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Mario Farneti
OCCIDENTE
Capitolo Primo
Il rombo
assordante di una squadriglia di cacciabombardieri fece tremare le pareti
della postazione di comando del campo Gladio 7, vicino alla riva destra
del fiume Tourane, 40 chilometri Nord- Ovest della base di Da Nang.
Tre aviogetti Fiat G91 sfrecciarono a volo radente, seguiti poco dopo
da un quarto velivolo che lasciò dietro di sé una lunga scia di fumo nero
mentre sfiorava le cime degli alberi sulla riva opposta del fiume. Volava
così basso che per un attimo si riuscì a vedere il pilota alzare il
braccio destro, come per chiedere aiuto agli uomini del campo.
L’aiutante Cavan afferrò il binocolo per osservare l’aviogetto che
tentò un’impennata e scomparve oltre la barriera compatta della giungla.
– Quello non ce la fa a tornare alla base stasera! Non riuscirà
neanche a lanciarsi col paracadute. È troppo basso! – disse rivolto al
capomanipolo Tebaldi. – Toccherà a noi andare a recuperare i cocci...
Come sempre! L’ufficiale aggrottò la fronte, poi sputò la gomma
americana che gli allappava la bocca e, senza aggiungere altro, strappò il
binocolo dalle mani del sottufficiale e s’affrettò a salire sulla torretta
d’osservazione. Circa otto chilometri verso Est una colonna di fumo
s’alzò tra la fitta vegetazione. – È caduto laggiù! Forse il pilota se
l’è cavata con un atterraggio di fortuna... – Tebaldi scese di corsa e
raggiunse il bunker del centro comunicazioni. – Mettiti in contatto
con Da Nang e chiedi un elicottero per il recupero del pilota – ordinò al
radiotelegrafista che picchiettò subito sul tasto un breve messaggio in
codice Morse, senza che dall’altra parte giungesse alcuna risposta. –
Riprova ancora, maledizione! – imprecò. – Siamo a poche decine di
chilometri e non riusciamo a farci sentire! – Signorsì, capomanipolo!
– rispose l’operatore con affanno, mettendo ancora mano al tasto per
ripetere lo stesso messaggio con l’identico monotono ritmo.
Dall’altoparlante del ricevitore una serie di bip annunciarono
l’arrivo della risposta. – Dice che... – Tebaldi lo interruppe e
terminò la frase: –...che dobbiamo mandare subito una pattuglia a
recuperarlo, perché i loro elicotteri sono tutti impegnati a Cam Lo contro
i viet, i nostri amici americani pensano prima ai fatti loro... Si
volse verso Cavan che frattanto lo aveva raggiunto: – Ehi Fabio, c’è
un’altra grana per noi! – Me lo immaginavo, Romano. Accidenti! Andiamo
a recuperare i pezzi del pilota, come l’altra volta. Vatti a fidare di
questi stronzi di yankee...! – Non dobbiamo fidarci di nessuno!
Possiamo cavarcela anche senza di loro. Chiama i soliti quattro. Che siano
ben svegli e in forma e con l’equipaggiamento in ordine. Andiamo tra
quindici minuti. Intanto avviso il console. Raggiunse l’alloggio del
console Gregori che si trovava oltre un terrapieno nelle vicinanze della
torretta di avvistamento nel settore Ovest del campo. Fece per bussare
alla porta, ma questa si aprì di colpo. – Entri capomanipolo, l’ho
sentita avvicinarsi. Tebaldi entrò e salutò col braccio levato.
Gregori impugnava con la sinistra la Beretta d’ordinanza, col colpo in
canna e senza sicura. – Comodo capomanipolo. Di questi tempi bisogna
tenere gli occhi aperti... e il colpo in canna. Qui intorno è pieno di
Charlie. Maledizione, osservano ogni nostro movimento e sono pronti a
sgozzarci alla prima distrazione. Io non mi fido neanche della gente di
Van Thieu, sono tutti doppiogiochisti. Mentre sorridono, ti affondano il
coltello nella pancia. – Scosse il capo. – Il fatto desolante è che può
farlo anche una donna o un bambino. – Questa non è una guerra normale,
console, non c’è un nemico ben identificato, né un fronte. Il fronte è
dappertutto… – Sì è così! Purtroppo non è come allora, nel ’45, quando
li avevamo davanti e li vedevamo bene. Potevamo prenderli di mira,
colpirli... nelle steppe del Kazakistan e poi a Smolensk, dove annientammo
l’Armata Rossa in una battaglia memorabile. La più grande battaglia di
carri della storia. Ero caposquadra a quel tempo. Io i gradi me li sono
guadagnati sul campo. Ho visto morire tanti camerati... per la patria...
per l’Impero. Gregori fissò lo sguardo nel vuoto, oltre la sagoma di
Tebaldi, come se davanti a lui si svolgesse una vicenda lontana, vivida di
emozioni. Un’ombra di dolore gli percorse il volto. Chiuse gli occhi per
nascondere la commozione. – E poi, – continuò con la voce tremante – a lei
non devo insegnare nulla. La sua famiglia ha dato molto all’Italia,
all’Impero, al Duce... Ho conosciuto il valore di suo padre, il console
Amedeo. È caduto da eroe. Da vero italiano, per la grandezza
dell’Occidente, della nuova Roma! Tebaldi annuì. Sapeva che il console
Gregori era molto provato da una guerra combattuta così lontano dalla
patria. Gli schemi e le logiche a cui aveva dovuto abituarsi erano lontani
dal suo modo di pensare, dalla sua cultura, dalla sua etica dell’onore.
Non era uomo incline ai tradimenti. Era invece un soldato leale,
pronto a battersi con il nemico a volto scoperto, per difendere le proprie
idee e la patria, come aveva già fatto molte altre volte. La morte non gli
faceva paura, perché la cosa importante per lui era combattere con onore,
fino all’ultimo istante di vita. Non era avvezzo a quel mordi e fuggi
che costituiva il cardine della guerriglia, nuova e aberrante filosofia
della guerra. La giungla che si estendeva a pochi metri dalle loro
baracche era per lui simbolo d’intrico e d’intrigo. Il nemico,
onnipresente, non si poteva né vedere né identificare. Ma era sempre
pronto a colpire e ad assumere le sembianze di una donna, di un bambino,
di un vecchio... Non c’era in lui alcuna traccia di lealtà, né poteva
esserci lealtà nel combatterlo. Cercare lo scontro in campo aperto,
significava morte certa. – Signore... – Tebaldi interruppe il flusso
dei pensieri. – Un nostro G91 è precipitato a qualche chilometro dalla
base. A Da Nang non hanno elicotteri disponibili per il recupero. Pensavo
di andare io con la mia squadra... l’aiutante Cavan e i soliti quattro.
A sentir nominare i soliti quattro, Gregori accennò un breve sorriso
di approvazione. Mise la sicura alla Beretta e l’infilò nel fodero. –
Sì, vada pure capomanipolo. Prenda gli uomini che le servono, ma faccia
attenzione e cerchi di rientrare prima di sera. – Non si preoccupi.
Farò del mio meglio, come sempre. – Qui purtroppo non basta... Che Dio
l’assista! Tebaldi scattò sull’attenti e si congedò. Uscì
dall’alloggio del comandante e si diresse verso il centro del campo, dove
si ergeva il pennone con la bandiera italiana e, subito sotto, il
gagliardetto nero col teschio che stringeva fra i denti la rosa rossa,
simbolo del Corpo di spedizione "28 Ottobre". Gli italiani erano
presenti in Vietnam da due anni, cioè dal maggio del 1966, con una forza
di circa 15.000 volontari, al comando del Generale Junio Valerio Borghese,
inviata da Mussolini, dopo che Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud
avevano mandato anch’esse le loro truppe. L’Italia era l’unico paese
della NATO ad aver aderito all’operazione "Più bandiere", voluta dal
presidente americano Johnson, reclutando un corpo di uomini provenienti
quasi tutti dalla MVSN, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.
Tebaldi si fermò sotto il pennone e si guardò intorno. C’era una
strana calma. S’abbottonò la casacca tiger stripes che portava sopra la
camicia nera e s’aggiustò il cinturone, facendolo ben aderire ai fianchi.
Osservò l’irreale scintillio di colori che si levava dai boschi
attorno al campo, rimase per un attimo rapito dal cielo blu latteo che
l’afa rendeva quasi bianco e che contrastava con il rosso acceso di una
collina pietrosa tagliata su di un lato, dove il sole disegnava delle
chiazze irregolari. Di lì sembravano levarsi vampe di fuoco, che nelle
parti in ombra, assumevano un intenso color ruggine. Su quella rocce,
grappoli di fiori esotici creavano tocchi di bianco e di tutte le tonalità
del rosso, rosa pallido, fino allo scarlatto. Le pietre emettevano
riflessi metallici, il profumo intenso dei fiori richiamava alla mente un
paesaggio fiabesco, come in un sogno infantile, in cui ogni visione volge
al bello e il bello è sinonimo di bontà. Percepì un’improvvisa
vibrazione nell’aria, quasi stesse per scoppiare un temporale, ma non
c’erano nubi in cielo. Ebbe un attimo di sconcerto. D’istinto impugnò il
fucile mitragliatore MK66. Qualcosa o qualcuno lo urtò con violenza
alle spalle. Cadde a terra bocconi e l’arma gli sfuggì di mano. –
Diavolo, bestia! – imprecò, mentre con la coda dell’occhio vide il volto
intriso di sudore del caposquadra Ferri che gli si era buttato addosso.
L’uomo l’aveva afferrato per il bavero della giubba e lo tratteneva con
forza a terra. – Stia giù, comandante! Un altro po’ e le facevano
saltare la testa! Sentì levarsi alcune raffiche, partite dalle due
mitragliatrici pesanti Breda B61 piazzate nei pressi del piccolo molo di
attracco a circa cinquanta metri dalla cinta esterna del campo. Un
cecchino era appostato sopra alcuni alberi semisommersi poco distante
dalla riva opposta del fiume in un punto in cui questo si restringeva in
corrispondenza di una passerella di legno, issata su dei piloni, alcuni
metri sopra il corso d’acqua. – Boia d’un cecchino. L’hanno beccato! –
esclamò Ferri, mentre, con un tonfo sordo, il guerrigliero cadde nel fiume
crivellato dai proiettili. Il corpo rimase in superficie, trascinato
con lentezza dalla corrente, mentre alcuni soldati sud-vietnamiti, che
avevano raggiunto il centro della passerella, presero a bersagliarlo con
gli M16. – Bastardi maledetti! Smettetela! È un ordine! Il console
Gregori, richiamato dagli spari, era uscito di corsa dall’alloggio ed
aveva raggiunto Tebaldi, ancora a terra frastornato. Impugnata la
Beretta, sparò alcuni colpi in aria. Poi, vedendo che i sud-vietnamiti non
la smettevano, mirò a pochi centimetri dalle loro teste. Solo quando
sentirono il sibilo delle pallottole fischiare nelle orecchie, i militari
si volsero e abbassarono le armi. – La prossima volta li faccio fuori
tutti! Sparano contro un cadavere e magari in mezzo a loro c'è pure
qualche parente! Che schifo di guerra! Tebaldi si sollevò da terra
stropicciandosi gli occhi. Notò che il caposquadra Ferri stava osservando
il grosso foro provocato dal proiettile sparato dal cecchino, che aveva
attraversato da parte a parte il pennone metallico della bandiera. –
Ma con che razza di armi sparano ‘sti maledetti!? – Armi fabbricate in
Kazakistan o in Cina o in Corea del Nord o... in Occidente! – disse
Gregori. – Magari vendute da qualche galantuomo nostro connazionale... col
benestare di qualcun’altro influente a corte... – ...che ogni sabato
gioca a polo col reuccio... o lo accompagna al night... – insinuò Ferri.
– Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi! – l’interruppe
Tebaldi, cogliendo il pericoloso riferimento a Carlo Alberto II, il
giovane re imperatore che era succeduto a Umberto II da appena un anno.
I fascisti non amavano molto il nuovo sovrano a causa della vita
spregiudicata condotta prima di salire al trono al posto del fratello
maggiore Vittorio Emanuele, morto nel 1964 a causa di un oscuro incidente
durante una battuta di caccia in Corsica. Il padre Umberto II, colpito
dall’inaspettata perdita del primogenito, aveva contratto una grave
sindrome depressiva che lo aveva costretto in pochi mesi ad abdicare.
– Queste insinuazioni lasciale ai rotocalchi scandalistici. È ora di
andare! Sapere poi da dove provengono le armi con cui ci sparano, non
cambia la situazione. Non siamo venuti in Vietnam per produrre
chiacchiere, ma per combattere e l’eventualità di lasciarci la pelle
dobbiamo metterla nel conto. Allora Ferri, chiama gli altri e muoviamoci!
L’aiutante Cavan attendeva nei pressi dell’ingresso principale del
campo con altri tre uomini: i legionari Savelli, Bassico e Corbo che, con
il caposquadra Ferri, erano noti appunto come i soliti quattro. Quelli
sempre disposti ad offrirsi volontari per ogni missione, pronti ad
assumersi ogni rischio in tutte le occasioni, ardimentosi fino alla
spavalderia e sempre accompagnati da un’incredibile fortuna. Venivano
tutti dalla Gioventù Italiana del Littorio e si conoscevano già da
ragazzi, pur provenendo da regioni diverse. Per tre anni di seguito si
erano incontrati a Roma al raduno dei capi della GIL, e così avevano
cementato la loro amicizia. Tutti e quattro avevano aderito alla
spedizione italiana in Vietnam, dopo il famoso discorso pronunciato da
Mussolini da Palazzo Venezia il 28 ottobre del 1965, 43° anniversario
della Marcia su Roma, in cui annunciava la formazione del CSI, il Corpo di
Spedizione Italiano e la necessità, da parte delle nazioni occidentali di
combattere il comunismo in ogni luogo del pianeta, senza quartiere.
L’anno successivo, l’8 settembre 1966, sei mesi dopo la partenza del
CSI "28 Ottobre", Mussolini si era dimesso da Capo del Governo, designando
alla successione Galeazzo Ciano e riservando per sé il comando supremo
della MVSN. La squadra si radunò appena fuori l’ingresso principale
del campo, mentre i miliziani di guardia, sbattendo i tacchi, presentarono
le armi. Tebaldi controllò con attenzione l’equipaggiamento
individuale, in particolare i fucili mitragliatori Breda MK66, armi
micidiali, dello stesso calibro degli M16 americani, ma molto più precisi
e robusti, tanto che potevano usare dei proiettili supersonici potenziati,
che ne portavano il tiro utile a quasi due chilometri. Si trattava di
un’arma potente, oltre che leggera a maneggevole, che poteva essere usata
in ogni condizione ambientale e meteorologica. A differenza dell’M16
americano, non s’inceppava mai. Si fermò ad osservare con aria di
ostentata indulgenza il legionario Corbo che si ostinava a non usare come
copricapo il basco nero di ordinanza, ma il fez della GIL. – Siamo
alle solite, Vincenzo... – I vecchi amori non si dimenticano mai,
comandante – replicò il giovane. – Va bene così. In fin dei conti è
più importante ciò che si ha dentro la testa e non ciò che sta sopra!
– Allora, quando si toglie il fez, Corbo è decapitato! – intervenne
Bassico ridacchiando. Corbo levò il pugno con aria di sfida, mentre
una vampa rossa gli percorreva le gote: –Brutto scemo, pensa a non fartela
sotto, che hai bagnato le lenzuola fino all’altro ieri! – Adesso basta
voi due, con le solite battute da asilo!– interruppe Tebaldi. – È ora di
andare. I viet, dall’altra parte del fiume, non hanno voglia di ridere.
Teniamo gli occhi aperti e tu Savelli accendi quella radio e sta’ in
campana! Savelli annuì e accese il ricetrasmettitore VHF Geloso
fissato al cinturone. Dall’apparecchio si levò un forte fruscio, ma questi
azionò velocemente una manopola e lo silenziò. – A noi! – esclamò
Tebaldi, mentre tendeva il braccio nel saluto romano. – A noi! –
risposero gli altri insieme. La squadra attraversò velocemente la
passerella, con le armi in pugno, e scomparve nel fitto della vegetazione.
Giunti nel mezzo di una radura, Tebaldi ordinò l’alt. Prese la
tavoletta pretoriana che teneva nello zaino e controllò la carta
topografica. – Saranno circa tre chilometri da qui! Il guaio è che di
giorno non possiamo tagliare attraverso le risaie. Sarebbe come se ci
annunciassimo con la fanfara! Se ci lasciamo beccare da un cecchino su uno
di quei dannati argini, ci lasceremo tutti le penne! – Giusto! – disse
Cavan – Meglio trovare una soluzione migliore. Intanto Ferri,
appiattito presso un ciuffo di banani, esaminava il terreno col binocolo:
sulla sinistra, la foresta si stendeva in semicerchio per quasi due
chilometri. Dalla sua posizione, vedeva nettamente la massa scura del
bosco profilarsi all'orizzonte, affondata nelle risaie come la prua di un
piroscafo. Osservato da rasoterra, il promontorio sembrava sbarrare,
come una sottile cortina, l’azzurro del cielo. Di fronte, le piccole
risaie formavano una superficie ineguale. Il riverbero del sole
trasformava queste colture in un gigantesco specchio dai riflessi
cangianti. A destra, il margine in cui il caposquadra aveva preso
posizione si perdeva verso Sud. Con un gesto Ferri indicò la direzione
a Cavan. Questi, sollevando il braccio, gli confermò che aveva capito: a
sinistra, in direzione della foresta. A sbalzi successivi, Ferri
apriva la strada alla squadra. A ogni alt, osservava, sceglieva
l’appostamento successivo, poi, con la circospezione di un felino, andava
a prendervi posto. Savelli e Bassico lo proteggevano ai lati. Tebaldi si
fidava oltre misura dei suoi uomini e si limitava di tanto in tanto a
verificare la direzione dando uno sguardo alla bussola. L'andatura era
un po’ lenta, ma sicura. Mantenevano una distanza l’uno dall’altro di
circa cinque metri. Uno stormo di uccelli dalla piume multicolori volò
via e scomparve oltre un cespuglio spinoso. Ferri l’aveva superato di
alcuni metri, quando sentì un rumore di rami spezzati dietro di sé.
Continuò ad avanzare, ma non era convinto che quegli animaletti
potessero fare tutto quel fracasso. Si guardò intorno, si fermò in
ascolto. Tebaldi notò subito la manovra. Si volse interrogativo verso
di lui. Il caposquadra mise l’indice contro le narici come ad indicare
puzza di bruciato. C’erano dei Charlie in giro. Ne era certo. Ferri
aveva frattanto raggiunto l'estremità boscosa. Davanti a lui c’era un
nuovo tipo di terreno. Tebaldi si portò alla sua altezza mentre il resto
della squadra si fermò. La faccenda si complicava: il terreno non offriva
alcuna possibilità di mimetizzazione. – Non abbiamo possibilità di
scelta – commentò a mezza voce Tebaldi col binocolo appoggiato agli occhi
– L’aviogetto, dovrebbe essere a circa due chilometri da qui verso Nord
Ovest. Non c'è modo di tagliare dritto attraverso le risaie.
Intervenne Ferri: – Potremmo tentare di spingerci fino alla savana, a
un chilometro sulla nostra destra. Sembra portare ad un gruppo d’alberi.
– Esatto, una volta dentro potremo tentare una manovra di aggiramento.
Raddoppieremo la strada, ma arriveremmo sicuri... se quel poveretto è
ancora vivo e se i viet non gli hanno già messo le mani addosso. – Tebaldi
ripose il binocolo e stava per impartire gli ordini, quando Cavan, rimasto
muto fino a quel momento, intervenne: – Però io ci proverei. Da qui non
pare... ma le risaie non sono tutte sullo stesso livello come sembrano!
Guardate a cento metri dalla prima, proprio davanti a noi... Il
livello delle risaie era infatti ineguale: bastava osservare attentamente
i branchi di bufali che brucavano sugli argini per rendersene conto. A
tratti la loro massa nera si staccava nettamente, ma più lontano non
emergeva che la linea scura formata dal dorso del bestiame. Cavan aveva
ragione, c’erano dei forti dislivelli che potevano essere sfruttati per
avanzare al riparo. – Va bene, Cavan. Tentiamo il colpo! Avanziamo
rapidi e rasente al terreno. La squadra eseguiva il movimento saltando
come le rane. Alla fine di ogni salto, gli uomini si appiattivano al suolo
passando dalla paglia ruvida al fango secco, per poi affondare in una
risaia fangosa infestata di zanzare e di sanguisughe. Il compito era
durissimo: alla scelta del cammino si aggiungeva la preoccupazione di non
essere presi di mira dai viet di cui ormai tutti intuivano la presenza.
Dovevano cercare anche di evitare d’inferocire i bufali, assai irascibili
e pronti a caricare gli europei. I vietnamiti sostenevano infatti che
l’odore dei bianchi li facesse infuriare. Cavan raggiunse la savana ed
effettuò, in compagnia di Savelli e Bassico, una ricognizione cento metri
nell'interno della boscaglia. Davanti a loro scorsero una colonna di
fumo sottile e scuro che saliva verso il cielo, mossa a tratti da rare
folate di vento caldo. Doveva provenire dal rottame dell’aviogetto. Si
fermarono alcuni minuti per riprendere fiato e per liberarsi dalle
sanguisughe. Savelli si era tolto i pantaloni e, con l'aiuto di un
toscano acceso, bruciava con cura una colonia di sanguisughe voraci
attaccate lungo le cosce. Sbarazzatosi in fretta delle sue, Bassico
osservava la scena ridacchiando: – Ancora un po’ e ti mangiavano tutto!
– Tu non rischi niente. Anche se cercassero bene, non troverebbero
niente da mangiare nei tuoi pantaloni! – rispose Savelli con sarcasmo.
Tebaldi mise fine alla discussione prima che degenerasse. –
Sbrigatevi, e tu Bassico non rompere le scatole a tutti con le solite
battutacce! Siamo quasi arrivati. Sono già le due del pomeriggio e per le
sette dobbiamo essere di ritorno al campo! Un'impressione di pace e di
calma innaturale avvolgeva tutti, mentre avanzavano attraverso una
piantagione abbandonata di alberi da gomma i cui tronchi erano solcati da
un largo e profondo intaglio. I viet avevano distrutto in questo modo
quella coltivazione cosicché le multinazionali occidentali non potessero
produrre copertoni alle loro spalle. C’era anche chi sosteneva che i viet
lavorassero su commissione di una società francese concorrente, che non
gradiva che gli americani sfruttassero le sue ex piantagioni di gomma.
Ciò che era rimasto del bosco era diventato preda di un groviglio di
campanule, liane e rovi. L’irreale serenità dei luoghi non era turbata che
dal volo degli uccelli, rumorosi e gracchianti, dalle piume multicolori,
che la marcia della squadra, anche se silenziosa, faceva fuggire.
Cavan si trovò di fronte ad un corso d'acqua incassato nel terreno e
quasi disseccato, che risaliva verso Nord, simile ad una trincea dal fondo
limaccioso e maleodorante di circa due metri di profondità e altrettanti
di larghezza. Decise di seguirlo fintanto che coincideva con la
direzione del punto di caduta dell’aereo. All'uscita dal bosco,
l’obiettivo si offrì alla loro vista. Al di là di un vasto e altissimo
intrico di verzura fatto per lo più di alberi di cocco, ecco apparire la
sagoma della deriva di coda del G91. – Ci siamo! – disse Tebaldi
soddisfatto. – Cavan, Corbo e Bassico, andate in avanscoperta. C’è puzza
d’imboscata. Tenete gli occhi aperti! – Agli ordini, comandante. Non
si preoccupi. Cavan aggirò sulla destra il fitto bosco di alberi di
cocco e raggiunse il relitto dell’aereo. Tebaldi osservava la scena al
binocolo: – Speriamo che fili tutto liscio... – mormorò, – ma ne dubito.
E non sbagliava affatto. L'aria si riempì all’improvviso del
fracasso di numerose detonazioni. Le raffiche di AK47 venivano
dall’interno del bosco di cocchi dirette verso Cavan e i suoi uomini, che
però avevano fatto in tempo a ripararsi dietro ad alcune rocce vicino alla
carlinga del G91. Tebaldi non riuscì a vedere se Ferri e i suoi se la
fossero cavata. Chiese a Savelli di collegarsi via radio con Gladio 7 e
chiedere assistenza. – Accidenti comandante...! Da Gladio 7 dicono di
essere sotto un forte attacco da alcuni minuti. Non possono far uscire
nessuna squadra per il momento! – Dobbiamo cavarcela da soli!
Tebaldi imbracciò il lanciagranate e sparò una granata incendiaria
verso il centro del bosco. Poi ricaricò e sparò ancora: tre, quattro,
cinque volte. Il centro della macchia era completamente in fiamme. Segnalò
a Ferri e Savelli di avanzare insieme con lui verso l’incendio con gli
MK66 in pugno. A circa 30 metri dal bosco diede ordine di aprire il
fuoco. Dopo le prime raffiche ecco apparire la sagoma di un viet, avvolta
dalle fiamme, che si agitava convulsamente. Ancora alcune raffiche e il
corpo dell’uomo cadde a terra divorato dal fuoco. I viet superstiti
abbandonarono la macchia e si diressero verso le risaie, coprendo la
propria ritirata con brevi raffiche di AK47. Tebaldi tossì e lacrimò
per il fumo denso sollevatosi dagli alberi di cocco incendiati, reso più
acre dal lezzo della carne bruciata. Uscì dalla boscaglia con Savelli
e Ferri e si ricongiunse con Cavan intorno all’aereo abbattuto. Ferri
si avvicinò alla carlinga per ispezionarla. Dal motore dell’aereo usciva
ancora fumo. Era un aviogetto del 1° Reparto Aereo Aquile di base a Da
Nang. Notò subito il corpo del pilota riverso sulla cloche e privo di
vita. Un proiettile di AK47 gli aveva perforato il casco all’altezza
dell’orecchio destro, uccidendolo sul colpo. – Quel poveretto se l’era
cavata con un atterraggio di fortuna, ma i viet sono stati più svelti di
lui. Maledetti! – disse Tebaldi. – Non gli hanno dato neanche il tempo di
slacciarsi le cinture! Cavan intanto aveva aperto la giubba del pilota
e gli aveva tolto dal collo la medaglietta di identificazione: – Cent.
Fabio Massimo Luchetti. Un altro italiano lascia la vita in questo
inferno. Camerati, in riga per il presentat arm. Gli uomini si
disposero in fila di fronte all’aereo. Cavan pronunciò ad alta voce il
nome del caduto e tutti, estraendo le baionette, risposero: – Presente!
Tebaldi segnò esattamente sulla carta il punto di caduta dell’aereo e
ordinò a Corbo di contattare Gladio 7. – Gladio 7 da Pescatore, Gladio
7 da Pescatore... – ripeté più volte al microfono del ricetrasmettitore,
ma dal fruscio di fondo non emerse alcuna voce. – Da’ qua, che provo
io! – disse Tebaldi scuro in volto – Pescatore a Gladio 7, datemi OK se mi
ricevete... – Pes... re....codi.......oss ....quattro. – Ripetete,
chiedo conferma: codice rosso quattro. – Rosso quattro, affermativo...
– confermarono dal campo. – Ricevuto. Eseguo. – Codice Rosso
quattro – si rivolse ai suoi uomini. – Significa che il campo è sotto
attacco viet e non dobbiamo rientrare, ma dirigerci alla base più vicina:
Da Nang o Le My. – In ogni caso sono cinquanta o sessanta chilometri
di risaie, giungla e savana, – osservò Cavan preoccupato. – Be',
diamoci da fare. Speriamo che qualche elicottero venga a toglierci
d’impiccio lungo il cammino. A questa distanza non possiamo utilizzare la
radio VHF, dobbiamo marciare almeno altri venti chilometri e provare a
chiamare da qualche altura. Si misero in marcia nella solita
formazione attraverso la savana che si estendeva fino alla riva sinistra
del fiume Tourane. L’intenzione di Tebaldi era di attraversare il fiume
dieci chilometri più a Sud, in corrispondenza del ponte lungo la strada
camionabile e di raggiungere la città di Le My, qualora non fossero
riusciti a contattare via radio Da Nang. Nell’incertezza più completa,
la squadra si mise in marcia. Camminarono per circa cinque ore senza
incontrare alcun segno di attività militare, salvo il rombo lontano di
alcune squadriglie di Phantom che, ad alta quota, segnavano appena, con le
loro scie bianche, il cielo opalescente. All’improvviso due elicotteri
da combattimento UH-1B con le coccarde americane, sbucarono da una piatta
collina sulla sinistra con un rumore assordante e li sorvolarono a bassa
quota, dirigendosi oltre uno sperone roccioso che si ergeva circa mezzo
chilometro davanti a loro. Dopo un istante udirono il crepitio delle
mitragliatrici M60 degli elicotteri, accompagnato dallo scoppio fragoroso
delle granate da 40 millimetri. Al di là si sollevò un fumo denso,
mentre i viet, rispondevano con le mitragliatrici al fuoco micidiale degli
americani. Un gruppo di vietnamiti passò sotto lo sperone roccioso nel
tentativo di raggiungere la savana, ma un elicottero da combattimento li
inquadrò subito e cominciò a mitragliarli, senza lasciare loro scampo.
Furono falciati tutti fino all’ultimo. Poi, non ancora pago del lavoro
fatto, l’elicottero fece un ultimo passaggio a volo radente e sventagliò
il terreno con altre raffiche di M60, facendo sobbalzare i corpi inerti.
Infine, virò e scomparve oltre la roccia, al di là della quale si levava
fumo sempre più abbondante e denso. – Devono aver centrato qualche
base vietcong – disse Tebaldi –Forse è il caso di andare a vedere. Magari
c’è qualche reparto americano a cui possiamo unirci. Si fecero strada
attraverso i corpi inanimati e crivellati di colpi dei vietnamiti tra cui
anche alcune donne, che non erano state risparmiate. – Porca puttana!
– esclamò Cavan. – Ma saranno stati davvero guerriglieri o solo povera
gente che tentava di mettersi in salvo? – Ti fa meraviglia di vedere
delle donne? È andata bene che non ci fossero dei bambini... Te lo ricordi
il caposquadra Bernardi? – domandò Ferri. – Sì che me lo ricordo.
Saltò in aria mentre dava dell’acqua dalla sua borraccia ad un bambino
dell’età di suo figlio, ma quello teneva una granata nascosta dietro la
schiena... e così... bum! – Merda! Tebaldi si appostò e osservò
col binocolo la valle sotto di lui. Un reparto di militari americani
della 101ma Divisione Aerotrasportata accerchiava il villaggio, mentre due
compagnie rastrellavano le capanne. Gli abitanti vennero separati: gli
uomini a sinistra, le donne a destra, e presi in custodia da una sezione.
Al centro, in una radura, si stavano formando due gruppi separati.
Dall’alto gli elicotteri sorvegliavano le operazioni di
rastrellamento, che sembravano procedere senza problemi. Il villaggio
doveva essere più importante di quello che appariva sulla carta. Era
formato da un abitato di circa centocinquanta capanne. Prima di poterlo
controllare tutto ci sarebbe voluto molto tempo. Tebaldi prese la
radio e cercò di mettersi in contatto con gli americani della 101ma. Non
voleva infatti rischiare che la sua squadra fosse scambiata per un’unità
nemica. Usò la frequenza comune e, dopo un paio di tentativi, ottenne
risposta. Segnalò la sua posizione e subito un elicottero si pose sulla
verticale, scendendo a circa dieci metri sopra le loro teste. Non
appena furono identificati, una pattuglia guidata da un sergente si
diresse verso di loro e li scortò presso la postazione di comando. Il
Colonnello Wakefield della 101ma li accolse con cortesia e chiese loro da
dove provenissero. – Veniamo dal campo Gladio 7 – disse Tebaldi in
Inglese – Dovevamo recuperare il pilota di un G91 del 1° Reparto Aereo
Aquile abbattuto dai viet. Purtroppo il pilota è morto. Questa è la
posizione, signore. – Tebaldi indicò il punto sulla carta topografica.
Wakefield arricciò il naso. – Non è più possibile raggiungere quel
luogo. Le truppe nord-vietnamite occupano già tutta l’area. Ma, piuttosto,
voi come avete fatto a passare? – Abbiamo avuto uno scontro con i
viet, proprio nei pressi dell’aereo, ma ce la siamo cavata. Poi non
abbiamo più incontrato nessuno. Forse gli siamo passati in mezzo... Mi
viene il sospetto che non ci abbiano attaccato una seconda volta per non
rivelare la posizione del grosso delle forze. – È probabile che sia
andata così. È la stessa ragione per cui non si spara mai sugli scout!
Tebaldi ringraziò la fortuna che lo aveva accompagnato, poi chiese al
colonnello come avrebbe potuto raggiungere Da Nang. – Non c’è una
strada sicura, da stamattina l’esercito nord-vietnamita e i vietcong hanno
sferrato un’offensiva in grande stile. Hanno approfittato del Tet, il
capodanno lunare, cogliendo tutti di sorpresa. Sembra che la città di Hue
sia caduta e che intorno a Saigon si combatta duramente. Stiamo cercando
di allentare l’accerchiamento intorno a Da Nang, ma la pressione nemica è
molto forte. – Si sa nulla delle unità italiane? – chiese Tebaldi con
trepidazione. – Sono tutte impegnate nei combattimenti. Ho sentito per
radio che la vostra base è stata evacuata alcune ore fa. Ci sono state
molte perdite. Ripensò al console Gregori e a tutti i camerati
lasciati nel campo. Quanti di loro non avrebbe più rivisto? Il sole
era prossimo al tramonto. I due elicotteri girarono un’ultima volta sopra
il villaggio, poi si diressero verso Oriente in direzione di Da Nang,
scomparendo in un cielo torvo e fremente che, temendo la furia degli
uomini, sembrava non voler restituire le stelle. Tebaldi s’allungò
sulla branda all’interno della tenda messa a loro disposizione dal
comandante Wakefield. Sciolse i lacci degli anfibi, senza tuttavia
sfilarseli. Non poteva permettersi che un attacco improvviso dei vietcong
lo trovasse impreparato. Savelli si stese anche lui sulla sua branda
dopo aver estratto dallo zaino un libro consunto che si mise a leggere con
avidità. – Ecco l’intellettuale al lavoro! – commentò Bassico. –
Tu pensa a sfogliare quelle rivistacce pornografiche, comprate a
contrabbando dagli americani! – gli rispose piccato. Bassico ridacchiò
poi si voltò su di un fianco e si assopì. – Che cos’è? – Tebaldi diede
una scorsa alla copertina. – Diario di Prezzolini... – Ah...
dimenticavo. L’università. – Già l’università. Dovrò laurearmi in
Scienze Politiche una volta tornato a casa... È un impegno morale, nei
confronti della mia famiglia e della patria. Bisogna saper combattere
anche con la penna. – Ne uccide più la penna che la spada! –
sottolineò divertito Tebaldi. – Hai davanti a te una carriera
d’intellettuale impegnato, anzi... mi pare di aver letto qualcosa di tuo
un paio d’anni fa su La Stirpe... o mi sbaglio? – No, non si sbaglia
affatto. Pubblicai un articolo sugli americani, ispirato al diario che
Prezzolini redasse durante il suo soggiorno in America. Fu poco prima di
partire volontario per il Vietnam. Per me è stata una grande opportunità.
– Mi pare che trattasse anche della Terza Guerra Mondiale...
dell’alleanza con gli Americani. – Certo. Per noi italiani è stato
traumatico, e lo è ancora, avere per alleati gli Americani... Altro mondo,
altro modo di pensare... e quel che è peggio nessuna tradizione. Se per
Mussolini fu una decisione sofferta quella di non scendere in campo a
fianco di Hitler nella Seconda Guerra Mondiale, rimanendo neutrale, non lo
fu mai quanto quella di allearsi con gli Americani nella Terza Guerra
Mondiale... – E perché, secondo te, s’alleò lo stesso? – Perché
aveva davanti ai suoi occhi il crollo del Reich, dopo il pronunciamento
del 20 luglio 1944, quando Hitler morì nell’attentato di Rastenburg e il
feldmaresciallo von Witzleben, capo dei congiurati, trattò la resa.
Fascismo e nazismo condividevano molti ideali, sebbene alcune idee di
Hitler non collimassero con le nostre, come la decisione di perseguitare
gli ebrei. E in questo crollo Mussolini si specchiò e cambiò opinione nei
riguardi degli Americani. Ne intuì le potenzialità e ne colse le
opportunità per l’Italia. – Vuoi dire la tecnologia al servizio della
tradizione? – Qualcosa del genere. Capì che si trattava di un popolo
giovane, anche ingenuo, che però possedeva doti di grande vitalità e
positività. D’altronde poi quelli che noi chiamiamo americani, non sono i
veri americani... – E chi sono i veri Americani? – Mi riferisco
all’elemento autoctono... i pellerossa. Loro sì che possiedono una
tradizione. Hanno sicuramente potenzialità guerriere e spirituali
superiori ai loro colonizzatori. Queste potenzialità andrebbero
sollecitate. Per il popolo americano sarebbe una grande fonte di sapere
che li aiuterebbe nella ricerca di un’interiorità che stentano a trovare.
– Secondo te che gli americani hanno sempre sofferto di
superficialità? – Purtroppo sì. Le critiche degli intellettuali
fascisti, fino al 1939, erano state molto dure nei confronti dell’America.
La società americana prediligeva il denaro e il gigantismo in ogni sua
manifestazione, dimostrando grossezza piuttosto che grandezza. Per molti
la civiltà americana era prossima al declino ed il segno più appariscente
di questo declino era la ricerca febbrile del comfort, raggiunta
attraverso l’uso spasmodico delle macchine. Ma in fondo anche Hitler non
aveva disdegnato di servirsi in maniera spregiudicata delle macchine nel
suo tentativo di conquistare il mondo. – Allora, tu pensi che
Mussolini percorse una terza via... – Cercò di fascistizzare
l’America, americanizzando l’Italia il meno possibile, anche se una certa
parte dei suoi intellettuali era favorevole ad un’americanizzazione del
fascismo, senza riserve. Non so se Mussolini sia riuscito nel suo intento,
ma comunque dei risultati li ottenne... e il Piano Marshall ne fu la
prova. Gli Stati Uniti cominciarono a finanziare l’Italia già dall’inizio
del 1941, fornendole armamenti moderni e potenziandone l’industria
pesante. Fu il prezzo che Mussolini pretese in cambio della neutralità. Si
servì di ciò che l’economia americana poteva fornire di utile e di
positivo all’Italia, senza vendersi. D’altronde gli americani avevano
bisogno di stabilità nel Mediterraneo e l’Italia era l’unica nazione che
poteva fornirla. Così rafforzarono il regime. – Ma questo ci costò poi
cinquecentomila morti... – Tutto ha un prezzo... Certamente questo fu
il più alto pagato dall’Italia, dopo la Prima Guerra Mondiale. Ma fummo
anche costretti dagli eventi. Eliminato Hitler, il comunismo si era
rafforzato. Nel 1945 l’Italia era l’unica nazione dell’Occidente a non
aver subito i guasti della guerra. Poi ci fu il 28 aprile: i Russi oltre
l’Oder, Tito alle porte di Fiume. Non fummo certo noi a cercare la guerra.
– Ripensandoci è andata bene così! Certe volte cerco d’immaginare cosa
sarebbe accaduto se Mussolini fosse sceso in guerra con Hitler... –
Anch’io ci rifletto spesso, ma non riesco a farmene un’idea. La mia mente
si rifiuta! – Meglio non pensarci! Ringraziamo il Cielo... e Ciano,
che non sia mai accaduto...! Riposarono solo poche ore, risvegliati
più volte dagli spari di alcune brevi scaramucce. In lontananza brillavano
i lampi delle granate e le scie della contraerea viet, che tentava di
contrastare le incursioni dei Phantom americani. L’impressione era che
si combattesse dappertutto con grande accanimento. All’alba Tebaldi
uscì dalla tenda da campo e si recò nella postazione di comando. Era sua
intenzione collegarsi col comando italiano di stanza a Bien Hoa e chiedere
istruzioni sulle unità presenti nella zona. Il colonnello Wakefield
gli assicurò la propria assistenza e lo affidò al tenente Martin che era
stato ufficiale di collegamento col contingente italiano un anno prima.
Dopo circa due ore di tentativi, riuscirono a contattare via radio
Bien Hoa, circondata dai nord-vietnamiti. Martin ottenne le
informazioni che cercava: il Comando Operazioni del Corpo di Spedizione
"28 Ottobre" comunicava che una squadriglia di elicotteri da ricognizione
italiani operava nell’area di Le My. Si trattava di un’unità speciale
composta da quattro elicotteri al comando del console Lucio Valerio
Lattanzi, equipaggiata con sofisticate apparecchiature elettroniche in
grado d’intercettare i messaggi del nemico e di interferire con le sue
comunicazioni e con le emissioni radar. Tebaldi pensò che poteva
essere un’ottima occasione per chiedere un passaggio, visto che Le My era
pochi chilometri oltre il fiume Tourane. Martin prese ancora una volta
contatto con il Comando Operazioni italiano che confermò luogo e ora del
prelievo. Due elicotteri dell’unità, in codice Libellula 1 e 2 si
sarebbero portati un chilometro a Sud del ponte sul fiume Tourane alle
16.30 esatte delle stesso giorno, e avrebbero sorvolato l’obiettivo per
cinque minuti, dopodiché, in caso di mancato contatto, avrebbero fatto
ritorno alla base. Erano circa le 9.30 del mattino e disponevano di
sette ore per percorrere 25 chilometri. Un tempo più che sufficiente in
condizioni normali, ma assai critico nella situazione in cui si trovavano
a operare. Dopo essersi congedato dal colonnello Wakefield e dal
tenente Martin, Tebaldi riunì la squadra, passò in rassegna l’armamento e
si diresse verso la boscaglia a Sud Est del villaggio. – Bisogna
tenere gli occhi bene aperti. Potrebbero esserci delle trappole lasciate
qui in mezzo dai Charlie – avvertì Cavan. Tebaldi assentì. –
Conviene spostarsi in fila indiana, distanziati di cinque metri. Tu Ferri
fai da battistrada e al minimo dubbio fermati. Il caposquadra obbedì e
si portò in testa. Tebaldi poteva fidarsi ciecamente di Ferri, perché
aveva operato in condizioni ben peggiori di quella e non si era mai fatto
beccare. Camminarono per oltre dieci chilometri, dapprima in mezzo
alla boscaglia, poi lungo un tratto di savana, dove c’erano i segni di un
combattimento recente. I corpi di alcuni militari dell’esercito
nord-vietnamita giacevano semisommersi in un piccolo torrente dall’acqua
stagnante, segnalati dal volo lento e implacabile degli avvoltoi. –
Deve essere stato qualche aereo... – Cavan, indicò un razzo aria-terra
inesploso che s’intravedeva semisommerso nella melma. – Be’, è meglio
che ci togliamo subito di qui, dovessero ritornare i loro compagni... –
commentò Tebaldi. Affrettiamoci. Il ponte dovrebbe trovarsi ad un paio di
chilometri. Speriamo che non sia in mano nemica... Si appostarono sul
crinale di una bassa collina che sovrastava di poche decine di metri il
fiume Tourane. Il ponte sembrava deserto. Era una costruzione di
cemento armato di circa 70 metri di lunghezza, costruita dai francesi un
ventina d’anni prima. – Troppo deserto per essere vero... – Ha
ragione comandante – confermò Ferri. – Vado in avanscoperta. –
D’accordo, prendi Savelli e Bassico. Tebaldi, Cavan e Corbo si
attestarono intanto sulla riva del fiume per prevenire un’imboscata.
Ferri raggiunse la strada asfaltata e si appostò dentro il canale di
scolo. Intorno sembrava non esserci anima viva, tranne qualche biscia
di fiume che schizzava via dall’acqua fetida all’avanzare del caposquadra.
Ferri uscì allo scoperto, mentre i suoi camerati si piazzarono ai due
lati dell’imbocco del ponte, protetti dal parapetto. Percorse curvo
una ventina di metri, poi segnalò ai due di avanzare. Tebaldi, al
coperto di un vecchio barcone in disuso, osservava col binocolo dall’altra
parte. Ferri era ormai oltre la metà del ponte. Erano quasi le quattro
del pomeriggio. Mancava poco all’appuntamento ed erano a più di un
chilometro dall’obiettivo. Avanzò con circospezione. Un paio di balzi
e sarebbe stato dall’altra parte. Tebaldi era teso e nervoso. Teneva
il dito sul grilletto dell’MK66, pronto a fare fuoco al minimo segno
d’imboscata. La fronte grondava sudore che gli colava sugli occhi,
appannando la vista. Intuì che qualcosa si muoveva dietro ad una fila
di bassi arbusti poco sopra l’argine opposto. Forse la schiena di un
uomo... Dannazione! Una pattuglia dell’esercito nord-vietnamita era
pronta ad intrappolarli nel ponte e farli a pezzi! Non ci pensò
neanche un attimo. Mirò dentro il cespuglio e sparò una lunga raffica.
Dall’altra sponda risposero a colpi di AK47, mentre una raffica più lunga,
proveniente da una mitragliatrice da 108 mm. colpì l’esterno del parapetto
destro del ponte che in alcuni punti andò in pezzi e cadde nel fiume.
Ferri e i suoi si appiattirono a terra e tentarono di retrocedere per
cercare riparo. Savelli passò a Ferri il lanciagranate. Questi caricò
e lanciò in direzione del nido di mitragliatrice, ma mancò il bersaglio.
La mitragliatrice continuava a sventagliare il ponte con lunghe raffiche,
che sollevavano nugoli di polvere e di detriti, inchiodando gli uomini che
vi si trovavano. Alcuni proiettili raggiunsero anche la postazione di
Tebaldi, che si convinse a ricongiungersi anche lui all’avanguardia.
Ferri ricaricò il lanciagranate e, per individuare meglio il
bersaglio, si sporse oltre il parapetto. Savelli e Bassico lo coprirono
con un fuoco infernale. Il caposquadra lanciò, colpendo in pieno la
postazione di mitragliatrice, che cessò subito di sparare, ma dalla
boscaglia partirono alcuni colpi di pistola che lo raggiunsero alla spalla
destra. Ferri lanciò un grido soffocato e cadde a terra supino. Savelli,
di scatto corse verso di lui, mentre Bassico lo copriva facendo fuoco
all’impazzata. Tebaldi prese alcune bombe a mano e le scagliò verso la
pattuglia nord-vietnamita che, uscita dal nascondiglio, stava ritirandosi.
Un paio di soldati caddero a terra dilaniati dalle schegge. Tebaldi avanzò
imbracciando l’MK66 e vuotò il caricatore in direzione della boscaglia.
Poi cessò l’inseguimento e s’avvicinò a Ferri – Valerio, come stai?
– Mi hanno beccato alla spalla... Non è niente. – Strinse i denti.
Tebaldi gli aprì la camicia e vide che il proiettile era entrato
nell’omero fuoriuscendo dalla schiena. Prese il kit di medicazione e
tamponò le ferite con alcune compresse di cotone emostatico che fissò con
del cerotto. – Ce la fai a tirarti su? – Sì, ce la posso fare...
– Appoggiati a me – disse Savelli, – ...forza che ce la facciamo!
Mancano venti minuti all’appuntamento. Non dobbiamo mancarlo! La
squadra si mise in movimento in direzione del punto di prelievo. Tebaldi
apriva la strada col mitragliatore in pugno, mentre gli altri circondavano
Ferri per sostenerlo e difenderlo coi loro corpi. Il punto di prelievo
si trovava su di un pianoro di terra rossa che superava di pochi metri gli
arbusti più alti della savana. Corbo prese la radio: – Libellula 1 e 2
da Pescatore. Datemi roger se mi ricevete... Libellula 1 e 2 da Pescatore,
datemi roger se mi ricevete... – Pescatore da Libellula 1. Ti
riceviamo chiaro e forte. Siamo a un chilometro ore 5 dal punto di
prelievo... Da un gruppo di alberi dalle chiome verde scuro spuntarono
poco dopo le sagome filanti di due elicotteri Aermacchi Sparviero che
atterrarono alzando una grande nube di polvere. I portelloni laterali si
aprirono ed uscirono un paio di militi con i fasci littori appuntati sui
baveri delle divise mimetiche, che si presero subito cura di Ferri. In
un attimo la squadra era a bordo degli elicotteri che, senza aver spento i
motori, ripresero il volo diretti a Le My. La città di Le My era sotto
l’attacco della fanteria nord - vietnamita appoggiata da un reggimento di
artiglieria che bersagliava le postazioni fortificate italiane disposte a
difesa dell’eliporto. I marines americani stavano tentando di spezzare
l’accerchiamento con una manovra avvolgente che doveva portarli verso la
camionabile, per tagliare la via di accesso ai rinforzi dell’Esercito
Nord-Vietnamita che stavano affluendo nell’area con lo scopo di
conquistare Le My e di stringere d’assedio la base di Da Nang. Ma la
resistenza del nemico era fortissima, nonostante i massicci bombardamenti
aerei. Libellula 1 e 2 atterrarono nel piccolo eliporto, sotto il
fuoco dei mortai da 81 mm, mentre una squadriglia di sei cacciabombardieri
Fiat G91 italiani con tre fasci stilizzati sotto le ali, sfrecciava nel
cielo diretta a colpire le postazioni di artiglieria dell’ENV. Di lì a
poco le bombe al napalm lanciate dagli aviogetti deflagrarono con un
grande boato, mentre l’orizzonte si riempiva di fuoco. La boscaglia
intorno all’eliporto fu completamente incenerita. I mortai cessarono di
sparare. Un’ambulanza militare attendeva il caposquadra Ferri sul
bordo dell’eliporto. Il giovane fu trasportato su di una lettiga e
caricato in fretta nell’ambulanza che si diresse a tutta velocità verso
l’ospedale da campo americano, dall’altra parte della città. Tebaldi
aiutò gli uomini a scaricare l’equipaggiamento dagli elicotteri e s’avviò
verso il campo fortificato italiano. Lungo il cammino ebbe la
sensazione di essere osservato intensamente da qualcuno. Si guardò attorno
allarmato... Un altro cecchino... no, sarebbe stato troppo! Poi udì una
voce familiare chiamarlo per nome: – Romano...! Ehi, Romano! Tebaldi
si volse di scatto in direzione della voce. Quella voce... non era
possibile! Non avrebbe mai potuto immaginare una cosa simile, oppure...
doveva proprio immaginarsela: Giulia, era lei! Giulia Flaviani la sua
vecchia amica di corso alla Scuola Superiore di Telecomunicazioni presso
il Comando Armi e Tattiche Speciali dell’OVRA a Fiume. Quante volte aveva
ripensato a lei. Quante volte era stato assalito dal rammarico per una
storia finita ancor prima di nascere... Giulia era stata una delle
prime donne arruolate nei corpi combattenti della Milizia e addirittura il
primo ufficiale donna nominato in tutto l’Impero. Apparteneva ad una
famiglia romana di antica nobiltà, che aveva ostacolato con ogni mezzo la
vocazione per le armi della ragazza, fino a minacciare di diseredarla.
Alla fine c’era voluto l’intervento personale di Mussolini per
convincere i genitori ad acconsentire. Giulia, con grande volontà e
determinazione, aveva superato brillantemente tutti i test di ammissione e
aveva conseguito il grado di ufficiale, dopo un corso durissimo. Ma,
naturalmente, questo non poteva bastarle. Se aveva intrapreso la carriera
delle armi, lo aveva fatto per combattere. E allora eccola lì in Vietnam,
in pieno finimondo. – Tu qui... e da quando? Giulia s’irrigidì nel
saluto romano: Capomanipolo Giulia Flaviani Morosini, agli ordini.
Tebaldi rispose al saluto sorridendo, s’avvicinò alla ragazza e la
strinse in un abbraccio affettuoso. – Non m’aspettavo proprio di
vederti qui, in questo inferno. – Sono arrivata da appena una
settimana, destinata all’unità del console Lucio Tito Lattanzi... Dai
fuochi d’artificio, pare che mi abbiano preparato una bella accoglienza! –
Giulia liberò le chiome corvine dal basco d’ordinanza. – Be’, allora
raccontami di te... so che sei qui da molto. Tebaldi rimase lusingato
dall’interesse dimostrato dalla ragazza nei suoi confronti –Sì, sono già
due anni. Sono stato destinato al campo Gladio 7, ero in missione di
recupero di un nostro pilota caduto alcuni chilometri da noi. Poi il campo
è stato attaccato e noi siamo rimasti tagliati fuori. – Lo so, c’è
stato un attacco violentissimo, con molti morti e feriti, anche il tuo
comandante, il console Gregori, è stato ferito gravemente. – Il
console Gregori... ferito? Che ne è di lui? Dove si trova adesso? –
L’hanno trasferito a Saigon... non so dirti altro. Tebaldi ammutolì, e
gli occhi s’imperlarono di lacrime. Giulia gli poggiò con dolcezza la mano
sulla spalla. – Vedrai che ce la farà. Stasera pregherò per lui –
sussurrò la ragazza. – Non basta pregare. Chissà quanti camerati
avranno perso la vita. A che servono le mie preghiere? – Servono a non
dimenticarsi di quanti hanno lasciato questo mondo da eroi, per un ideale,
per il nostro ideale. Il volto di Giulia s’illuminò di un’aura che ne
esaltava i lineamenti regolari. Forza e determinazione emanavano dalle
pupille nere come perle rare. – Vedi, noi siamo diversi dagli
Americani. Loro sono stati mandati dal governo a combattere in questo
luogo, per difendere degli interessi, che un vero soldato ha difficoltà a
comprendere. Mi sono accorta che molti di essi non sanno neanche perché
sono qui e maledicono questa guerra. Noi invece, Romano, siamo superiori a
loro, perché siamo degli idealisti. Questo potrebbe far sorridere molti
signori della stampa e della TV, ma noi in Vietnam difendiamo l’Occidente,
allo stesso modo di tuo padre caduto da eroe alle porte di Mosca o dei
legionari di Roma che si spinsero fino all’estremo Nord per sottomettere i
barbari. Noi non combattiamo contro qualcosa, ma per qualcosa: per
affermare l’idea di Roma, la grandezza dell’Impero. Gli Americani non
potranno mai vincere perché questo ideale non appartiene loro, ma
appartiene solo alla nostra stirpe. Noi invece saremo sempre vincitori,
anche se perderemo la vita, anche se le orde dei barbari ci travolgeranno.
Perché l’Impero è eterno... sebbene non sempre si manifesti agli occhi
della gente. Tebaldi rimase turbato dall’ultima misteriosa
affermazione. Che cosa intendeva dire Giulia? Che l’idea dell’Impero era
un fatto trascendente? Oppure che l’Impero continuava ad operare nel mondo
all’insaputa di tutti, attraverso i millenni? La ragazza colse questo
turbamento, ma non venne in suo aiuto, né Tebaldi tentò d’indagare oltre,
perché comprese che si trattava di un segreto geloso, celato nel profondo
del suo spirito. Si era manifestato solo per un attimo, imprevedibile e
inafferrabile come il lampo di una meteora.
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