
I CERAIOLI
Sono le persone deputate a portare i Ceri: in linea di diritto tutti gli eugubini di nascita o autenticamente acquisiti. Portare il Cero è un atto qualificante della vita di un eugubino e può avere un riflesso positivo nella professione e nei rapporti interpersonali. Contrariamente a quello che si può credere il ceraiolo non deve avere requisiti fisici particolari. Ogni ceraiolo infatti in base alla propria struttura fisica può essere utilizzato al meglio in determinati pezzi del percorso.
È vitale per la Corsa che i ceraioli siano il maggior numero possibile, anche se attualmente si riscontra un esubero, che fa reclamare da più parti un allungamento del percorso.
Per diventare un buon ceraiolo la prima virtù è la “pazzia”, che in fondo è la coscienza di sapere
che cosa si sta facendo. È la ricerca del giusto equilibrio tra allegria e serietà, tra azzardo e sicurezza, equilibrio che nasce dalla tradizione, dalla devozione verso gli antenati e verso quella somma di valori umani e spirituali che il Cero sintetizza. Non ci si può infatti avvicinare al Cero a cuor leggero. Non si tratta di una esibizione di forza o di un gioco, ma è una testimonianza di civiltà....
La seconda virtù del ceraiolo, quella necessaria per fare carriera, è “la ‘gnoranza”, che non va considerata “non conoscenza”, quanto piuttosto determinazione nell’eseguire il proprio dovere e nel reclamare i propri diritti acquisiti.
L’APPARTENENZA
In origine l’appartenenza al Cero era regolata dall’affiliazione ad una determinata Corporazione, e veniva tramandata con il mestiere di padre in figlio. Da ciò derivavano una serie di obblighi, non sempre graditi, quali l’organizzazione del trasporto e le relative spese.
Al Cero di S.Ubaldo appartenevano i muratori, gli scalpellini, i fornaciari, i cavapietra, che si riconoscevano nell’Università dei Muratori.
A quello di S.Giorgio aderivano i merciai (l’Università dei Merciai fu abolita da un decreto napoleonico nel 1801, da A. Barbi, “La festa dei Ceri”, 1993, pag. 24) e tutti gli artigiani rappresentati dalla Università dei Fabbri, Falegnami, Sarti, Calzolai, per citare quelle ancor oggi esistenti. Facevano parte del Cero di S.Antonio inizialmente gli asinari, vale a dire gli antichi trasportatori, cui in un secondo tempo (1552) si sostituirono contadini e proprietari terrieri (P. L. Menichetti, “Le Corporazioni delle Arti e Mestieri medievali a Gubbio”, 1980, pag. 248) e in questo secolo anche gli studenti. L’appartenenza al Cero non ha legami con il territorio. I Ceri non rappresentano né contrado né quartieri, anche se in alcune zone di Gubbio prevale l’appartenenza ad un determinato Cero. Sul piano storico ciò si può spiegare con la concentrazione in queste zone di particolari mestieri. Ecco alcuni esempi S. Ubaldo, case popolari, S. Giorgio, Madonna degli Angeli, S. Antonio, nelle vie “nobiliari” della città Corso e via Savelli) e nelle “ville di campagna. queste zone di prevalenza tendono a corrispondere alle Manicchie, le entità territoriali in cui sono organizzati i ceraioli.
Oggi, con il decadere degli antichi mestieri, la fede ceraiola è frutto di una libera scelta, anche se fortemente legata alle tradizioni familiari. Dove la tradizione è più forte e più sentita si sono consolidati veri e propri “casati ceraioli” che costituiscono l’aristocrazia del Cero. Quasi tutti i fanciulli subiscono influenza da parte dei genitori, specialmente del padre. Quello che conta è influenzare i figli maschi, che sono l’oggetto delle maggiori pressioni; per le femmine la scelta è molto più libera, perché le donne non prendono il Cero. Il condizionamento è tanto più marcato quanto più si tratta di discendenti di importanti “casati ceraioli”. Nel caso di matrimoni tra genitori provenienti da casati legati a Ceri differenti, il Cero suggerito alla prole è di solito quello del padre, tuttavia se il “casato” della madre è più forte può avere la meglio. Non è raro poi il caso di figli che, per spirito di contraddizione, scelgono un Cero diverso da quello dei genitori.
LA DIVISA
Semplicissima, possiede tuttavia un grande effetto coreografico. Nata nel secolo scorso quasi completamente bianca, ha subito degli aggiustamenti, specialmente per quanto riguarda i colori, in seguito alla Mostra del Folklore tenutasi a Venezia nel 1928. È ispirata ad un modello ottocentesco e ricalca la foggia delle divise garibaldine. Si compone di una camicia a tinta unita di raso abbottonata sul davanti con spalline e taschini. Il colore della camicia è legato al Cero di appartenenza: giallo per S.Ubaldo, azzurro per S.Giorgio e nero per S.Antonio. I pantaloni, che i ceraioli sono soliti arrotolare o stringere in fondo per evitare inciampi, sono bianchi e dello stesso colore dovrebbero essere anche le scarpe.
I ceraioli recano al collo il "fazzoletto", un ampio triangolo di stoffa rossa, che, come il bianco, è per tradizione considerato un colore neutro, annodato sul petto o meglio “puntato davanti” dopo essere stato infilato in un anello di ottone, e fatto passare nelle due spalline della camicia. Al fazzoletto vengono uniti i tradizionali mazzolini di fiori. Alla vita, annodata sul lato sinistro, pende la fusciacca rossa. È caduta in disuso la “beretta” rossa, una volta copricapo comune a tutti i ceraioli ed oggi invece indossata di regola dai Capitani e dall'Alfiere.
Vestire la divisa non è obbligatorio, non è “l’abito a fare il monaco”, importante è invece che il ceraiolo si accosti al Cero con il giusto decoro. Un esempio limite per tutti: è piuttosto frequente nelle foto delle edizioni dei Ceri degli anni 50-60, epoca di disaffezione nei confronti della divisa, vedere ceraioli sotto il Cero con il vestito “buono” con tanto di giacca, cravatta e scarpe da passeggio.
LE MANICCHIE
Corrispondono alla divisione territoriale dei ceraioli. Fino ai primi del Novecento con questo termine venivano indicate le stanghe della barella: le quattro manicchie della barella (due avanti e due dietro) venivano affidate dai Capitani del Cero ad un gruppo di ceraioli scelti tra amici e parenti provenienti dalla stessa zona (A.Barbi, “La festa dei Ceri”, 1993, pag.25-26). Questo gruppo di persone prendeva il nome di Manicchia. Ad ogni Manicchia (di ceraioli) competeva in Corsa una sola manicchia della barella ed i cambi non erano tra loro coordinati e le spalle spesso erano disuguali.
Le Manicchie erano composte da un gruppo base di 10 ceraioli, otto dei quali si alternavano sui due posti a spalla disponibili per ogni manicchia della barella. I rimanenti due ceraioli dovevano coordinare i cambi correndo in mezzo alle manicchie, uno di questi due con ruolo di capomanicchia era detto “capodieci”, capo dei dieci. I ceraioli effettivi per ogni Cero erano pertanto 40 (10 x 4 Manicchie) ed i capodieci erano 4 (1x4 Manicchie).
Con l’affermarsi della tattica del cambio simultaneo e la creazione delle mute il termine Manicchia è rimasto ad indicare solo una aggregazione topografica di ceraioli.
Il ruolo delle Manicchie, anche se da più parti messo in discussione, è ancora oggi molto importante: tutto il percorso è ripartito tra le varie Manicchie, cui competono, ormai quasi per tradizione, un numero di mute ed una serie di pezzi proporzionati alla forza numerica ed al prestigio di ognuna.
Legata sempre alle Manicchie è l’annuale scelta del Capodieci di brocca, capo del Cero, che viene eletto tra candidati della Manicchia di turno per quel determinato anno.
Non è indispensabile per un ceraiolo far parte o riconoscersi in una Manicchia, ma è di fatto più difficile crearsi una “posizione” senza il consenso di queste aggregazioni.
Dalle quattro tradizionali Manicchie per ogni Cero si è passato ad un numero di Manicchie differente da Cero a Cero. Va precisato che le Manicchie possono essere soggette a fondersi, a scomparire e a ricostituirsi di nuovo in funzione della popolazione ceraiola residente.
Attualmente la situazione delle Manicchie è questa. Per S.Ubaldo le Manicchie sono tre: Manicchia orientale di città, Manicchia occidentale di città (S.Martino e Case popolari), Manicchia di campagna.
Per S.Giorgio le Manicchie sono sei. Tre di città: S.Pietro-Madonna degli Angeli, S.Martino, S.Agostino. Tre di campagna: di levante (Padule-S.Marco), di ponente (Semonte-Mocaiana) e della piana.
Per S.Antonio si sono ridotte a due grandi Manicchie: città e campagna, a loro volta suddivise in varie sottomanicchie.
I RUOLI DI CORSA
I ceraioli possono occupare varie posizioni sulla barella: a “spalla” e “in mezzo”. I ceraioli “a spalla” sono quelli che reggono con la spalla il Cero disponendosi sul lato esterno della stanga e girando il braccio intorno a questa. Un tempo i ceraioli a spalla si disponevano pure all’interno, posizione penalizzante per la velocità e la sicurezza del Cero. I ceraioli a spalla stanno in fila sotto la stanga, quattro per parte, e dalla posizione che occupano prendono il nome di puntaroli avanti, cepparoli avanti, cepparoli dietro e puntaroli dietro.
Il gruppo degli otto ceraioli a spalla, che prendono insieme ed insieme lasciano il Cero, prende il nome di “muta”, l’unità funzionale della Corsa. Di solito i ceraioli della muta provengono tutti dalla stessa Manicchia, anche se questo criterio non vale per le mute improvvisate. La muta ideale è quella in cui tutti i ceraioli “ce fanno”, ossia hanno una distribuzione equilibrata dei pesi e spalle di altezza proporzionata alla stanga ed al tipo di percorso. In quasi tutti i tratti i ceraioli a spalla sono aiutati da altri ceraioli chiamati bracceri. I ceraioli “in mezzo” hanno funzioni di controllo dei cambi, regolazione della velocità ed intervento in caso di cedimento dei ceraioli a spalla. Cambiano con una frequenza inferiore ed in tempi diversi rispetto a questi ultimi.
Sono in numero di quattro e si dispongono alla stessa altezza del ceraiolo a spalla; il capodieci “di corsa” tra i due puntaroli avanti, il barelone avanti tra i due cepparoli avanti, il barelone dietro tra i due cepparoli dietro, il capocinque o sterzarolo tra i due puntaroli dietro. Nei tratti in salita i due bareloni possono essere facoltativi.
Puntarolo avanti
Nome derivato dall’estremità della stanga (punta). Chiamata anche “punta davanti”. È il primo uomo della stanga, il più alto nei tratti in discesa ed il più basso in quelli in salita. Occupa quello spazio di stanga compreso tra l’impugnatura della mano e la spalla, in modo da lasciare più stanga possibile ai cepparoli. Il compito del puntarolo avanti è quello di imprimere la velocità al Cero e di impostarne la traiettoria. Per far questo occorre che il peso da lui sopportato sia di regola inferiore a quello degli altri.
Cepparolo avanti
Deriva il suo nome dalla zona più voluminosa e centrale della stanga (Ceppo) ed è anche detto “ceppo davanti”. È in discesa più basso del puntarolo avanti ed in salita più alto. La posizione sotto la stanga è immediatamente davanti all’intersezione del barelone con la stanga. Il cepparolo avanti porta più peso del puntarolo, ha l’obbligo solo di sostenere il Cero senza correggere la traiettoria, dal momento che la sua visuale è molto ridotta.
Cepparolo dietro
Occupa il posto della stanga posteriore al cepparolo avanti immediatamente dietro al barelone. Si può chiamare anche “ceppo dedietro”. Rispetto al cepparolo avanti è più basso in discesa e più alto in salita. Si dispone subito dietro l’intersezione del barelone con la stanga. Insieme al cepparolo avanti sostiene il peso del Cero.
Puntarolo dietro
Occupa la parte finale della stanga ed è spesso indicato con il termine di “punta dedietro”. Il puntarolo dietro ha l’obbligo di incrementare la potenza di spinta del Cero. La posizione deve essere la più arretrata possibile e la sua spalla deve poggiare contro la mano del capocinque. Dovrebbe essere un poco più alto del suo cepparolo per compensare la rastrematura della stanga.
Capodieci di corsa
Detto semplicemente capodieci ed un tempo anche primo capodieci. È il nome del ceraiolo che occupa lo spazio tra le punte anteriori della barella. Con lo stesso nome viene indicato anche il capo eletto del Cero, il Capodieci di brocca, che per ovvie ragioni fisiche, non può ricoprire il ruolo di capodieci di corsa su tutto il percorso, ma deve condividerlo con altri ceraioli. Nella nostra trattazione indicheremo il capodieci di corsa con la iniziale minuscola e quello di brocca con la maiuscola.
Oggi il capodieci governa in corsa fino a dodici ceraioli senza contare i bracceri, ma il nome, come già ricordato, fa riferimento ai dieci ceraioli che componevano una Manicchia.
Il capodieci impugna tutte e due le stanghe, anzi dovrebbe correre con le mani intorno allo spigolo esterno della stanga e con il peso di questa che grava sul polso tanto da provocare una ecchimosi (i “polsi ‘maccati”). La posizione deve essere a chiusura posteriore della spalla del puntarolo in maniera da essere pronto per entrare ed avere la sensibilità di eventuali cedimenti.
Lo scopo è quello di controllare i puntaroli durante i cambi e durante la corsa. Al momento del cambio, il capodieci guida con la mano l’entrata in sede della spalla del nuovo puntarolo. In caso di incertezza deve essere pronto a rimpiazzare dall’interno un puntarolo in difficoltà. Imprime le correzioni dovute alla traiettoria impostata dai puntaroli avanti forzando con la mano sulla stanga da frenare. La mano può essere portata sopra la stanga per esercitare più forza frenante, solo nel caso in cui il capodieci sia sicuro della stabilità dei propri puntaroli. In slancio si protende in avanti con il petto, in frenata punta i piedi indietreggiando con le spalle.
Barelone avanti
Termine derivato dal nome della traversa di legno di sorbo su cui poggia il panottolo del Cero, che il ceraiolo a barelone sfiora con la schiena. Era detto anche secondo capodieci, definizione storica, che risale ai tempi quando i capodieci delle Manicchie del Cero si alternavano “in mezzo” alle manicchie davanti, oggi caduta in disuso.
Sta alla spalle del capodieci e agisce perciò come “ruota di scorta” dei cepparoli. Ne controlla infatti i cambi, correndo con le mani dietro le spalle di questi. Al momento del cambio dei cepparoli alcuni bareloni si mettono con la “groppa” sotto la traversa in modo da compensare le eventuali pendute e dare stabilità al Cero. Il barelone avanti possiede una visuale più ampia di quella del Capodieci e provvede tempestivamente ad avvisarlo di tutte le esitazioni del Cero. Deve essere molto ben preparato atleticamente, resistente alla corsa, perché cambia con minor frequenza di tutti gli altri, e pronto alle variazioni di velocità che il Cero subisce con l’alternarsi delle mute.
Barelone dietro
Corre tra le stanghe nello spazio retrostante al barelone. Ha una visuale ristretta perché il campo visivo è ridotto dalla presenza del cero. Come tutti i ceraioli “in mezzo” deve sostenere la stanga con le mani posizionate alle spalle dei cepparoli dietro in modo tale che questi non possano scorrere verso il puntarolo dietro.
Quando ci sono i fuori passo ed il Cero comincia a “ballare” deve ridare il passo con invocazioni o rallentando. Il barelone dietro nei tratti in salita contribuisce ad aumentare la spinta in modo considerevole, avanzando l’impugnatura delle mani una volta che ha disposto i cepparoli. I bareloni dietro sono scelti insieme a quelli avanti e ne condividono la rarità dei cambi.
Capocinque
Detto anche sterzarolo, il termine deriva da capo dei cinque ceraioli posteriori (i due cepparoli dietro, i due puntaroli dietro, il capocinque), anche se spesso con la presenza del barelone dietro i ceraioli sono in sei. Controlla i cambi dei puntaroli dietro e con le mani ne blocca posteriormente la spalla impedendo che questi possano sfilare.
È il ceraiolo che ha la visuale più ampia. È in grado infatti di osservare, meglio degli altri ceraioli, gli “intraversamenti” ed ogni altro movimento anomalo del Cero. Il suo ruolo è fondamentale in curva, perché la mobilità del Cero è massima in coda. Segue la traiettoria impostata dai puntaroli avanti e dal capodieci. Opera solo piccole correzioni trattenendo la stanga interna.
Braccere
Detto anticamente anche imbracciatore, è un ruolo molto importante ed ingiustamente considerato di minore prestigio. Il braccere corre abbracciato al fianco del ceraiolo che regge a spalla il Cero. Il braccere ideale deve avere una statura più bassa del ceraiolo che sostiene. È di solito un giovane, che ha con il ceraiolo un rapporto di fiducia, quasi di allievo-maestro, ma non di rado può essere anche il contrario: un vecchio ed esperto braccere che si affianca ad un ceraiolo che prova per la prima volta un pezzo difficile. Spesso avviene che al giovane braccere, una volta cresciuto ed ormai pratico del pezzo, il ceraiolo lascerà il posto. In alcuni pezzi è indispensabile, specialmente all’esterno delle curve o delle birate. In salita può essere facoltativo ed è reclutato sul posto in maniera estemporanea. In certe occasioni, infine, a causa della strettezza della via, è impossibile averlo (Buchetto).
In Corsa ogni braccere si dispone poco più avanti del cambio. Entra dopo che i ceraioli si sono posizionati. Con una mossa rapida il braccere affianca il proprio ceraiolo che tende all’esterno il braccio libero. Il braccere cinge con il braccio i lombi del ceraiolo e questo appoggia intorno al collo il braccio libero, il cui polso è bloccato dall’altra mano del braccere.
Braccere e ceraiolo vengono così a creare un insieme compatto che rimarrà tale fino al cambio successivo. Una volta entrato un nuovo ceraiolo è compito del braccere pilotare fuori dalla traiettoria del Cero il ceraiolo, che ha ormai dato tutto, per non intralciare la marcia del Cero.
IL CAMBIO IN CORSA
Il cambio in corsa è la caratteristica principale della corsa, il segreto della sua bellezza, della sua spettacolarità e velocità. La ripartizione dei “pezzi”, che sono frazioni di corsa coperte da un cambio, tra i ceraioli viene decisa nell’ambito di riunioni “fiume” presiedute dal Capodieci. L’esame della corsa dell’anno precedente serve da base per l’organizzazione di quella prossima. I ceraioli “in mezzo”e le mute che si sono ben comportate vengono di solito confermate, altrimenti si cercano nuovi rimpiazzi.
Nella disposizione delle mute viene considerata la Manicchia di provenienza, in modo da attribuire ad ogni Manicchia, con equità, i pezzi considerati più “ambiti”. Nella scelta del “pezzo” i ceraioli si ispirano anche a criteri abitativi (prendere il Cero nel luogo dove si abita) o ereditari (un pezzo che facevano il padre o il nonno).
Il cambio della muta
La muta è composta dagli otto uomini che prendono il Cero a spalla, più i rispettivi bracceri. Il cambio della muta è simultaneo per tutti gli otto ceraioli che la compongono. È questo il sistema che garantisce la maggiore velocità, risultato di un’esperienza maturata nei secoli. I momenti che precedono il cambio sono particolarmente convulsi: il capodieci ed il capocinque che dovranno effettuare quella parte del percorso passano sempre in rassegna le proprie mute rivolgendo loro la domanda di rito: “A posto?” e controllando che le spalle dei ceraioli siano “pare”. Nell’ambito della muta c’è sempre una persona di maggiore rilievo, una specie di “capomuta” cui i capodieci si rivolgono.
Il cambio del puntarolo avanti, del cepparolo avanti e del cepparolo dietro è simile. Ogni ceraiolo che entra conosce già il posto che deve occupare nella stanga e dovrebbe anche conoscere fisicamente chi sostituirà e chi sarà il suo sostituto.
Ci deve essere prontezza tanto in quelli che danno il cambio che in quelli che lo ricevono. I ceraioli entranti si preparano al cambio disponendosi sulla traiettoria prevista del Cero e tra di loro devono lasciare lo spazio sufficiente al passaggio dei ceraioli uscenti e dei bracceri.
Entrare sotto la stanga è una manovra non facile, perché il ceraiolo entrante deve eliminare tutte le persone che si frappongono tra lui e la stanga ed eseguire la manovra nella maniera più veloce e più risoluta possibile.
Di solito i ceraioli si dispone di taglio in modo da far defluire alle spalle gli intrusi e crearsi uno spazio libero di manovra. Il ceraiolo entrante deve avere, già prima del cambio, lo stesso passo del Cero. Secondo i dettami classici il cambio deve essere rigorosamente eseguito da dietro, vale a dire alle spalle del ceraiolo che viene sostituito. Unica eccezione il cambio del puntarolo dietro, che descriveremo più sotto. Un attimo prima che il ceraiolo uscente “scappi”, il ceraiolo entrante mette la spalla sotto la stanga e la blocca con il braccio, passando la mano al di sopra. Mentre a voce incita il ceraiolo uscente ad andarsene, con la mano libera lo “butta via” insieme al braccere.
Per il puntarolo dietro il cambio deve avvenire dal davanti, vale a dire entrando nello spazio antistante al puntarolo dietro, che è costretto a sfilare perché gli manca lo spazio sulla stanga.
Il ceraiolo, una volta entrato e sistematosi sulla stanga, alza il braccio libero che deve essere prontamente afferrato dal braccere entrante. Questi, dispostosi, qualche metro più avanti, ha liberato il percorso in modo che nessuno intralci l’impeto della muta fresca.
Ad una fase di entrata in cui il Cero rallenta ed oscilla, rischiando di cadere, segue la fase in cui la muta fresca può dare il massimo della sua velocità, in gergo ceraiolo la muta “stende” o “camina”, che non significa assolutamente andare al passo, ma invece raggiungere la massima velocità, quella che gonfia le vesti o la mantellina del Santo.
Il cambio del capodieci
Il capodieci cambia con minore frequenza rispetto ai cambi di muta, perché il suo ruolo, che è di controllo, è meno faticoso. Il capodieci entra quando la muta si è completamente sistemata. I due capodieci che si avvicendano si devono conoscere e devono avere pattuito in anticipo le modalità del loro cambio. Il Cero deve rimanere il minor tempo possibile senza guida, per cui i cambi devono essere rapidi e puliti. Il capodieci uscente esegue uno scatto per portarsi davanti al Cero in corsa, nel gergo “scappa”, senza intralciare le proprie punte ed i rispettivi bracceri, e ciò avverrà tanto meglio, quanto più il capodieci sarà lucido ed “in fiato”. Esegue poi un rapido scarto verso il lato della strada.
Il capodieci entrante segue con attenzione le mosse di quello uscente e deve portarsi al centro delle stanghe, provenendo dal lato opposto. I cambi dei capodieci sono rigorosamente prestabiliti nella fase di organizzazione della corsa.
Il cambio del barelone avanti
È un ruolo in cui è molto difficile il cambio, che avviene con frequenza almeno doppia o tripla a quella del capodieci. Di solito anche l’uscita del barelone è programmata ed ha luogo con questa sequenza: esce il capodieci senza sostituto, in barelone sfila avanti al suo posto, riceve il cambio con le stesse modalità descritte per il capodieci. Una volta entrato, sfila all’interno per lasciare il posto al nuovo capodieci.
Quando il barelone sia molto stanco può ricorrere al cambio passivo: si accuccia e sfila sotto il barelone, passando tra i ceraioli in mezzo alle stanghe di dietro e rischiando di essere colpito dal timicchione. Il sistema non è molto ortodosso, ma più sicuro del rischiosissimo cambio laterale in cui il barelone esce tra il puntarolo ed il cepparolo davanti causando “impatassi” che spesso portano alla caduta del Cero.
Il cambio del barelone dietro
È un cambio facilmente attuabile. In barelone avverte in suo capocinque dell’intenzione di uscire. Di solito il capocinque apprende questa decisione in maniera estemporanea, senza la programmazione che contraddistingue i due anteriori (Capodieci e barelone avanti). Il cambio deve avvenire, come per gli altri, la muta sistemata.
Il capocinque, avvisato dell’intenzione del barelone di uscire, stacca una mano dalla stanga e fa sfilare il barelone. Il Cero rimane senza barelone dietro fino a quando un ceraiolo fresco chiede al capocinque di entrare. Il capocinque riesegue la manovra precedente accompagnando il nuovo barelone con una spinta.
Il cambio del capocinque
È il cambio più facile in quanto gli basta rallentare e lasciare la presa delle stanghe e subito si crea lo spazio per l’ingresso del nuovo capocinque.
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