitea, reminiscenza di una sapienza anche più antica? 26 giugno 363: presso Ctesifonte, nell'attuale Iraq, il trentaduenne imperatore Flavio Claudio Giuliano Augusto è ferito a morte durante un combattimento. Davvero lo ha colpito un persiano? O sono stati i cristiani che l' hanno soprannominato "l'Apostata" per la sua politica di revisione del favoritismo costantiniano a loro favore.
Tre fatti storici, cui sono agganciati tre misteri. Mario Farneti tra 2001 e 2006 ha avuto grande successo per la trilogia "Occidente", in cui immagina una "storia Alternativa" del mondo a partire dal 1940, sull'ipotesi di un Mussolini che rimane neutrale. In questo nuovo libro fonde gli spunti del viaggio di Pitea, del coro di Seneca e della morte di Giuliano per immaginare un'epopea vertiginosa. Avvertito dagli spiriti di Ettore e di Omero, Giuliano scampa per un pelo all'attentato, me ne approfitta per fingersi morto. Invece, dopo un viaggio in incognito si ricongiunge con un esercito da lui mandato in Irlanda, che prima aiuta i locali a respingere dei terribili giganti Fomoriani. Poi si imbarca per la rotta che sarà dei vichinghi e che il romanzo attribuisce a Pitea, attraverso le Færøer, Islanda e Groenlandia, fino all'America del Nord. Lì sosterrà nuove campagne militari e di esplorazione fino alla scoperta del Pacifico: via via avversario e alleato di tribù indiane, di protoaztechi, di celti, di una spedizione romana mandata dal nuovo imperatore Valentiniano a toglierlo di mezzo. Alla fine imporrà la pax romana attraverso un nuovo "Impero del Sole" tollerante e multietnico, che prefigura gli Stati Uniti fin nei simboli: il motto "e pluribus unum; l'Aquila calva con negli artigli l'ulivo e le frecce; la moneta del dollarium.
Spassosa è l'identificazione tra i toponimi della realtà e quelli della fantasia. New York, ad esempio, è fondata da Giuliano come Novum Eboracum. Il Mississippi il Megapotamos. E San Francisco Oppidum Francorum. Malgrado Farneti la presenti come un'ucronia, manca però un elemento tipico di questo tipo di letteratura: la descrizione di come il mondo di oggi sia stato cambiato dal diverso corso degli eventi. Mentre l'Impero del Sole si sviluppa, infatti, quello Romano va incontro al suo fatale destino senza variazioni, e gli eventi narrati potrebbero benissimo essersi verificati nel nostro continuum spazio-temporale: basta immaginare che negli undici secoli che la dividono da Colombo la "romanità d'America" si sia estinta da sola , lasciando agli indiani quei frammenti di mito e quei reperti tuttora cari ai cultori di archeologia alternativa, che Farneti confessa d'altronde di aver saccheggiato. Ma è un dettaglio, che non inficia la godibilità dell'insieme. "E' del poeta il fin la meraviglia", spiegava il cavalier Marino.
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