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"CANTARIDE" |
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di Mario Farneti racconto
Enrico è cresciuto molto in questi ultimi mesi. E' proprio diventato un ometto, e poi, sapessi quant'è bravo!" La giovane donna sorrise compiaciuta, stringendosi nella pelliccia di visone sintetico, mentre l'amica che l'accompagnava ostentava interesse verso le prodezze del pargoletto. "Sai," continuò, "ha una memoria eccezionale, si ricorda di tutto con esattezza anche dopo molti giorni, come un computer ...E' incredibile!" Non finì la frase che l'autobus frenò quasi di colpo e spalancò le portiere. Dal fondo si levò una serie d’insulti versa l’autista. Un'anziana signora mi spintonò, colpendomi ai lombi con il pomo dell'ombrella. Fu in quell'istante che mi resi conto di essere arrivato a destinazione. I discorsi demenziali di quella donna mi avevano irritato. Che diamine, certo che Enrico teneva tutto a mente: era un uomo e non una stupida accozzaglia di diodi e circuiti integrati...! Roba da pazzi, quasi che il computer fosse il massimo della perfezione. Per certa gente un uomo si realizza solo se diventa efficiente come una macchina! Scesi dall'autobus furibondo, ma mi calmai quasi subito. Non pioveva più e Piazza Vittorio appariva animata dal solito vivace sciame di passanti. Che luogo strano Piazza Vittorio, con quel suo treno surreale di bancarelle che la cingono e la soffocano, come a valer custodire fino in fondo il segreto della sua insinuante ambiguità: luogo di incontri e di vizi proibiti, di giochi mortali, consumati intorno al simbolo di una porta aperta versa il nulla, ricoperta di segni arcani. Mentre mi avvicinavo alla rete di protezione, mi chiesi quale messaggio avesse mai voluto tramandarci il marchese di Palombara. Forse nulla, se non fare sfoggio di vuota erudizione nei salotti del suo tempo e compiacersi del suo vano sapere, al sicuro oltre il muro invalicabile d’incomprensione, eretto tra sé e il lezzo di un’umanità decaduta. Un espediente per sopportare meglio il peso della miseria umana. Avevo percorso alcuni passi intorno alla recinzione, quando qualcosa scricchiolò sotto le scarpe. Solo allora notai intorno a me una distesa di scatolette celesti tutte uguali, di fialette e di siringhe usate... Detti uno sguardo allarmato all'orologio: mancavano pochi minuti all'appuntamento.
Lo studio del notaio Zurlo si trovava all'ultimo piano di un palazzone poco distante dalla piazza. Una faticaccia, perché dovetti salire più di cento gradini. L'ascensore, naturalmente, funzionava con monete da dieci lire, ormai del tutto introvabili. Chissà, pensai, se anche l'ascensore per il Paradiso funziona con monete da dieci lire...? L'anziana segretaria del notaio m’introdusse in una piccola stanza coi mobili Rinascimento, come andavano di moda agli inizi del secolo, austeri e funerei, addolciti appena dalle policromie dei vetri piombati, tagliati a losanghe. Fu un'attesa breve. La segretaria si ripresentò di lì a poco e m’accompagnò dal notaio.
Zurlo era un uomo sui settantacinque anni, calvo e minuto, con gli occhi nerissimi, mai fermi. Mi salutò e m’invitò a sedermi. Inforcò un paio di occhiali da lettura, aprì una vecchia cartella e ne estrasse un plico sigillato. "Ecco qua, è per lei ..." fece per consegnarmi il plico, ma si ritrasse. "Già, però prima dovrebbe mostrarmi un documento." "Ecco la patente." Dette una rapida occhiata. "Sì è proprio lei ... Questo plico è da parte di una persona che lei conosceva bene. Me l'affidò prima di partire per l'America, nel ‘52 con l'impegno di consegnarlo a lei dieci anni dopo la morte. Oggi sono dieci anni esatti..." "Ma di chi sta parlando?" domandai sconcertato. "Guardi la firma vicino alla ceralacca." Era del professar Ubaldi. Non potevo crederci. Non avrei mai pensato che il suo ricordo potesse riaccendersi così vivido dopo tanto tempo. Ripensai alla sua improvvisa partenza per il Brasile, spinto dall'incomprensione e dal pregiudizio e da tutto ciò che questi due mali comportano per chi ne è oggetto. Lasciai scorrere lievemente la mano sopra la firma nervosa, ma nitida e perfettamente leggibile. "Incredibile..." sussurrai. "Lo apra e lo legga, deve farlo in mia presenza. E' questa la volontà del Professare. Non è necessario che io ne conosca il contenuto, debbo solamente sincerarmi che lei legga fino in fondo." Mi porse un tagliacarte d'argento: "Spezzi il sigillo con questo." Eseguii in fretta l'operazione, incuriosito e turbato. Che mai voleva dirmi di tanto importante il professar Ubaldi dopo tutto quel tempo e poi proprio a me, il suo allievo peggiore, quello che gli aveva rifilato quel soprannome insolente... Aprii la busta e lessi in fretta. Caro Giuliano, forse tutto ciò potrà sembrarti ridicolo, ma i disegni della Provvidenza sottostanno a una legge che non tutti gli uomini sono in grado di comprendere. Come nel nostro caso. Ti sembrerà assurdo che io ti parli solo oggi che non sono più su questa terra, e non l'abbia fatto qualche decina d’anni fa, quando ero in vita e per di più ero il tuo insegnante, ma allora non potevo farti da guida, come invece posso ora. Vedrai, sarà tutto facile. No, non sorridere e non pensare a uno scherzo, o peggio, a una beffa. E poi, anche se tu lo pensassi, fra breve avrai prova del contrario. Porta questa mia lettera al conte Alberico. Lui saprà cosa fare. Abbi fede. Con affetto. Book. Si firmava con il soprannome che gli avevo affibbiato e con il quale al paese lo conoscevano tutti per via di quel grosso quaderno che portava sempre con sé. Lo reputai un gesto d’affetto.
Giunsi a casa di Alberico completamente intirizzito. Era nevicato tutto il giorno e la città, aggrappata lungo il declivio di un colle, era stretta dalla morsa del ghiaccio, che rendeva impraticabili le salite ed insidiose le rampe di gradini che si inerpicavano tra i palazzi medievali di pietra calcarea. Il vento di Settentrione aveva depositato sul portone del suo palazzo un sottile strato di neve ghiacciata dal quale emergeva la forma di una testa di fauno che mordeva l'anello del picchiotto. Bussai più volte, finché non vidi aprirsi una finestra al secondo piano e comparire il capo barbuto di Alberico, intabarrato in un passamontagna scarlatto. Mi resi conto divertito che somigliava al fauno del portone. "Ti butto giù il cestino con la chiave. Se non entra nella serratura, sputaci dentro... !" Non ce ne fu bisogno. La serratura, seppure antica, era ben ingrassata e si aprì al prima tentativo. "Ciao vecchio mio, saranno più di due anni che non capiti da queste parti!" mi apostrofò Alberico. "Be’, oggi sei mio ospite... Cinzia!" gridò rivolto alla moglie che si trovava in cucina. "Cinzia, accendi il camino e metti su quelle braciole di castrato con le salsicce del fattore." Non tentai neppure un complimento. Conoscevo troppo bene le salsicce del fattore di Alberico e non vi avrei mai rinunciato per nulla al mondo. "Bene bene, siediti e racconta, esclamò guardandomi fitto, mentre si lisciava la barba rossiccia, "come mai questa visita improvvisa?" "Giorni fa un notaio di Roma mi ha convocato per consegnarmi questo plico, sono certo che riconoscerai la calligrafia..." "E’ Ubaldi!" trasalì e aggiunse compiaciuto: "Ha mantenuto la promessa." "Quale promessa?" "Come saprai, noi eravamo molto amici. Io gli sono stato vicino, soprattutto nell'ultimo periodo di permanenza qui. Un periodo travagliato. Ogni giorno che passava si notava sempre di più in lui il peso del conflitto che lo contrapponeva all'incomprensione, se non all'irrisione della gente..." "Neanche noi allievi eravamo teneri con lui. Arrivammo anche a prenderlo a sassate... Che delinquenti!" "Lo so, ma voi non potevate capire. In fondo Ubaldi si era rassegnato a questo stato di cose e non se la prendeva. Non scriveva per gli uomini di oggi. Prima però di partire per il Brasile, mi fece una promessa. Disse che 1'opera delle Nouri che lo ispiravano non sarebbe finita con la sua morte e che ci sarebbe stato un continuatore, un successore. Ora è tutto chiaro: sei tu!" "Ma dai, è una scherzo! Ubaldi ha voluto vendicarsi con me per quel soprannome irriverente..." "Già, come lo chiamavate? Ah, ricordo: Book. Guarda che lui, anche se non lo dava a vedere, in fondo non ne era dispiaciuto. Non lo preoccupavano i lazzi dei fanciulli, ma l’irrisione degli adulti." Mi versò un bicchierino di vinsanto, quindi riprese a parlare: "Sai, è difficile dare una definizione di Ubaldi. Non so se fosse un filosofo, uno scienziato, un sognatore. I detrattori lo definivano un visionario. L'aspetto che invece tutti sottovalutano è che fu un grande medium, il più grande mai esistito, in grado di entrare in contatto, non so per quali vie, con una fonte di conoscenza molto al di sopra del pensiero umano. Leggendo le sue opere, specialmente La Grande Sintesi, ci si accorge che le sue affermazioni non sono il risultato di studi o di sperimentazioni, ma di pura e semplice ispirazione. Ubaldi era solo un professore d'Inglese di un istituto di provincia e in vita sua non si era mai occupato di certi problemi." "Forse tentava di dimostrare l'arretratezza della nostra scienza…" "Di più: ha dimostrato la sua fragilità, la sua inadeguatezza a spiegare la causa intima dei fenomeni e anche la sua pericolosità, quando da semplice strumento di conoscenza pretende di dettare le regole morali, sostituendosi a Dio." "Così, per sopravvivere e se stessa, finisce col negarlo..."
"A tavola!" La voce squillante di Cinzia interruppe le nostre riflessioni. Alberico non parve gradire l'intromissione della moglie, anzi accennò una risposta risentita, me desistette: si limitò solo a sottolineare la sortita della donna con un’occhiata di compassione non priva però di tenerezza.
Le ultime braci stavano consumandosi nel camino di pietra serena e una sottile sonnolenza s’era impadronita di ogni cosa. L'aria era dominata da quel riverbero azzurrino che in questi luoghi, prossimi all'Appennino, filtra d'inverno attraverso le nubi all'ora del tramonto e scivola via sulla superficie della neve, diffondendosi sulle facciate di pietra degli edifici gotici. Alberico si scosse all'improvviso dal torpore: "Be’, accendiamo la luce!" disse rivolto a Cinzia, mentre si alzava invitandomi a seguirlo. "Ora ti farò vedere una cosa che ti piacerà di sicuro e ti farà capire meglio". Scendemmo una rampa di scale e Alberico si fermò di fronte a un piccolo e massiccio uscio di noce, che immetteva in un locale angusto, illuminato da una stretta bifora. Aprì la calatoia di uno scrittoio, sfilò un cassetto ed estrasse da un doppio fondo un oggetto involtato in un pesante velluto amaranto. L’appoggiò sulla calatoia e lo svolse con cura. "Guarda che meraviglia!" esclamò, mentre prendeva in mano uno splendido piatto di maiolica dai riverberi sgargianti. "E' di Mastro Giorgio," disse compiaciuto, "forse la sua ultima opera: è datata 1555, l'anno in cui morì. Oltre a me, tu e Ubaldi siete gli unici ad averlo visto, neanche Cinzia ne sa nulla..." Ero abbacinato. Avevo visto altre opere di Mastro Giorgio un po' in tutta Europa, ma non ne rammentavo nessuna di quello splendore. "Come sai, il Maestro era riuscito a realizzare un particolare genere di lustro detto a cantaride, unendo in un solo amalgama l'oro, l’argento, il rubino e l'ametista, tre elementi che fondono a temperature diverse, un procedimento impossibile in natura." "E allora?" "E allora c'è dell'altro..." "Cioè?" "Mastro Giorgio Andreoli non era un semplice mastro vasaio. Ho studiato a fondo per anni le sue opere, i soggetti delle maioliche, gli strani geroglifici con i quali le siglava, ed ho raggiunto una conclusione: egli era un alchimista che riuscì a portare a termine la Grande Opera e questa maiolica ne è la testimonianza." "Già, l'ultima opera della sua vita." "Dopo di che Giorgio Andreoli morì, oppure..." "Oppure?" "Oppure subì l'ultima trasmutazione. Forse questa maiolica è l'unico varco che permetta di accedere alla dimensione sconosciuta raggiunta dal Maestro." "Un'altra porta sul nulla..." Alberico mi guardò perplesso: non poteva capire a cosa mi riferissi. "Non sul nulla," ribatté. "Questi riverberi hanno origine al di là della dimensione fisica e costituiscono un messaggio elementare percepibile dai nostri sensi limitati, ma emanato da una fonte di pensiero estremamente complessa." "Ma che relazione c'è tra Mastro Giorgio e Pietro Ubaldi?" "Forse ha tutto origine da questa maiolica e dal fatto che un giorno gliela mostrai. Poco tempo dopo avvenne l'incontro con quell’entità..." "Quale entità?" Alberico mi guardò accennando un sorriso ironico, quindi prese da uno scaffale un rotolo di vecchie carte ingiallite e me lo porse. "Svolgilo e guarda." Presi in mano il rotolo. Sciolsi il nastro che lo stringeva e distesi le carte sullo scrittoio, fermandole con due piccoli mortai di bronzo. "Fa’ attenzione, in mezzo c’è un disegno eseguito a carboncino: è il ritratto di quell’uomo..." Rimasi in silenzio e sollevai il primo foglio. Era vero. Al di sotto c'era il ritratto di un giovane con i capelli lunghi e la barba fluente. "Sembra Gesù Cristo!" "Chissà. Chi fosse veramente non può dirlo nessuno. " "Ma come andarono le cose?" "Ubaldi si trovava in treno e stava ritornando in città. Il convoglio era semivuoto e nel suo scompartimento non c'era nessun altro. Si era assopito da poco, quando percepì la presenza di qualcuno seduto davanti a lui. Alzò lo sguardo e vide quest’uomo…" "E allora?" "L'uomo cominciò a parlare e gli dimostrò di conoscere a fondo la sua vita e anche i pensieri più nascosti. Gli annunciò poi che presto avrebbe dovuto scrivere un'opera di fondamentale importanza per l'umanità, ispirato dalle Nouri, misteriose correnti spirituali che lo sconosciuto definì emanazioni del pensiero infinito di Dio..." Frattanto il riflesso azzurrino che filtrava dai vetri della bifora stava dileguandosi velocemente, mentre ogni cosa intorno a noi sfumava e perdeva consistenza. Anche la figura di Alberico parve, per un lungo istante, immergersi e scomparire in quell’aura irreale. Il turbinare dei pensieri e delle domande senza risposta cessò d'incanto e la mia mente cadde in una stasi perfetta. Ogni percezione era attratta da quella maiolica che pareva vivere di vita propria. I riverberi iridati prendevano sempre più corpo e luminosità e si irradiavano in ogni angolo della stanza. Poi all'improvviso la realtà intorno a me scomparve, mentre l'intensità della radiazione divenne insopportabile. Tutto cessò d' un tratto come se la mia mente, inadeguata a sostenere l'impatto con una realtà infinitamente complessa, avesse attivato una sorta di circuito di sicurezza che l'aveva ricondotta nella rassicurante prigione dei sensi. "E' accaduto ancora," commentò calmo Alberico, "ne sono lieto. Significa che Ubaldi non aveva torto sul tuo conto… Ecco, prendi questo libro. E' la prima edizione de La Grande Sintesi, leggila, se non lo hai fatto finora." "No, non l'ho fatto," risposi con disagio. Afferrai quel grosso volume dalla copertina scura damaschinata e lo aprii sul frontespizio. "Devi leggerlo con calma," si raccomandò Alberico.
Lasciai il palazzo che era già sera inoltrata e mi avviai tra la neve lungo i vicoli angusti, fino alla piccola pensione nella quale alloggiavo durante i brevi soggiorni nella mia città natale. Non avevo appetito e non cenai. L'esperienza del pomeriggio mi aveva turbato, ma nello stesso tempo ero attratto da quel libro, colpevole, come ero, di non averlo mai letto. Mi liberai degli indumenti e mi infilai sotto la doccia bollente. Ero calmo e potevo iniziare la lettura. La stanza era ben riscaldata e dall'esterno non provenivano rumori. Avvertii, quella sensazione inquietante che si percepisce di notte solo in questi luoghi: un soffio leggero che percorre le membra e che sfalda ogni certezza intorno a te. Sei preso dapprima da una sorda vertigine che ti disorienta poi i sensi si affinano ed ogni facoltà si esalta. La comprensione diviene più facile, intima, profonda, quasi percepissi il rumore del silenzio. Mi coricai a letto ed aprii il libro, ma non ricordo quanto e che cosa riuscii a leggere: ero più affaticato di quanto pensassi e, dopo poche pagine, caddi in un insolito torpore, assai simile a un sonno cosciente. Di fronte a me apparve una struttura cristallina che emanava riflessi iridati, intorno alla quale ruotavano altri cristalli di dimensioni minute che descrivevano delle orbite a forma di spirale fino a colpire la superficie della struttura. Il turbinio cessò dopo qualche tempo e, colto dalla curiosità, mi avvicinai per toccare il grande cristallo. Ci fu un bagliore repentino. Ebbi la sensazione di penetrare al suo interno, ma fu cosa di un attimo, perché non appena ne ebbi coscienza, il cristallo scomparve e con esso il torpore che m’imprigionava le membra. Cominciava ad albeggiare e, proteggendomi con un plaid, aprii la finestra della stanza. Nella piccola piazza antistante l'albergo c'erano alcuni uomini che spalavano la neve. Un lavoro inutile, perché il cielo era torvo e prometteva bufera. Una folata di vento gelido mi schiaffeggiò sul volto e mi ritrassi intirizzito. Afferrai il grosso libro ancora aperto e appena nascosto tra le coperte. Non ricordavo più quante pagine avessi letto la sera prima. Lo aprii circa verso la metà e scorsi alcune righe. Che strano, mi sembrava di averle già lette. Continuai a sfogliarlo, ma questa volta la sensazione fu più netta: leggevo la prima riga e nella mente si snodava l'intera frase, come se l'avessi scritta io stesso. Provai a frenare il flusso incontrollabile delle parole e dei concetti, ma fu tutto inutile. Quel libro enigmatico, per vie misteriose, aveva trovato posto nella mia memoria, rimanendovi scolpito in maniera indelebile. Ero sconvolto. Alzai il telefono e formai il numero di Alberico. Rispose Cinzia. Alberico non c'era, ma aveva lasciato un messaggio per me. Dovevo raggiungerlo alla Grotta dell'Aquila: che razza d’idea! La grotta si trovava sulle pendici di uno dei colli che sovrastano la città. Già senza neve era un problema arrivarci. Non riuscivo a immaginare quale fosse l'intenzione di Alberico ma, a questo punto, non mi restava che accettare. Mi vestii in fretta, indossai una giacca a vento e scesi in strada. Aveva ripreso a nevicare e si preparava una tormenta. Per un attimo provai un senso d’impotenza: con quel tempaccio non avrei mai potuto raggiungere la grotta. Se quello però era il prezzo da pagare per sapere, dovevo andare avanti, a rischio di morire assiderato. Forse era una sfida, architettata da Ubaldi chissà quanti anni prima, al tempo in cui eravamo ancora ragazzi e ci guidava fin lassù in improvvisate escursioni, rubando il tempo alle ore di lezione. Era solito sedersi sopra uno sperone di roccia dal quale si gode un inconsueto panorama della città. Dopo avere aperto il grosso quaderno che portava sempre con sé, cominciava a scrivere, senza più curarsi di noi. Neanche quando, da un costone roccioso che sovrastava la grotta, ci divertivamo a colpirlo sul cappello con dei piccoli sassi... Ma lui era lontano. Solo ora comprendo quanto, e come fosse difficile e doloroso per lui sopportare i lazzi e le cattiverie della vita di ogni giorno, come fosse tormentoso dover combattere le meschinità di un'umanità dedita alla violenza, propensa più al conflitto che alla comprensione, sensibile più al richiamo del denaro che a quello dello spirito. Facevo queste riflessioni mentre affrontavo la lunga salita che mi avrebbe condotto sul terrazzamento nel quale si apriva, profonda e inquietante, la Grotta dell'Aquila. Frattanto la bufera s’era calmata e la neve cadeva a larghe falde, non più prigioniera dei giochi del vento. Giunsi alla grotta quasi senza rendermene conto. In quel versante del monte il vento aveva spazzato via gran parte della neve e aveva creato, proprio di fronte alla grotta, un curioso, gigantesco catino: un anfiteatro di ghiaccio in attesa dei suo deus ex machina.
Non so ancora se quello che vidi e udii durò un secondo o un'eternità. La neve era completamente scomparsa. Mi trovavo nel bel mezzo di una vegetazione rigogliosa e la grotta era appena visibile al di là di una siepe di vischio. M’incamminai verso lo sperone roccioso prediletto da Ubaldi, guardai verso la città, ma la città era scomparsa e l'intera pianura appariva occupata da un grande lago. Raggiunsi il costone roccioso, meta dei nostri giochi. C'era un seggio tagliato nella roccia. Mi sedetti.
L'universo è un complesso infinito di strutture intelligenti n-dimensionali, dove n sta per qualsiasi numero pensabile.
Ero di nuovo al centro dell'anfiteatro di ghiaccio e questa frase non mia, mai pensata, solo intuita, s’era impadronita della mia mente, l’occupava con prepotenza, senza lasciare spazio a nessun altro pensiero. Dovevo andarmene, non potevo rimanere più a lungo in quel luogo. Ero sul punto di vacillare. Dove mai si era nascosto Alberico? Che razza di scherzo mi stava giocando? Dovevo andare in città, subito. Scesi affannosamente lungo il sentiero ingombro di neve, finché una mano mi agguantò con forza la spalla. Mi girai di scatto: Alberico. "Questo è solo il principio. Ora devi continuare..." "No, non ce la faccio. Ho paura", risposi ansimando. "Ubaldi ha scelto te. Ora tocca a te portare avanti l'opera." "Quale opera?" "Non ne conosco le tappe, ma i tempi sono maturi per i cambiamenti di cui parlava Ubaldi." "L'era dello spirito..." "Sì, è quella la meta." Abbassò il capo e si passò la mano sulla fronte. "Io non ho avuto il dono che è stato concesso a Ubaldi e a te. A me è stato affidato il ruolo di custode e di testimone. Da questo momento non potrò più esserti d’aiuto." "Chi sei veramente?" chiesi angosciato. "Niente di più di un uomo, un uomo come te. La parte visibile, tridimensionale di un fenomeno più complesso, che ha estrema difficoltà a manifestarsi in una realtà minima qual è la nostra." "E' questo i1 significato dei riverberi di quella maiolica?" "Sì, quei riverberi si manifestano a noi grazie ad un varco attraverso il quale, dopo Mastro Giorgio è passato anche Pietro Ubaldi e, se Dio vorrà, passerai anche tu."
Lasciai quei luoghi lo stesso giorno, col proposito di non farvi più ritorno. Non dovevo più provare quella sensazione di vertigine che solo il silenzio stregato di quella città di pietra, sospesa nel vuoto della ragione, sapeva suscitare. Immergermi nel caotico turbinio della metropoli mi avrebbe rassicurato.
Avevo girovagato tutto il giorno per le strade di Roma, stordito dal suo frastuono. Non so se per caso o per un'ignota predestinazione mi ritrovai sotto i portici di quella stessa piazza, dalla quale era iniziata la mia storia, col suo segreto serrato negli sguardi distratti di un’umanità decaduta, che vi si aggirava muta e cieca. L'enigma era sempre lì, in quell’angolo del giardino, custodito da due statue beffarde col ventre gonfio di vento. Mi accostai alla recinzione e osservai i sette simboli scolpiti sugli stipiti della porta. Mi sentivo molto stanco, ma sereno, incredibilmente sereno. Indietreggiai di qualche passo, fino ad una panchina e mi sedetti. Un grosso insetto si posò sul dorso della mano. Per istinto cercai di scacciarlo, ma mi fermai. Non potevo più farlo. La cantaride spiegò le ali iridate, si librò nell’aria e disparve. Al di là della porta. Copyright © 2001 by Mario Farneti. Tutti i diritti riservati. |