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ATTACCO ALL’OCCIDENTE
di Mario Farneti
CAPITOLO PRIMO Fit via
vi. (Virgilio Aen., 2, 494)
La Land Rover giallo sabbia attraversò la porta di
travertino che si ergeva tra le rovine del vecchio Forte delle Aquile
Nere, e si diresse verso il deserto. I fasci littori ne ornavano ancora
gli stipiti, mentre dodici aquile imperiali nere, ad ali spiegate,
svettavano sul cornicione. Al centro della trabeazione, un medaglione col
profilo di Mussolini, ornato di alloro, tramandava l’eco di antiche
glorie. – Meglio morti che comunisti! –
Leo Callahan ripeté ad alta voce la frase scritta in caratteri cubitali su
un muro sbrecciato dai colpi di granata, martoriato dalle schegge e dalle
raffiche di mitragliatrice. – Un rudere
glorioso della Terza Guerra Mondiale – commentò Dana. – Poco distante da
qui, nei pressi di Isha, due divisioni di Camicie Nere del corpo di
spedizione italiano in Pakistan affrontarono le divisioni corazzate
sovietiche del generale Andropov, lasciando sul campo almeno seimila
morti. Fu una pagina eroica per l’Italia fascista. Leo accese un sigaro cubano e aspirò profondamente: –
Era la primavera del ’46, a quel tempo ero un ragazzo, ma ricordo bene
quanta eco ebbero sulla stampa le gesta degli eroi del Forte delle Aquile
Nere: un pugno di miliziani fascisti e una compagnia di paracadutisti
della Folgore, che tennero testa, per quaranta giorni, a forze nemiche
soverchianti, fino all’arrivo degli inglesi. – Fu la prima vittoria degli occidentali: l’inizio della disfatta
dei comunisti. È molto triste che questo luogo sia caduto nell’oblio, se
solo si pensa che Mussolini intitolò una delle piazze più grandi di Roma
agli eroi del Forte delle Aquile Nere e Churchill, per riconoscenza, fece
la stessa cosa a Londra. Per più di
un’ora, l’autovettura attraversò una pianura brulla, disseminata di
automezzi militari ridotti a carcasse rugginose, che affioravano a tratti
dalla sabbia. Sibilando tra le lamiere
cupe e scheletriche, il vento intonava una tetra litania, mentre una nube
di pomice sottile, scesa dalle colline infuocate dal sole, s’insinuava
dappertutto, impalpabile e rovente. Leo
premette sulla bocca il fazzoletto di seta che teneva al collo sotto la
camicia kaki, ma senza alcun risultato. Pronunciò una sequela
incomprensibile d’imprecazioni mentre l’eccesso di tosse gli spezzava il
respiro, fino a soffocarlo. Annaspò verso Dana che sedeva a fianco
dell’autista e afferrò la borraccia d’acqua che la donna si era affrettata
a porgergli. L’uomo ingurgitò due
lunghi sorsi, poi si sciacquò la bocca e sputò oltre il finestrino della
Land Rover, un ferrovecchio Anni ’50 che arrancava lungo una strada
sterrata cosparsa di sassi e buche. –
Ancora un attimo e ci lasciavo le penne! – Faresti bene a smettere di fumare quei tremendi sigari cubani.
Sono quelli che ti hanno fottuto i bronchi, non la polvere del
deserto! Leo scosse il capo: –
Scemenze, il vero fumatore di sigari non aspira... Dana stava per ribattere, quando l’autovettura infilò
una fitta serie di buche che la fecero sobbalzare, squassando
l’abitacolo. – Ahmed, ti prendesse un
accidente, rallenta! – imprecò Leo alla volta dell’autista, un pakistano
sulla trentina che puzzava come una capra e masticava aglio.
Ahmed non sembrò dar peso alle parole di Leo,
anzi, per tutta risposta, premette ancora di più sull’acceleratore. Dalle
ferraglie che componevano quel simulacro d’auto si levò un lamento
sinistro, poi uno schianto improvviso annunciò il distacco di una delle
ruote anteriori, che s’infilò in un canalone e terminò la corsa
rimbalzando contro uno sperone di roccia. – Ahmed, figlio di sessanta cani! – Leo ebbe appena il tempo di
proteggersi la testa con le braccia, prima che la Land Rover si mettesse
di traverso e si rovesciasse in mezzo alla carreggiata. Dana fu la prima a emergere dalla carcassa fumante
dell’autovettura, che, nel capovolgersi, aveva disseminato la strada di
rottami. Uscì a fatica dal finestrino e salì sulla fiancata. Notò che
Ahmed era ancora al posto di guida e stringeva il volante tra le mani,
come se non si fosse reso conto di nulla, indifferente anche al sangue che
gli sgorgava dal sopracciglio ferito dai cristalli del parabrezza.
– Ehi tu, non far finta di dormire, che hai
combinato un bel casino! L’autista le
rivolse uno sguardo stralunato, come se non comprendesse il senso di
quelle parole, ma si riebbe dallo shock appena Leo l’afferrò per il bavero
della camicia, dopo essersi liberato di un pesante zaino che gli era
caduto sulle gambe. – Ti venga un
accidente, te l’avevo detto di rallentare, brutto asino! Credevi di essere
a Indianapolis?! – Leo, lascia andare
quello scemo. Dimmi piuttosto: sei ferito? – No, grazie a Dio, solo qualche ammaccatura, ma non c’è di che
essere ottimisti. Il centro abitato più vicino dista sessanta miglia e le
alture sono infestate da bande di predoni che presto si precipiteranno qui
come topi sul cacio. – Che cosa pensi
di fare? – Intanto dobbiamo abbandonare
questo rottame e trovare riparo per la notte. Ci porteremo dietro le
provviste d’acqua e di cibo poi, domattina all’alba, ci metteremo in
cammino, sperando di non fare brutti incontri. Nel frattempo Ahmed, dimostrando un’insospettabile prontezza di
spirito, si era arrampicato sopra un balzo roccioso, che sovrastava la
strada di una ventina di metri, per osservare i monti circostanti con un
piccolo binocolo da campo. – Tutto
tranquillo, per il momento. Possiamo accamparci qui per la notte – li
rassicurò l’uomo. – Va bene, ti
raggiungiamo. Tu Dana pensa ai sacchi a pelo, io porto l’acqua e le
provviste e... questa. – Indicò una pistola a tamburo di piccolo calibro,
che teneva nascosta tra gli obiettivi della telecamera. Afferrò l’arma e
la nascose nella tasca dei pantaloni. – Non è professionalmente corretto
girare armati, ma trovami qualcosa di corretto in questo posto.
– Non si tratta di correttezza, Leo, lo sai.
Essere armato può farti identificare col nemico. Spesso è più sicuro
essere disarmati e neutrali. – Vallo a
dire alle centinaia di colleghi disarmati che ci hanno rimesso la
pelle. – Va bene, fa’ come vuoi. Forse
hai ragione tu. Ad ogni modo chi la sa più lunga è quel ceffo lassù. S’è
messo subito al sicuro, senza pensare minimamente di darci una mano a
trasportare la mercanzia. – Abbiamo
ingaggiato Ahmed come autista e, giustamente, lui non si sporca le mani
con lavori pesanti. Quelli li lascia a noi infedeli... Business is
business, accidenti a lui! Leo e Dana
risalirono verso il balzo, piegati sotto il peso degli zaini e delle
taniche d’acqua. Solo quando erano già a poca distanza, Ahmed, mosso non
si sa come da compassione, venne loro incontro, accollandosi parte del
bagaglio. – Bene, il luogo è più
accogliente di quanto sembrava dalla strada. Leo si piazzò al centro di un piccolo avvallamento che poteva dare
riparo e protezione in caso d’aggressione. – Intanto mettiamo qualcosa sotto i denti, poi penseremo a
riposarci. Domani ci aspetta una giornata durissima che temo sarà solo la
prima di una lunga serie. Aprì un paio
di confezioni di carne in scatola e le vuotò in una gavetta, poi divise il
cibo in parti uguali. Ahmed afferrò un
pezzo di carne e lo annusò con sospetto. – Tranquillo, Ahmed, niente maiale, solo carne di manzo – lo
rassicurò Leo. L’uomo annuì e iniziò a
mangiare con voracità. Il vento si era
chetato e il deserto, all’imbrunire, si era tinto di colori sempre più
tenui che erodevano ogni forma, così come sgretolavano ogni certezza. In
pochi minuti fu buio, ma il cielo stellato, senza luna, mantenne luce
sufficiente a non perdere l’orientamento. – Ci siamo cacciati in un bel guaio – commentò Leo, mentre metteva
ordine tra le sue cose, facendosi luce con una piccola torcia a stilo –
soprattutto tu, che potevi fare una vita ben diversa... – Dài smettila, non ricominciare con la storia della
donna del capo, sai bene che è stata una decisione presa di comune
accordo, già prima che ci sposassimo, io e Romano... – Sì certo, Romano, il parrucchiere all’angolo! – Leo
rise divertito. – Che cosa
significa? – Nulla, salvo che Romano
Tebaldi non è un tizio qualsiasi. Ne convieni? – Certo, Romano Tebaldi, Triumviro dell’Impero, avrebbe dovuto
gettare la sua lunga ombra protettrice sulla piccola Dana Di Maggio,
capomanipolo onoraria della Milizia, sino a farla scomparire. È questo che
intendi dire? – No, non penso che
avresti dovuto rinunciare completamente al tuo lavoro, ma che avresti
potuto sceglierti qualcosa di meno pericoloso... – Per esempio, occuparmi di moda o di cronaca rosa. Non
è così? Dillo! Leo aggrottò la fronte,
poi accennò un sorriso imbarazzato: – Non posso tacere che certe tue
iniziative abbiano creato qualche problema a Romano, soprattutto da quando
è una delle tre persone più potenti dell’Impero, forse il futuro
Duce... – Sono cose che conosco bene;
all’inizio l’ala più conservatrice del partito, mi riferisco al generale
Gabrielli e ai suoi faccendieri, si servì della nostra relazione per
mettere Romano in cattiva luce, soprattutto perché ero americana e non
volli mai rinunciare alla mia nazionalità. Romano, però, dimostrò nei miei
confronti una tolleranza molto rara in un fascista. Affrontò i suoi
avversari senza mai chiedermi di rinunciare alla benché minima parte delle
mie aspirazioni. Siamo ormai sposati dal ’73, nostro figlio maggiore ha
quasi quindici anni e, fino a ora, abbiamo mantenuto gli impegni presi di
comune accordo, senza mai arretrare di un palmo. – Dana Di Maggio che arretra: impensabile! Neanche
quando tutto sembra congiurare contro di lei. Neanche davanti
all’evidenza! – Le afferrò il polso e lo strinse. Poi sussurrò: – Neanche
quando mi davano per morto volevi crederci. E, dopo due anni trascorsi nel
limbo, rividi la luce e il tuo volto. Leo Callahan il redivivo, uscito dal
coma grazie all’ostinazione di un’amica, la sua migliore amica, che osò
sfidare le certezze dei baroni della scienza, costringendoli a non
staccare la spina. – Hai ragione in
tutto, tranne che non fu ostinazione... – Lo so, Dana, fu fede. Leo si
alzò e si diresse verso il margine del precipizio a scrutare le sagome
scure delle montagne, come se un istinto primordiale lo avesse avvisato di
un pericolo imminente. – Che ti prende?
– domandò Dana. – Non lo senti anche
tu? – Che cosa? Anche Ahmed si alzò e si mise ad ascoltare: – Motore...
motore di aereo – l’uomo indicò verso Sud. – Sì, è un aereo che si sta avvicinando. – Mi pare di udire qualcosa... diamine, avete ragione: è
un aereo a bassa quota. Ti risulta che ci siano aerovie qui sopra?
– Ne dubito. Non credo che le compagnie aeree
corrano il rischio di sorvolare questa zona: troppi Stinger in mani poco
raccomandabili! – Ecco, intravedo una
sagoma scura sorvolare quel picco! – Leo indicò un’altura sull’altro lato
del canalone. – Vola a luci spente, il bastardo! Ecco, vira verso di noi.
Tra un attimo lo avremo sopra. – Ma
come fai? Io non vedo niente! – Da
quando sono uscito dal coma, la mia vista si è fatta più acuta, non so
spiegarmi il perché, ma ti giuro che è vero! Dana gli lanciò uno sguardo incredulo, poi strizzò gli occhi
nell’inutile tentativo di scorgere l’aereo, che passò veloce sopra le loro
teste e scomparve oltre una cresta rocciosa. – Deve trattarsi di un bimotore, forse un aereo civile. Che cosa ci
faceva da queste parti e poi perché volava a luci spente? – Non ne ho idea, Leo. Forse nei paraggi c’è qualche
pista d’atterraggio, non credi? – C’è
puzza di traffico d’oppio. Meglio tenersi alla larga. – Sì, meglio farci gli affari nostri, anche se...
– Anche se? – No, no, meglio di no. – Dài
smettila di dire le cose a metà. Che ti passa per la testa? Sputa
l’osso! – Forse si potrebbe chiedere un
passaggio. – A quella gente lì? Hai
idea di quali personaggi frequentino la Zona Tribale? Qui la polizia e
l’esercito pakistano non si azzardano a mettere piede. – Noi però ci stiamo maledettamente dentro e non c’è
ancora accaduto niente. – Ah, e questo
lo chiami niente. Siamo in mezzo al deserto, con l’automobile a pezzi e
con scorte d’acqua e viveri per un paio di giorni o giù di lì, ma questo è
il problema minore, perché domattina finiremo sgozzati dai predoni e
tu... – Smettila col solito pessimismo.
Chi ti dice che i proprietari dell’aereo non siano invece occidentali
disposti ad aiutarci? – Sì, a finire
all’inferno. Dana fece un gesto
d’insofferenza, poi aprì la cerniera del sacco a pelo e s’infilò
dentro. – Fa’ tu il primo turno di
guardia e svegliami tra due ore. – Poi indicò verso Ahmed: – E non ti
fidare di quello lì, che alla prima occasione ci vende ai banditi per
pochi spiccioli. – Agli ordini,
capomanipolo! – Leo salutò col braccio levato. La notte trascorse senza incidenti, in una calma piatta, finché Leo
fu svegliato da un robusto scossone. L’uomo impugnò la pistola puntandola
in faccia ad Ahmed, che alzò le mani spaventato. – Che accidente...! –
Niente, niente Mister Callahan. È l’alba. – Come l’alba! Che ora è? – Le
cinque. – Perché sei di guardia tu?
Dov’è Dana? Ahmed indicò con la mano
verso il costone roccioso. – Brutta
pazza ostinata, se l’era messo in testa e l’ha fatto! – Ha detto di non svegliare Mr. Callahan prima che fosse
in vetta. – E tu le hai dato
ascolto? – Sì, m’ha pagato. – Sventolò
davanti agli occhi di Leo una banconota da dieci dollari. – Ci vende ai banditi per pochi spiccioli, che faccia di
bronzo! Mi verrebbe di salire fino in vetta e gettarla di sotto!
Ahmed lo fissò interessato, come a dire: Per
un prezzo giusto lo faccio io. – Guarda
che t’ho capito, brutto sacco di pulci. Al primo sgarro ti metto un
proiettile in mezzo agli occhi! – Io
non ho parlato, non ho detto niente. –
Sì, e per il futuro farai bene a rimanere muto come un pesce e anche a non
pensare. Piuttosto, dammi il binocolo. Voglio vedere cosa combina quella
sciagurata. – Veramente il binocolo ce
l’ha Mrs. Dana. – A pagamento...
– No, non ci siamo messi d’accordo sul
prezzo. – E allora? – Allora m’ha dato un pugno nello stomaco e se l’è preso
lo stesso. – Be’, almeno una cosa
giusta l’ha fatta! Dette un’occhiata
verso la cima dell’altura: – Sarà sì e no mezzo miglio, dài muovi le
chiappe, raggiungiamola! – Forse torna
tra poco, è più saggio attendere. Leo
strinse il pugno e lo agitò sotto il volto di Ahmed: – Dove lo vuoi il
prossimo? – Andiamo dove Mr. Callahan
desidera – rispose l’uomo senza indugiare. Giunsero in vetta dopo un’ora di arrampicata, tra rocce acuminate e
strapiombi. Dana era seduta al riparo di un cumulo di sassi e aveva steso
a terra una carta topografica. – Vuoi
fare sempre di testa tua, vero? L’età non ti ha portato saggezza.
Dana iniziò a parlare senza dare conto alle
parole di Leo: – Noi ci troviamo esattamente qui – pose un sassolino sulla
carta – e la pista è proprio laggiù. In linea d’aria neanche due miglia.
Che ne pensi? – Penso la stessa cosa di
ieri sera: ci rubano tutto, ci ammazzano e danno in pasto le nostre
carcasse agli sciacalli. – Vedi quel
piccolo altopiano. Ieri sera l’aereo è atterrato proprio lì sopra. L’ho
visto levarsi in volo poco dopo l’alba. Otto uomini, accampati nei
paraggi, facevano la guardia ad alcune piccole casse. Roba che devono aver
scaricato nella notte. L’aereo è ripartito senza caricare nulla: non ti
sembra strano? Se fosse stato un aereo di trafficanti di droga avrebbe
fatto il contrario. Ne convieni? – Uhm,
forse hai ragione. Non erano trafficanti di droga, ma trafficanti
d’armi. – Troppo piccole le casse per
contenere armi, salvo che fossero pistole, ma mi sembra
improbabile. – Che idea ti sei fatta?
Sputa l’osso. – Non mi sono fatta
un’idea, e proprio per farmene una andrò fin lì a vedere. Vieni con
me? Leo allargò le braccia sconsolato:
– Va bene, andiamo. Spero sia una cosa rapida e indolore. Ci volle tutta la mattinata per raggiungere l’altopiano.
Naturalmente le due miglia in linea d’aria si dimostrarono sul terreno
quasi dieci, e tutt’altro che agevoli. Il sole era allo zenit e arroventava il pianoro sassoso sul quale
erano saliti, dopo un’arrampicata mozzafiato. – Se rimaniamo qui sopra un attimo di troppo, finiamo abbrustoliti
come hamburger. – Bevi un sorso, Leo, e
smettila di lamentarti. – Dana gli porse la borraccia. – Voglio solo dare
un’occhiata al luogo dove s’erano accampati quegli uomini e poi ce ne
andiamo. Ecco dev’essere lì. Ci sono dei mozziconi di sigaro per
terra. – Sigari inglesi – osservò Leo,
con piglio d’intenditore, – roba di prima scelta, anche se a me fanno
schifo. – Be’ certo, tu fumi solo
cubani... – Mrs. Dana, guardi! – Ahmed
indicò un minuscolo cilindro di plastica trasparente seminascosto dal
terriccio. – Fermo, non toccare!
La donna estrasse di tasca un coltellino
serramanico e smosse la terra. – È una
siringa monodose, di quelle che si usano per i vaccini. – Chi si fa l’antinfluenzale in mezzo al deserto?
– Non ne ho idea. Forse qualche eccentrico
inglese con tendenze ipocondriache. Vediamo un po’ di che cosa si
tratta. Soffiò via la polvere dalla
piccola siringa. – C’è una scritta:
Libra Industries Ltd., Birmingham U.K.; ma non sono quelli...
– Quelli dello scandalo dei medicinali scaduti
destinati ai programmi di cooperazione per il Terzo Mondo. C’era stata
un’inchiesta un paio d’anni fa, poi a Bruxelles hanno insabbiato tutto.
Gli interessi da difendere erano troppo grossi. – Vuoi vedere che, senza volerlo, abbiamo imboccato la
pista giusta? – Ti riferisci
all’epidemia del Khyber? – Che altro se
no? Non è per l’epidemia che ci troviamo in quest’inferno? Mille morti in
un mese non sono uno scherzo. Poi l’epidemia è cessata all’improvviso,
così com’era iniziata. Sei certo che quel tuo amico Gengis Khan, o come
cavolo si chiama, potrà esserci di aiuto? – Kafir Khan, si chiama Kafir Khan. È un uomo di vasta cultura e di
grande animo, il mio vecchio compagno di studi a Harvard. Ci attenderà per
due giorni al passo di Khyber. Di lì ci scorterà fino al Nuristan, in
territorio afgano, nella sua fortezza sui monti del Kalasha, dove vive con
la moglie e i suoi sette figli. Kafir Khan, capo dei Kafir Neri, i veri
Kalash, discendenti dei legionari di Alessandro il Macedone.
– Mamma mia, mette paura solo
immaginarli! – Non sono più temibili di
altre tribù che vivono in questo deserto: guerrieri, la cui attività negli
ultimi venticinque secoli è stata la guerra. Leo prese in mano la piccola siringa e la esaminò. – Forse quelli della Libra ci stanno provando anche qui:
medicinali scaduti in cambio di milioni di sterline, niente male come
commercio. – Oppure indagano
sull’epidemia, sempre che non siano stati loro ad averla diffusa.
– Ehi calma! Stai lavorando troppo di
fantasia. Nonostante le ipotesi e le illazioni dei giornali scandalistici,
non c’è mai stata la prova concreta di un’epidemia progettata in provetta.
Ne hanno dette di tutti i colori su Ebola e sull’AIDS, ma, fino a oggi,
nessuno ha portato prove convincenti, se si escludono i vaneggiamenti di
qualche pseudo-scienziato in vena di protagonismo. – Okay, okay, fa’ finta che non abbia parlato. In ogni
caso sarà bene conservare la siringa. –
Mettila nel mio tascapane, appena possibile la faremo analizzare.
L’attenzione dei due fu richiamata dalle
improvvise grida di Ahmed che li avvertiva di un camioncino pickup che si
stava avvicinando di gran carriera attraverso l’altopiano.
– È piena di gente armata. Qui finisce
male! Leo afferrò la pistola che teneva
in tasca, ma Dana gliela strappò di mano e la nascose sotto una grossa
pietra. – Hanno una santabarbara su
quel gippone e tu vuoi affrontarli con una pistoletta a tamburo. Lascia
parlare me. – Tu sei pazza, quelli sono
musulmani, non parlano con una donna. Anzi, faresti bene a coprirti la
testa con un fazzoletto e tenerti in disparte. Dana obbedì di malavoglia, mentre il pickup inchiodava un paio di
metri da loro, tra una nuvola di polvere. Dall’automezzo scesero tre
uomini coi classici chapan, le lunghe vesti afgane, e i Kalashnikov in
pugno, che si rivolsero ad Ahmed nel loro idioma. Ahmed gesticolava e indicava gli zaini, mentre uno di
loro gli puntava la canna del fucile sul petto e rispondeva
gridando. L’uomo, però, non si fece
intimidire e rispose ad alta voce alle minacce, finché, vedendosela
brutta, si rivolse a Leo con fare sconsolato: – Vogliono rapinarci d’ogni
cosa e, in cambio delle nostre vite, pretendono diecimila dollari!
– E chi ce l’ha diecimila dollari in contanti!
Chiedi se accettano carte di credito... – No, non scherzi Mr. Callahan, non posso riferire la sua frase. È
gente dal grilletto facile, questa. – E
chi mi garantisce che non ci ammazzano lo stesso, appena pagato il
riscatto? Ahmed tradusse la richiesta
di Leo e l’uomo rispose rabbioso, poi imbracciò il Kalashnikov e lo puntò
in aria sparando una raffica. – Dice
che vi dovete fidare lo stesso e che se avessero voluto farvi fuori lo
avrebbero già fatto... Chi glielo avrebbe impedito? – Glielo avrei impedito io... Dall’auto uscì un uomo di media statura abbigliato
anch’egli con lunghe vesti, e col classico pakol sul capo. Liberò il volto
dalla sciarpa scura che lo nascondeva: i capelli biondi e la pelle
rossiccia rivelarono la sua origine occidentale. Dana, che non ce la faceva più a starsene in disparte,
si tolse il foulard con un gesto di stizza: – Da dove cavolo spunta fuori
lei? – Permettete che mi presenti,
signori: Philip van Horn, olandese. Benvenuti nelle mie terre. Questa è la
mia piccola guardia personale. –
Benvenuti un corno – replicò Dana, – lei dà il benvenuto alla gente
rapinandola? – Si calmi Miss...? Non ho
ben capito il suo nome. – Mrs. Di
Maggio. Dana Di Maggio... Van Horn ebbe
un moto di meraviglia: – Ah, che sciocco non averlo capito prima. Quale
onore: Dana Di Maggio, la famosa giornalista italo-americana, moglie
di... – Sì, certo, moglie di... – Dana
lo interruppe, impedendogli di pronunciare il nome del marito. – Lui è il
mio collega Leo Callahan. – È per me un
grande onore accogliere lei e il suo accompagnatore nelle mie terre. Va da
sé che il pagamento del pedaggio testé avanzato dal mio collaboratore
debba ritenersi virtualmente assolto. Se volete accomodarvi
sull’automezzo, vi condurrò alla mia residenza. Ahmed, rincuorato dalla piega favorevole che aveva
assunto la vicenda, s’affrettò a salire sul pianale posteriore, dopo aver
caricato tutti i bagagli. Van Horn si mise alla guida e fece accomodare
Dana e Leo nell’abitacolo. Guidò in
modo spericolato per una quindicina di miglia, lungo una pista sterrata
che somigliava al letto di un fiume. –
Tra una decina di minuti saremo a destinazione – assicurò l’olandese, dopo
aver superato un dosso, oltre il quale la strada scendeva rapidamente
verso un piccolo corso d’acqua stretto in una gola. – Cosa ci fa un europeo da queste parti? Non sono più i
tempi di Lawrence d’Arabia. – In Europa
mi occupavo di logistica, Mrs. Di Maggio. – Intende dire trasporti e spedizioni? – Esatto, proprio di questo. Poi, in seguito ad alcuni errori
giudiziari, dovetti allontanarmi dal mio paese... – Errori giudiziari di che tipo? – Non so se rammenta la vicenda della White
Arrow. – White Arrow..., sì ricordo:
1981 o ’82, quelli che inquinarono mezzo Mar Caspio. Era una
multinazionale con sede nelle Virgin Islands che si occupava dello
smaltimento dei rifiuti tossici. Invece di distruggerli, li scaricava
direttamente in mare. – Esatto, ma io,
al tempo, ero in perfetta buona fede. –
Perché mette avanti le mani? Che cosa faceva per la White Arrow?
– Ad Amsterdam possedevo una piccola compagnia
di trasporti e ogni settimana dovevo portare a Baku, sul Mar Caspio, un
carico di fusti sigillati e scaricarli in un deposito; ma io non ho mai
saputo che cosa contenessero. Arrivarono a pagarmi anche il triplo del
dovuto. Per alcuni mesi gli affari andarono a gonfie vele, fin quando non
si misero in mezzo quei rompiballe di ambientalisti. Un giorno, a pochi
chilometri da Amsterdam, assalirono il camion e fecero sequestrare il
carico dalla polizia. Per fortuna sfuggii all’arresto, ma dovetti
rifugiarmi qui, dove non esistono estradizioni, anzi, dove non esistono
neanche le leggi. – E, mi dica, ora si
occupa esclusivamente di brigantaggio o ha qualche altra attività
collaterale? – Lei mi giudica male,
Mrs. Di Maggio, perché non ha la nozione esatta di dove si trovi.
– Si sbaglia, perché invece ho l’esatta
nozione di dove mi trovo: in un covo di briganti. – Briganti al pari dei nostri antenati europei del
medioevo. Conti, marchesi, vassalli e chi più ne ha più ne metta, erano
anch’essi, nella sostanza, briganti che spennavano tutti i malcapitati che
venivano loro a tiro e che si facevano giustizia da soli. Nella Zona
Tribale siamo ancora in pieno medioevo ed è normale che il signore del
luogo, in questo caso io, chieda il pedaggio per attraversare le sue
terre. Ne conviene Mr. Callahan? – Non
posso darle completamente torto Mr. van Horn, anche se Dana non condivide
questo mio punto di vista. Ciò che però m’incuriosisce di più è sapere in
quale modo un infedele sia riuscito a crearsi un feudo da queste
parti. – Un ex infedele, vorrà dire. Io
mi sono convertito all’Islam ormai da qualche anno e ho avuto in dono
queste terre da un capotribù cui salvai la vita, oltre che avergli fatto
alcuni favorucci... Adesso nessuno qui attorno può fare a meno di
me. – Perché? – Io continuo a occuparmi di logistica, la mia
specialità, e solo Dio sa quanto ce ne sia bisogno in questo deserto privo
di mezzi di trasporto moderni e di vie di comunicazione adeguate...
– Ho capito, traffico d’oppio, armi,
alcolici... tutto fa brodo. – Dana scosse la testa, come non volesse
credere a ciò che ascoltava, ma l’olandese non sembrò dar peso al suo
disappunto. – Vede – continuò, – io non
sono abituato a fare molte domande. Quando mi si chiede di trasportare
qualcosa, lo faccio con puntualità e precisione. Sono doti che i Signori
della Guerra, che si spartiscono queste terre, apprezzano molto e
ricambiano con dollari sonanti, ma non potrei mai e poi mai trasportare
alcool. Per nessun prezzo. Firmerei la mia condanna a morte. Sa che cosa
fanno da queste parti a chi non rispetta le regole? – Lo so: lo fanno a pezzi da vivo... – ... molto lentamente e, prima di ucciderlo, gli fanno
ingoiare i testicoli: non è cosa per me. Mi creda. Nel frattempo, la jeep aveva attraversato il canalone ed
era risalita verso un pianoro, protetto a Sud e a Ovest da un’altura
rocciosa sulla quale si aprivano alcune grotte, intervallate da
costruzioni di mattoni e da un capannone di lamiera davanti al quale era
parcheggiata una mezza dozzina di jeep di grossa cilindrata.
– Ecco, questo è il mio autoparco. Altri sei
automezzi stanno effettuando consegne tra Kabul e Jalalabad. Non è
meraviglioso? E poi senza quei rompiscatole di ambientalisti.
– Non ci saranno gli ambientalisti a romperle
le scatole Mr. van Horn, ma temo che i pericoli non siano certamente
inferiori a quelli che correva in Europa facendo il midnight dumper... –
sottolineò Dana. – Sembra paradossale,
ma qui è tutto più semplice, perché qualsiasi cosa è quantificabile in
moneta. L’importante è non irrigidirsi e non scandalizzarsi mai delle
richieste della controparte. È sempre possibile trovare un punto
d’accordo. Per esempio, poco fa i miei uomini vi avevano fatto una
richiesta: sa dirmi a quanto ammontasse? – Tutto il bagaglio, più diecimila dollari per avere salva la
vita. – È ciò che vi ha riferito il
vostro autista, immagino. –
Esattamente. – Vede, anche lui ha
cercato di trarre profitto da un evento inaspettato e, all’apparenza,
negativo. La nostra richiesta, però, non era di diecimila, ma di
cinquemila dollari. Ahmed ha pensato bene che una cresta di cinquemila
dollari fosse sufficiente a ripagarlo dell’auto andata distrutta.
– Brutto imbroglione! – Non è un imbroglione. Ha cercato solo di rifarsi della
perdita. Questo v’insegna che, per prima cosa, avreste dovuto accordarvi
con lui, stabilendo quale utile avrebbe voluto ricevere dalla trattativa.
Se non fossi stato presente io, non so come ne sareste usciti.
– Anche Ahmed, però, ha rischiato di venire
ucciso. – Non si uccide mai un
mediatore. Porta male! Philip
parcheggiò l’auto davanti alla più grande delle costruzioni. Una palazzina
di mattoni a secco, chiusa da una porta metallica. – Questa è casa mia, accomodatevi pure. Potrete farvi
una doccia e rifocillarvi. Poi sarò a vostra disposizione. Naturalmente a
un prezzo di favore. – Non ne dubitavo
– sorrise Leo. All’apparenza la dimora
di Philip sembrava poco più di un tugurio, composto di un solo stanzone al
centro del quale erano posati alcuni tappeti e dei cuscini sdruciti e
maleodoranti. Dana lanciò uno sguardo ironico verso Leo che la ricambiò
aggrottando la fronte. – Tranquilli,
questo è solo per gli indigeni. Agli europei ho riservato l’ala Nord.
Seguitemi. Sollevò un pesante tappeto a
motivi geometrici, appeso alla parete di roccia che costituiva il quarto
lato del fabbricato, e scoprì una porta scorrevole che immetteva in una
grotta... che non aveva nulla da invidiare a una suite allo
Sheraton. Per un istante, Dana rimase
abbacinata dal luccichio degli specchi, dei cristalli e degli ottoni, un
insieme un po’ pacchiano, ma che giovò molto a risollevarla.
– Là ci sono i bagni con l’idromassaggio. Se
poi vorrete consumare un pasto, non avrete che da accomodarvi nel tinello.
Nel surgelatore troverete cibo occidentale e nel frigo le bevande.
Naturalmente mancano gli alcolici e la carne di maiale. Fate come se foste
a casa vostra. – Si rivolse infine ad Ahmed. – Tu vieni con me, che ho da
farti una proposta. Philip ritornò dopo
circa un’ora e trovò Dana e Leo seduti al tavolo del tinello, mentre
consumavano alcune porzioni preconfezionate di merluzzo del
Baltico. – Spero abbiate trovato ogni
cosa di vostro gradimento. – È tutto
così perfetto, che ha dell’incredibile! – esclamò Dana. – Io non faccio una vita facile: penso lo avrete capito.
Perciò, appena posso, cerco di prendermi delle piccole soddisfazioni... Ma
veniamo a noi. Credo che ora vorrete rimettervi in viaggio. A proposito
qual era la vostra destinazione? – Il
passo del Khyber. Abbiamo appuntamento con un amico. Ci attenderà ancora
per ventiquattr’ore. – Se è lecito,
posso sapere di chi si tratta? Dana
fissò negli occhi Philip e rimase in silenzio, poi sorrise con aria di
sfida: – Chi, tra i suoi clienti, fuma sigari inglesi e usa siringhe
prodotte dalla Libra Industries? Philip
s’irrigidì. – Come le dicevo, io non faccio troppe domande ai miei
clienti. La riservatezza mi aiuta a rimanere vivo. – Non ho dubbi lo stesso, Mr. van Horn, ma ho pensato
che lei potrebbe esserci utile a raccogliere notizie circa l’epidemia del
Khyber. Philip scoppiò a ridere.
– L’epidemia del Khyber: una delle più grosse
montature messe su dai mass media occidentali. Nel Khyber sarà morta sì e
no una ventina di persone, tutte vecchie o malate, e non le mille e più di
cui i suoi colleghi hanno parlato. –
Anche se fosse vero quello che sostiene, non le sembra comunque un
episodio preoccupante? – Non più di
quanto possa preoccuparmi una semplice epidemia influenzale. Quanta gente
debole o malata muore negli Stati Uniti, in inverno, a causa
dell’influenza? Sicuramente più di venti individui. – D’accordo, potrei concederglielo se gli Stati Uniti
avessero un’estensione di poche centinaia di chilometri quadrati e se la
popolazione ammontasse a qualche migliaio d’anime. È un problema di
statistica. – Tagli corto Mrs. Di
Maggio: dove vuole arrivare? – Non so
dove arriverò. So invece qual è il punto di partenza. – A che cosa si riferisce? – All’altopiano da cui ci ha allontanato con la massima cura. Mi
sbaglio Mr. van Horn? L’olandese
assunse un’espressione corrucciata. La sua voce divenne metallica,
distaccata. – Farò in modo di condurvi
a destinazione al più presto. Tenetevi pronti. Fra mezz’ora manderò un mio
uomo a prendervi. Ah, dimenticavo, il prezzo del biglietto aereo fino al
Khyber è di duemila dollari. L’uomo
uscì dalla stanza senza aggiungere altro. – Centro! – Dana strinse il pugno in segno di vittoria, poi si
avvicinò al tavolo e finì di tracannare una bevanda al succo d’uva
contenuta in un tetrapak arancione. Leo
scosse il capo: – Centro un cavolo! Lo hai fatto incavolare come un
bufalo. Non puoi comportarti sempre in questo modo. Se solo avesse avuto
la minima intenzione di collaborare, ora lo hai convinto a tenere la bocca
chiusa. – Non ne sarei sicura, perché
van Horn ha capito che la persona che ci attende al Khyber è un Signore
della Guerra, che potrebbe creargli dei problemi. In secondo luogo teme di
sicuro che il suo nome possa saltar fuori su qualche giornale occidentale.
Perciò abbiamo ancora qualche moneta di scambio. – E se non gliene frega niente e, a scanso d’equivoci,
prende e ci fa fuori entrambi? – Non lo
farà, perché è un occidentale e sa bene che dopotutto io sono la moglie
di. Le Squadre Omega dell’OVRA non gli lascerebbero scampo...
– Squadre Omega... ma allora esistono davvero?
Il governo fascista ne ha sempre negato l’esistenza. Dana lo zittì: – Tieni la bocca chiusa e fa’ finta che
non abbia parlato... – No, no, adesso
non puoi tacere. Ecco che riemerge il tuo subcosciente fascista! Allora
essere la moglie del Triumviro Tebaldi ha il suo peso... – Lascia andare le polemiche e cerca d’essere concreto.
Pensi proprio che Romano potrebbe rimanere con le mani in mano, se solo
qualcuno mi torcesse un capello? – No,
è ovvio, ma dimmi un po’ di queste Squadre Omega. – Lo sai che cos’è l’Alfa? – La prima lettera dell’alfabeto greco, il principio.
– Esatto, il principio. E l’Omega?
– L’ultima lettera, la fine. – La fine, appunto. –
Questo significa che... – Che nel giro
di un quarto d’ora ogni forma vivente che si trovasse nel raggio di due
chilometri da qui sarebbe terminata. Qualsiasi istallazione, costruzione,
rifugio o impianto distrutto in modo tale da non essere, non solo
ricostruibile, ma riconoscibile; qualsiasi veicolo o velivolo
disintegrato. Tutto qui. – Una specie
di disinfestazione. – Bravo, hai usato
la parola giusta: disinfestazione! – E
se, poni caso, l’olandese riuscisse a darsela a gambe? – Finirebbe nel Guinness dei Primati, perché sarebbe il
primo a essere sfuggito alle Squadre Omega. Adesso però dimenticati questo
nome e non farne parola con nessuno. Mai. – Non ti preoccupare. Non ho nessuna voglia di finire anch’io nella
lista nera dell’OVRA... Philip fu
puntuale. Dopo mezz’ora esatta si presentò a bordo di una jeep giapponese
di grossa cilindrata con un paio di guardaspalle. Dana e Leo erano già nel
piazzale, in attesa di partire. Gli
uomini di scorta scesero dall’auto e caricarono il bagaglio, uno di questi
aprì la portiera laterale e fece entrare i due ospiti. – E Ahmed, dov’è finito? – chiese Dana. – Da oggi lavora per me. Gli ho fatto una proposta che
non poteva rifiutare. – Be’, allora lo
saluti da parte nostra e gli dia questi mille dollari. – Leo gli porse una
mazzetta di banconote, ma Philip la rifiutò con aria di sufficienza, poi
mise in moto e partì: – Non ne ha bisogno. Da ora penso io a lui.
– Allora permetta che saldiamo il nostro
debito con lei. – Prese dalla tasca altre banconote che aggiunse alle
prime: – Sono i duemila dollari che aveva richiesto. Philip non toccò il denaro ma rimase impassibile: –
Immagino abbiate appuntamento con un Signore della Guerra. Qualcuno che
vive in Afghanistan, altrimenti non vi attenderebbe al valico del Khyber.
Non sono poi molti i Signori della Guerra dall’altra parte.
– Bravo, non sono molti e uno in particolare è
un mio vecchio amico d’università. –
Allora credo proprio d’aver capito, si tratta di un infedele, vero?
– In questo, il mio amico ha dimostrato
maggiore coerenza di certi occidentali... – Kafir Khan! – Menò un colpo sul volante. – Kafir Khan, proprio lui, il capo dei Kafir Neri.
Contento? – Gente pericolosa.
Nonostante siano infedeli, godono del rispetto dei musulmani.
– Non è solo rispetto, è anche paura.
– Ha ragione. Nessuno si avventura nei loro
territori senza permesso. Non è la prima volta che intere carovane
scompaiono senza lasciar traccia. Ciò che più turba queste popolazioni,
non è sapere di venir uccisi o torturati, ma proprio il fatto di poter
scomparire nel nulla. Temono più le stregonerie del fuoco dei
Kalashnikov. – Non definirei Kafir Khan
esattamente uno stregone. È laureato in Biologia e in Lettere Antiche col
massimo dei voti. Poi non so quanti Master abbia conseguito in giro per il
mondo. – Un Kafir Nero rimane sempre un
Kafir Nero, anche dopo cento lauree. Mi creda Mr. Callahan.
Leo annuì, mentre Philip fermava l’auto
davanti a un hangar al centro di una spianata calcinata dal sole. Un uomo
con la barba folta e la fronte coperta da un turbante era lì ad
attenderlo. Philip fece un gesto con la mano e l’uomo cominciò a spingere
una larga porta a soffietto. Dalla
penombra emerse la sagoma scura di una fusoliera. – Questo è il pezzo forte della mia società di
trasporti: un bimotore Fokker F-27 del 1960. L’ho comprato da una
compagnia aerea indiana in fallimento. Era ridotto a una carretta, ma io
l’ho rimesso a nuovo spendendoci un mucchio di denaro e lo uso solo per le
operazioni più importanti. Preparatevi a salire a bordo. Leo e Dana si scambiarono un cenno di assenso e
s’incamminarono verso il velivolo. La donna notò subito che, sulla
fusoliera, dipinta a colori mimetici, mancavano sigle, coccarde e
contrassegni d’identificazione. – Vedo,
Mr. van Horn, che nei suoi affari mantiene una coerenza ferrea: mai
lasciare traccia. – Ciò mi consente di
rimanere vivo. L’uomo col turbante
accostò la scaletta alla fusoliera e aprì il portellone laterale, poi
invitò i due a consegnare il bagaglio. L’interno dell’aereo era particolarmente curato. I sedili,
ricoperti di velluto color panna, si fondevano con le tonalità beige della
moquette e delle pareti. – È un’alcova
volante per sceicchi! – esclamò Leo. –
Non mi occupo di tratta delle bianche – sorrise Philip, – ma cerco sempre
di rendere il più possibile accogliente la permanenza dei passeggeri sui
miei mezzi. Philip si sedette nella
cabina di pilotaggio e avviò i motori. L’aereo rullò sulla pista,
sollevando una nuvola di polvere e si dispose al decollo. Philip mise i
motori al massimo e la polvere parve sommergere ogni cosa, finché il
Fokker si staccò da terra. Volarono
alcuni minuti a bassa quota, evitando di misura le cime delle montagne e
infilandosi all’interno di gole e burroni le cui pareti parevano
all’improvviso sbarrare il cammino, per essere evitate o superate di
misura. – Questo è l’unico modo per
rendersi quasi invisibili. Da quando gli Stati Uniti hanno regalato gli
Stinger alle tribù afgane del Nord-Est per difendersi dai bombardieri
cinesi, i cieli sono diventati insicuri. – Ma noi non siamo cinesi. – No
di certo, Mrs. Di Maggio, ma forse le sfugge che, dopo la fine dei
bombardamenti cinesi, molte bande di guerriglieri non solo non hanno
restituito gli Stinger inutilizzati, ma li hanno rivenduti e adesso non si
capisce più in quali mani si trovino esattamente. Solo un terzo di quelli
offerti dal suo paese ai guerriglieri afgani è stato utilizzato, mentre
della maggior parte si sono perse le tracce. – Non ritengo verosimile che qualcuno getti via cinquecentomila
dollari, il costo di uno Stinger, per abbattere il suo aereo, senza un
motivo valido. Non crede? – Be’, il
motivo valido ci sarebbe... – Vuol
dire... noi? Philip annuì.
– E chi mai potrebbe volerci morti?
– Qualcuno che non apprezza la vostra
attenzione. – Philip ebbe un gesto di disappunto: – La prego, Mrs. Di
Maggio, non offenda la mia e la sua intelligenza. – Okay, lei si riferisce alla Libra... – Sì, alla Libra, l’industria farmaceutica. Proprio ieri
ho effettuato un trasporto per loro: un passeggero inglese con alcune
casse di cartone, forse medicinali. Sono andato a prelevarlo a Islamabad e
l’ho depositato sull’altopiano dove ci siamo incontrati. Tutto normale,
non fosse stato per i personaggi che sono venuti a prelevarlo. Uomini
della tribù di Abdul-Karim. Gente avvezza al tradimento, capace delle
peggiori nefandezze. – Pensa si tratti
di qualcosa di sporco? – Qualcosa che
gli altri Signori della Guerra non farebbero mai... O, addirittura,
qualcosa contro di loro. – Guerre
tribali, allora. – Macché, c’è
dell’altro. Quell’inglese sembrava un pezzo grosso, non un faccendiere
qualunque. Ha detto di chiamarsi Clancy, James Clancy, ma scommetto che è
un nome falso. – E perché un pezzo
grosso di una multinazionale farmaceutica dovrebbe rischiare la pelle
proprio qui? – Dipende dagli interessi
in ballo. – C’è di mezzo l’epidemia, ne
sono certa: o l’hanno provocata loro o si tratta di qualche insolita
malattia su cui hanno degli interessi. – Non lo so, ma la cosa puzza... – Ascolti, Philip, dov’è la base degli uomini di
Abdul-Karim? – In un villaggio a 10
minuti di volo da qui, verso Nord-Est. – Abbiamo sufficiente autonomia per una deviazione? – Dana mise
mano a una custodia di cuoio che teneva appesa al collo sotto la
camicia. – Qui ci sono tremila dollari,
la nostra riserva: duemila per il viaggio, più altri mille per la
deviazione. Le chiedo solo di sorvolare la base di Abdul-Karim un paio di
minuti per effettuare qualche ripresa con la telecamera. – È la classica occasione in cui un bandito come
Abdul-Karim non ci penserebbe un secondo a sprecare uno Stinger, tanto
glielo ripagherebbe profumatamente quel Clancy. – Allora, Philip – incalzò Dana, – Le ho rivolto una
domanda, che ho accompagnato con un’offerta. Qual è la sua
risposta? Philip restò in silenzio.
Azionò la cloche e fece virare l’aereo verso Nord Est. – Questa è la mia risposta. Contenta? A proposito, ha
mai partecipato a un combattimento aereo? – Sì, ed è un’esperienza che non dimenticherò mai, anche se è
passato molto tempo. – Allora si tenga
pronta al peggio e... sia fatta la volontà di Allah! Il Fokker sorvolò una valle brulla e inospitale
attraversata da un fiume a tratti impetuoso, il cui azzurro cupo tendeva
al verde in prossimità dell’argine. –
Il territorio controllato da Abdul-Karim è oltre quelle cime. Speriamo di
coglierli di sorpresa. Voi tenetevi pronti per le riprese.
Leo prese la telecamera dalla sacca e
l’accese. Poi aprì il vano laterale e inserì una casetta Betacam. Staccò
un foglio bianco dal taccuino e lo porse a Dana. – Serve a regolare i livelli, altrimenti le immagini
virano verso il blu. Tienilo fermo davanti all’obiettivo. Effettuò una rapida regolazione, poi fece scorrere il
vetro del finestrino e piazzò l’obiettivo, tenendo la telecamera in
spalla. L’aereo scese di quota, fin
quasi a sfiorare le cime delle montagne, poi virò a destra.
– Il campo di Abdul-Karim è in quella
spianata. Mi abbasso ancora, a vedere il bianco degli occhi di quei
bastardi – disse Philip. Leo cominciò
la ripresa, mentre l’aereo sorvolava le prime case del villaggio. Da
alcune jeep mimetiche, parcheggiate in uno spiazzo, uscirono degli uomini
vestiti con sahariane kaki. – Quelli
lì, riprendili. Stringi con lo zoom! – esclamò Dana. Leo inquadrò gli uomini, mentre tentavano di nascondersi
al di là di un muretto a secco, oltre il quale un branco di capre si
disperdeva, fugato dall’ombra dell’aereo e dal rumore assordante dei
motori. Dal tetto di una palazzina,
intanto, un paio di uomini di Abdul-Karim, addetti a una mitragliatrice
antiaerea, aprirono il fuoco contro il Fokker. – Dannazione, sparano! Meglio toglierci di qui – gridò
Philip. – No, non basta – disse Leo, –
devi passare una seconda volta. Ho bisogno di altre immagini.
– Tu sei matto. La prossima volta ci faranno a
pezzi! – No, se gli vai addosso.
– Addosso... a chi? – Dài che hai capito! Punti diritto sulla
mitragliatrice, poi, all’ultimo istante, alzi il muso e ti
allontani. – Voi due siete dei pazzi
forsennati... e io, accidenti a me, non sono da meno! Philip riprese quota, compì un giro di 180 gradi,
abbassò il muso del velivolo e si gettò in picchiata verso la postazione
antiaerea. Uno sciame di proiettili si
sollevò dal villaggio, e andò ad aggiungersi ai traccianti della
mitragliatrice, che sparava senza interruzione. Due finestrini scoppiarono colpiti da raffiche di AK47 e
un tracciante, perforato il parabrezza, sibilò all’interno della cabina di
pilotaggio e attraversò l’aereo per l’intera lunghezza. – Un palmo più a sinistra e, al posto della testa, mi
sarei ritrovato marmellata! Leo, nel
frattempo, teneva la telecamera puntata sugli uomini che avevano trovato
riparo oltre il muro a secco. Uno di questi uscì allo scoperto con una
pistola automatica in pugno e, con incredibile calma, sparò verso il
Fokker, come se si trovasse in un poligono di tiro. Uno dei proiettili passò un paio di centimetri sopra la
testa di Leo e colpì una plafoniera dell’illuminazione interna, i cui
frammenti caddero addosso a Dana. Leo, però, continuò a effettuare la
ripresa come se niente fosse. – Eccoli,
ce li ho tutti quanti! Un bel primo piano, brutte facce di merda! Adesso
possiamo filarcela, Philip! – Non c’era
bisogno che me lo ricordassi, pazzo! Il
Fokker passò radente sopra la postazione antiaerea, costringendo i due
mitraglieri ad abbandonare il pezzo e gettarsi a terra. Altri colpi di arma automatica sfiorarono la carlinga,
mentre l’aereo si allontanava in direzione delle cime montuose dalle quali
era comparso poco prima. – Spero di non
avere uno Stinger in coda, altrimenti stavolta è finita davvero!
– Non credo proprio, Philip – rispose Leo, –
la sorpresa è riuscita completamente. Non hanno avuto il tempo di
reagire. – Bene, allora riprendo la
rotta per il Khyber. Leo si adagiò in
uno dei sedili di velluto e allungò le gambe su quello di fronte, mentre
Dana estraeva dalla telecamera la cassetta Betacam con la registrazione
effettuata poco prima. – Questa
cassetta è preziosissima. Dobbiamo esaminarla al più presto con un
monitor. Lei Philip conosce qualcuno al Khyber che possa esserci d’aiuto?
– domandò Dana. – Uhm,
pagando... – Già certo, pagando...
Dimentica però che questi sono gli ultimi tremila dollari che possediamo e
che dobbiamo versarli a lei. – Se vi
servono, ve li posso prestare a un interesse ragionevole. Dana lo guardò schifata: – Naturale, ci presta i nostri
soldi e ci chiede anche gli interessi: strozzinaggio allo stato
puro! – Nei tremila dollari non erano
comprese le raffiche di contraerea! Questo è il ringraziamento per aver
messo a repentaglio la mia vita per voi... e per quella stronzata lì. –
Indicò la videocassetta che Dana teneva stretta in mano, come un oggetto
prezioso. – Moderi i termini Mr. van
Horn, noi due abbiamo rischiato la vita quanto lei! Philip scosse la testa, rifletté un attimo e sorrise
quasi divertito: – In fin dei conti ha ragione, Mrs. Di Maggio. Anche voi
avete rischiato la pelle, sempre che sappiate che cosa ciò significhi
davvero. Un tracciante a un palmo dalla testa, non è poi gran che.
– Non dubito che lei ne abbia viste di tutti i
colori nella sua lunga carriera di... di... – La prego, concluda pure la frase. Non mi offenderò di sicuro.
Qual è la parola che manca: predone, ladro, oppure tagliagole? Scelga
lei. – Temo non si possa definire con
una parola sola una persona che, come lei, dimostra tali e tante
attitudini nel campo dell’illecito. –
La ringrazio: è il più bel complimento che abbia ricevuto fino a oggi da
una donna! – Philip scosse il capo, poi concentrò lo sguardo sugli
strumenti di navigazione. – Tra pochi minuti prenderemo terra nei pressi
del Khyber. La pista d’atterraggio è un po’ accidentata, perciò vi
consiglio di sedervi, allacciare le cinture e tenere il bagaglio sulle
ginocchia. – Dobbiamo anche stringere i
passaporti tra i denti? – chiese Dana con ironia. – No, Mrs. Di Maggio, da queste parti non interessa a
nessuno identificare le salme! L’atterraggio non fu dei più morbidi a causa delle irregolarità del
terreno, ma alla fine Philip fermò i motori davanti a un vecchio hangar
italiano della Terza Guerra Mondiale decorato con le insegne dei Lupi del
Deserto, ormai sbiadite. – Finalmente a
destinazione! – esclamò Philip. – Come avete potuto costatare voi stessi,
io non manco mai una consegna. – Bene –
rispose Dana, mettendo mano al portafogli celato sotto la camicia, –
questo è quanto dovutole, Mr. van Horn, tremila dollari in tutto.
Esatto? – Non è esatto, Mrs. Di
Maggio... – Che significa? Non le
bastano più? Sta giocando al rialzo! – s’inalberò Dana. – Al contrario. Non voglio un centesimo.
La donna si rivolse a Leo esterrefatta.
– Sì, hai sentito bene, ha detto proprio che
non vuole un centesimo. Forse ti sei fatta un’idea sbagliata di Mr. van
Horn. – Purtroppo voi americani avete
troppi pregiudizi verso gli europei e faticate a toglierveli, anche dopo
averne sposato uno... – Io non ho alcun
pregiudizio verso gli europei, ma sono abituata a giudicare le persone dai
fatti. – E allora, Dana, mi permetto di
chiamarla per nome, quali sono i fatti nel mio caso? Analizziamoli
insieme: vi ho raccolto nel deserto che eravate quasi morti; vi ho
ospitato a casa mia; vi ho fornito le informazioni che chiedevate; ho
rischiato la vita per voi; infine vi ho condotto a destinazione. E per
tutto questo non pretendo alcun compenso. Dana si fece seria: – Lei intende umiliarci. – Non intendo per niente umiliarvi. Ricorda che cosa le
dissi a proposito dei nostri antenati del medioevo? – Che erano poco più che banditi, che imponevano la
propria legge con la forza. – Esatto,
ma è bene anche aggiungere che quegli stessi uomini, pur nella loro
rozzezza, scoprirono una dimensione dell’onore completamente nuova. Sa a
che cosa mi riferisco, vero? Dana lo
guardò straniata: – Non saprei. – Ha
mai sentito parlare della Cavalleria, Mrs. Di Maggio? – Non vedo il nesso... – Io sono un signore feudale, ma sono anche e soprattutto un
cavaliere, così come lo furono i miei antenati. Penso di averglielo
ampiamente dimostrato coi fatti. Ora mi permetta di congedarmi da lei e
dal suo cortese accompagnatore. Ah, dimenticavo un’ultima cosa: questo è
per voi. Consegnò a Dana il biglietto
da visita di uno studio di montaggio televisivo e vi appose la sua
firma. – Presentatevi a nome mio –
disse, poi abbozzò un mezzo inchino, girò i tacchi e s’allontanò
senz’altro aggiungere. – Ti ha lasciato
senza parole, o sbaglio? – Leo colse lo sbigottimento della donna.
– Accidenti a lui, in altri tempi avrei anche
potuto innamorarmi di un ceffo del genere...! La Kamal TV World Enterprises aveva un nome altisonante, sebbene
l’indirizzo stampato sul bigliettino corrispondesse a una catapecchia in
uno squallido sobborgo della città. –
Tu, Dana, resta in strada, che è più sicuro – comandò Leo, nonostante la
donna insistesse a seguirlo. – Appena sono certo che è tutto okay ti
avverto. Leo salì una ripida gradinata
che conduceva all’ingresso della catapecchia, quindi bussò ripetutamente
alla porta semiaperta, un accrocco di lamiere e assi di legno tenute
assieme da filo di ferro, ma non ottenne risposta. Si decise infine a
spingere il battente e a fare capolino in un locale male illuminato e
invaso da un tanfo nauseabondo, che saliva da una botola sulla quale era
poggiata una scala di legno. – C’è
nessuno qui? – picchiò con le nocche delle dita sulla lamiera, ma non fece
in tempo a compiere un passo, che sentì un oggetto freddo e appuntito
pungergli la gola. Qualcuno, alle sue spalle, lo teneva sotto la minaccia
di un grosso pugnale. L’arma mandò un rapido bagliore nel buio.
– Mani in alto e bene in vista!
Un uomo corpulento, vestito con jeans e
giubbetto da fotoreporter portato a pelle, uscì dalla penombra e gli si
gettò addosso, afferrandolo per il bavero. – Che vuoi? Chi ti manda? Leo
fece per portare la mano alla tasca e prendere il biglietto, ma sentì il
pugnale premere minacciosamente sul collo. – Sono disarmato... Lo
sconosciuto lo perquisì velocemente e gli sfilò di tasca il biglietto da
visita. Dette una rapida scorsa alla firma, poi fece un gesto col capo al
suo compare. – Lo manda van Horn, metti
via il pugnale, Muhammad. Che cosa cerca qui? – domandò con fare
minaccioso. – Mi chiamo Leo Callahan,
sono un giornalista americano. Fuori c’è una mia collega. Vogliamo solo
visionare un Betacam che abbiamo girato poche ore fa... Naturalmente
dietro compenso. – La tariffa è di
duecento dollari l’ora, più cento dollari per le spese generali.
– Va bene. Affare fatto! Esco un attimo ad
avvertire la mia amica. – Non ce n’è
bisogno: la sua amica è già nostra ospite. Lo spinse in una piccola stanza dove c’era Dana imbavagliata e con
le mani legate, tenuta a bada da un ragazzotto sulla quindicina, con una
P38 in pugno. – Va tutto bene Ayyub.
Metti via la pistola e liberala. Ah, piuttosto – disse rivolto a Leo – le
presento i miei due figli: Ayyub e Muhammad. Muhammad ha dieci anni, è
quello che le teneva il pugnale alla gola, lo sa usare con la leggerezza
di una piuma. – Me ne sono accorto,
dannazione – disse Leo. – Accogliete tutti i clienti in questo modo, nella
sua azienda? – Dobbiamo prendere le
dovute precauzioni. Sono quartieri mal frequentati, questi. Non sai mai in
chi puoi imbatterti. Muhammad tagliò i
lacci ai polsi di Dana con un gesto deciso. La donna afferrò subito il
bavaglio e se ne liberò con rabbia. –
Per fortuna che in strada ero al sicuro... Ti venga un colpo, Leo! Be’,
veniamo a noi, dove tiene le attrezzature, Mr. Kamal, è questo il suo
nome, vero? – Saad Kamal, per
l’esattezza. Seguitemi al piano inferiore. Lo studio si trova lì.
Leo rabbrividì solo al pensiero di scendere
nella botola da cui proveniva quell’orribile fetore, ma dovette far buon
viso a cattiva sorte e seguire l’uomo. Dana recuperò una fialetta di
profumo che teneva nel tascapane, ne intrise un fazzoletto e lo premette
sul naso. – Scusate l’odore: proviene
dal formaggio di capra che tengo a stagionare qui sotto. Formaggio marcio di capra putrefatta, mugugnò tra sé
Dana, mentre entrava nello studio seguita da Leo. Saad, intanto, si era seduto alla centralina di
montaggio e aveva acceso le apparecchiature. – Se vuole consegnarmi la cassetta, Mr. Callahan. – Certamente, eccola. Saad la inserì in un lettore e la riavvolse. – Accomodatevi pure e buona visione. Ehm, naturalmente i
cento dollari per le spese generali vanno pagati in anticipo...
– Non c’è problema. Dana gli porse il denaro e l’uomo uscì di stanza seguito
dai figli. – Dài cominciamo, che un’ora
passa in fretta e non vorrei farmi spennare da quello strozzino e dai suoi
pargoli tagliagole. – Okay, Dana,
cominciamo... Sul monitor iniziarono a
scorrere le sequenze del volo sopra il covo di Abdul-Karim.
– Mamma mia, sono tutte mosse! – commentò
Dana. – Avrei voluto vedere te al mio
posto... – Va’ avanti, fino a quando
hai inquadrato quel gruppo di occidentali. – Eccoli qua. Vedi, non puoi dire che non abbia avuto il polso
fermo, nonostante piovessero proiettili da tutte le parti.
– Sì, le immagini sono buone. Ora dovrebbe
esserci la zoomata. Bene. Rallenta l’immagine. Adesso ferma qui e
ingrandiscimi questo personaggio proprio vicino al muretto. Mi pare di
conoscerlo. Okay, adesso cattura il frame e vai al secondo passaggio.
Vediamo se è lo stesso personaggio che ci ha sparato con la
pistola. Leo fece scorrere avanti il
nastro. – Eccolo che esce dal riparo e
ci prende di mira. Perfetto! La zoomata è perfetta. Ce l’abbiamo, quel
figlio di puttana! Ferma l’immagine e catturala. – Ma chi cavolo è? –
È Mr. James Clancy... – sorrise ironica. – Lo conosci? – Se lo conosco!
L’ho incontrato un paio d’anni fa a un party presso l’ambasciata
britannica a Roma, ma non si chiamava affatto Clancy. – E come si chiamava? – Sir Benjamin W. Keeler, Amministratore Delegato della Libra
Industries Inc. Soddisfatto? – Più che
soddisfatto. Abbiamo in mano nitroglicerina pura. Se questa roba passa
sulle televisioni occidentali, succede il finimondo! – Scoppi pure il finimondo, ma al momento giusto. Quello
lì è capace di dire che si trovava in Pakistan in vacanza e ci fotte
tutti. Dobbiamo pescarlo con le mani nel sacco. – Che cosa proponi di fare? – Dobbiamo trovare subito il tuo amico Kafir Khan. Credo sia
indispensabile il suo aiuto. – Va bene.
Qui abbiamo finito. Saldiamo il conto con Saad e andiamocene.
Risalirono al piano superiore dove i figli di
Saad montavano la guardia alla finestra armati entrambi di vecchi
mitragliatori MK66 italiani. – Noi ce
ne andiamo. Dov’è vostro padre? – In
questo momento è fuori sede – disse Ayyub, – ha lasciato detto di
consegnare il denaro a noi... Fanno altri duecento dollari.
– Ecco qua i soldi. Grazie e, quando lo
vedete, salutatecelo. Ayyub annuì e
infilò le banconote sotto la camicia sdrucita. – Che Allah vi protegga. –
Grazie. Ne abbiamo bisogno. – Non so se
è un augurio o una minaccia – commentò Dana preoccupata, mentre scendeva
in strada per dirigersi verso la piazza del Khyber, seguita da Leo.
Ayyub accompagnò la coppia con lo sguardo,
finché scomparve alla vista, poi lanciò un fischio verso la strada. Saad
uscì di corsa dal fondaco della palazzina adiacente, raggiunse la console
di montaggio e digitò alcuni codici sulla tastiera del computer, finché
sul monitor principale comparvero i frame visionati poco prima dai due
giornalisti. Li osservò con interesse e ne ricavò alcune stampe da una
Polaroid. Estrasse di tasca un piccolo radiotelefono e si rivolse
concitato a un misterioso interlocutore. Chiuse le foto in una busta e la consegnò a Muhammad, che uscì di
corsa e scomparve nei vicoli del quartiere. La piazza del Khyber era piena di jeep e camion in sosta, dipinti e
infiocchettati, fino al ridicolo, contro il malocchio. Gli autisti dormivano tra le ruote, sopra giacigli
improvvisati, in attesa della notte per oltrepassare il confine.
Un vecchio pathan vestito di un caffettano
bianco scaldava il tè in un macchinario cilindrico color rosso lacca,
mentre personaggi equivoci, armati di pistole e coltelli, si affollavano
intorno al suo banco. Poco distante,
uno scrivano preparava documenti doganali per i molti analfabeti che, in
fila, attendevano con pazienza il proprio turno. – Hai per caso idea di dove trovare il tuo amico?
Dana si faceva vento col taccuino, mentre dal
volto grondava sudore a causa del foulard sotto il quale era costretta a
nasconderlo. – No, mi ha detto solo che
mi attendeva al Khyber e che si sarebbe fatto vivo. Di sicuro qualcuno dei
suoi ci avrà già visto, perciò non rimane che attendere. – Dove e per quanto tempo ancora? – domandò la donna,
innervosita dalla ressa e dal caldo che si faceva sempre più
insopportabile. – In questo luogo la
fretta non ha senso. Le lancette dell’orologio si muovono più lentamente
rispetto alla Fifth Avenue, anzi, si muovono in maniera diversa secondo
l’ora del giorno. – Sempre che qui
sappiano cos’è un orologio! – Lo sanno,
e molto bene, basta che ti volti un attimo. Leo indicò alle spalle della donna un venditore ambulante che
recava con sé, insieme con altre mercanzie, alcune radio a transistor e
una serie di orologi elettronici appesi a un pannello di legno munito di
maniglia. Alla vista degli stranieri,
il venditore sorrise e indicò la merce. – No, grazie. – Dana scosse la testa, disturbata dall’insistenza
dell’uomo che continuava imperterrito a magnificare, nella sua lingua, gli
oggetti in vendita. – Ho già detto che
non voglio nulla, cribbio! – sbottò Dana. Il venditore staccò allora dall’espositore una penna a sfera di
finta tartaruga e la mostrò a Leo. –
Forse lei può apprezzare più della signora quest’oggetto – gli si rivolse
in inglese. – Non saprei... – Leo
afferrò la penna: – Paccottiglia, niente di più. – L’osservi bene, Sir. – Mah, dalle parti di Taiwan te ne danno due container per mezzo
dollaro! – Non di questa
marca... Con un guizzo Dana s’impadronì
della penna: – Da’ qua, fammi vedere... – La esaminò brevemente. – Ehi, ma
non ti sei accorto? – Calma! Accorto di
cosa? – Calma un cavolo. Hai osservato
bene il fermaglio? – Dammene il tempo,
perdiana! – Questo simbolo non ti
ricorda niente? – Che mi venga un
colpo, è la Libra! Leo afferrò per un
braccio il venditore ambulante che, approfittando della ressa, stava per
filarsela via. – Fermo amico, dove
credi di andare? Ci devi delle spiegazioni! Non finì la frase, che dall’altro lato del mercato risuonò il rombo
di un fuoristrada, che avanzava col motore imballato tra il fuggi fuggi
generale. Dal tettuccio dell’abitacolo
un individuo col turbante nero imbracciava un mitragliatore M60. Sparò
alcune raffiche in aria, poi abbassò la canna ad altezza d’uomo e diresse
il tiro verso Leo e Dana. – A terra,
gettati a terra! Leo afferrò Dana per i
fianchi e la trascinò al riparo di un cumulo di tappeti accatastati
davanti all’ingresso di un bazar. Le
pallottole fischiarono numerose sopra le loro teste, mentre la confusione
e il frastuono salivano al massimo. Il
venditore, intanto, si era gettato anche lui a terra, trovando riparo
dietro un tavolo rovesciato. La jeep si era fermata a una quindicina di
metri dal bazar, mentre la mitragliatrice vomitava proiettili contro i due
malcapitati. – Dannazione, Leo, fa’
qualcosa! – gridò Dana, irrigidita dalla paura e colpita dai calcinacci
che le piovevano sul capo. – Non ho più
la pistola, me l’hai fatta gettare via, ricordi brutta stronza?!
– Non è il momento di litigare, seguitemi,
presto! – Il venditore si era liberato delle cianfrusaglie che si
trascinava dietro e, da sotto il mantello, aveva estratto una mitraglietta
Uzi. Si sporse veloce oltre il riparo,
ma dalla jeep partì una nuova sventagliata di mitragliatrice. Afferrò un
otre di coccio e lo lanciò poco distante, attirando l’attenzione del
killer che sparò in quella direzione. Ciò gli diede il tempo di uscire dal
riparo e centrarlo in pieno volto. Il guidatore ingranò la marcia e tentò
di fuggire, ma neanche lui ebbe scampo. – Togliamoci di qui, prima che arrivino i loro amici. È gente di
Abdul-Karim, non è abituata a fare prigionieri... – Dove ci porti? – domandò Dana. – Al sicuro. Mi chiamo Hamdan, fidatevi. Non avete altra
scelta. Estrasse dal tascapane una
granata incendiaria e la lanciò all’interno dell’abitacolo della jeep, che
in un attimo fu avvolta dalle fiamme ed esplose. – Con quella non potranno più inseguirci, figli di
cane! Hamdan indicò un vicolo che
scendeva verso la moschea il cui minareto svettava sopra le basse e
ineguali palazzine di mattoni di fango. Corsero a scapicollo, senza guardarsi indietro e senza curarsi
delle persone che urtavano e travolgevano nella fuga. Nello spiazzo davanti alla moschea sostava una vecchia
Mercedes nera col motore acceso e gli sportelli aperti. Hamdan spinse i due verso i sedili posteriori e si
sedette a fianco dell’autista, che accelerò, alzando una nuvola di
polvere, e si diresse verso la periferia della città. – Andiamo alla città sotterranea, presso Landi Kotal.
Siete attesi. Viaggiarono verso Est per
dieci chilometri, finché giunsero in vista delle prime case di Landi
Kotal, ma l’autista non si diresse in città, sterzò invece all’improvviso,
entrando in un viottolo sterrato che scendeva a tornanti in una valle
inverdita da una bassa vegetazione che germogliava, come per miracolo, tra
rocce e sassi. Ad un cenno di Hamdan,
l’autista decelerò e accostò l’auto in corrispondenza di un piccolo
slargo, sopra il quale sorgeva un erto contrafforte roccioso.
Hamdan scese e invitò i suoi ospiti a
seguirlo, mentre congedava l’autista. –
Pochi passi e saremo alla caverna di Di-Zao. Leo e Dana si scambiarono un’occhiata furtiva, colma di stupore e
d’ansia. – Di-Zao, che nome è?
Hamdan sorrise: – Un nome molto antico, che
voi occidentali dovreste ricordare... –
Si tratta di un personaggio storico? Hamdan rise incredulo: – Possibile che non abbiate mai sentito
parlare di Zeus? – Cribbio, è vero! È
quasi la stessa parola! – esclamò Dana, sconcertata dall’inaspettata
rivelazione. Poi si rivolse a Leo: – E tu che hai fatto studi classici a
Harvard, possibile non te ne sia accorto? – Purtroppo siamo stati abituati a pensare che certe cose siano
morte e sepolte. Invece... – Invece il
nostro passato è sempre con noi, senza che ci accorgiamo. Hamdan si muoveva con agilità lungo un sentiero appena
tracciato tra gli arbusti e i rovi, che s’impigliavano ai vestiti e
frenavano il passo. Superarono una
passerella di corda, sospesa sopra un profondo burrone, e giunsero in
vista di una lunga fenditura nella roccia disposta in senso verticale e
che si allargava verso il basso. –
Questa è la grotta di Di-Zao. Kafir Khan vi attende al suo interno. Prima
però dovrete liberarvi dei vestiti, delle calzature e di qualsiasi oggetto
impuro. Nei pressi della grotta c’è un ruscello che si getta in una vasca.
Sul bordo troverete due tuniche di lana grezza. V’immergerete in acqua,
poi indosserete le tuniche. Lasciatemi gli zaini, io rimarrò di
guardia. – Qual è il motivo di questo
rituale? – domandò Leo, con una punta d’incredulità. – Kafir Khan è anche il Sommo Sacerdote del nostro
popolo e la grotta è uno dei luoghi dove da millenni si manifesta lo
spirito di Di-Zao, nostro dio. Non è lecito introdurvi cose o persone
impure. Vi prego, fate come vi ho detto. Io, purtroppo, non potrò
rimettervi piede che fra molto tempo, quando sarò purificato del sangue
che ho sparso oggi. – Ma lo hai fatto
per legittima difesa, salvandoci la vita. Hai compiuto un gesto
nobile. – Ciò nonostante ho privato due
uomini della vita donata loro da Di-Zao. Hamdan abbassò il capo e si sedette a terra senza più pronunciare
parola. L’acqua della sorgente era
tiepida e limpida e Leo fece il gesto di togliersi il vestito e di
tuffarsi, ma Dana lo fermò. – Dove
credi di andare? Pensi che io me ne resterò sul bordo della piscina a
guardare te nudo, mentre sguazzi come un rospo? – No di certo. Ci tuffiamo insieme. – Va’, non fare il furbo. Adesso t’incammini verso
quello spuntone di roccia, ti ci siedi sopra e mi volti le spalle. Così da
qui ti potrò controllare. Okay? – Va
bene, non ci sono problemi. Pensi che ci tenga proprio a fare il bagno con
te? – Non lo penso, ne sono
certa! Leo percosse col palmo della
mano la superficie dell’acqua e bagnò in faccia Dana. – Si vede che non mi conosci, pivellina...
La donna si ritrasse, poi raccolse una
manciata di terra e gliela lanciò, ma Leo si era già allontanato
abbastanza da non venire colpito. Si
sedette sullo spuntone, voltando le spalle a Dana. – Va bene così? –
Perfetto. Se rimani fermo sul trespolo, ti porto in premio un sacchetto di
semi di girasole. Leo non rispose e
attese con pazienza che Dana finisse di lavarsi e indossasse la sua
tunica, poi s’immerse in acqua e, a sua volta, si rivestì con
quell’inusuale indumento. Un vento
secco, carico di aromi profumati, li investì proprio all’ingresso
dell’antro, mentre camminavano a piedi nudi sulla sabbia sottilissima
color rosso ruggine. In lontananza, la
luce tremula di alcune fiaccole lambiva la sagoma di un uomo dall’aspetto
prestante, con un mantello bianco posato sul capo e un bastone ricoperto
d’argento impugnato con la mano sinistra. Sedeva in un seggio scolpito
nella roccia, sul quale erano tracciati simboli misteriosi.
L’uomo si alzò e allargò le braccia verso
Leo. – Pace a te, amico mio. Ringrazio
i Cieli di avermi dato la fortuna d’incontrarti ancora una volta su questa
terra! – Sia pace a te Kafir Khan. –
Leo allargò anche lui le braccia e strinse a sé l’amico. Poi si volse
verso la sua accompagnatrice. – Questa
è una persona a me molto cara; le devo la vita. Si chiama Dana, Dana Di
Maggio. Kafir Khan sorrise verso la
donna, poi le afferrò la mano destra e la strinse. Chiuse le palpebre, e
per un attimo il suo spirito sembrò distante, quasi avesse raggiunto il
lato opposto dell’universo. – Ti ha
salvato la vita… non è una donna comune. Non a caso i Cieli l’hanno
inviata tra gli uomini. Kafir Khan
tolse il mantello dal capo e scoprì la sua chioma castana, appena
imbiancata dalla canizie, così come la barba, ben curata e poco sporgente
dal mento. Solo allora Dana si accorse del blu intenso dei suoi
occhi. – È da una settimana che dimoro
nella grotta, in preghiera e digiuno. Proprio oggi finisce il periodo
della purificazione. Siete giunti appena in tempo. – Purtroppo il viaggio non è stato dei più facili. Siamo
stati vittime di alcune disavventure, ma, grazie a Dio, ce la siamo cavata
anche questa volta. – Domani mattina mi
seguirete alla volta della mia dimora, nel Nuristan, in territorio afgano.
Stasera dividerete il pasto con me, il primo pasto dopo sette giorni.
Intanto dissetatevi con questo. Prese
una fiasca di ceramica e versò del liquido rosso scuro in due coppe di
metallo. Dana annusò, poi bevve un
sorso. – Ma è vino...! Kafir Khan colse il moto di meraviglia della donna e si
affrettò a rispondere: – Noi non siamo musulmani, Mrs. Di Maggio. Credo
che il mio amico Leo gliel’abbia spiegato. – Sì, mi ha detto qualcosa circa le vostre origini, ma pensavo si
trattasse di leggende. – Non sono
leggende, anche se è solo un luogo comune far discendere il nostro popolo
da un gruppo di disertori dell’esercito di Alessandro il Macedone. Quando
Alessandro giunse in queste terre, noi c’eravamo già da molti secoli. Fu
subito colpito dalla somiglianza del suo popolo col nostro, perciò
consentì che alcuni soldati si sposassero con le nostre donne e si
stabilissero qui. I popoli occidentali affondano le loro antiche radici
proprio in queste terre, da cui, tre millenni fa, mossero alla conquista
dei paesi che si estendono là dove il sole lascia il posto alle
tenebre. – È una storia troppo bella
per essere vera. – Mi spiace che la
pensi così, Mrs. Dana, ma io non sono facile alle suggestioni. Parlo in
questo modo, perché ho prove sufficienti per dimostrare ciò che
dico. – Quali prove? – Basterebbe cercare in questa stessa caverna. Chi
avesse la curiosità di addentrarsi nei cunicoli che si diramano nel
sottosuolo, si troverebbe di fronte a un ordito immenso, di cui è
impossibile intuire la fine. Fino a ora nessuno è stato in grado di
disegnarne una mappa completa. Gli annali dei Kalash tramandano che il
nostro popolo trovò rifugio nel ventre della madre terra, in un’epoca
assai remota, per sfuggire al castigo degli dèi che avevano sterminato il
genere umano a causa dei suoi peccati. I nostri antenati risalirono in
superficie dopo alcuni secoli, inviati dai loro antichi sovrani, solo
quando l’ira divina si fu chetata. Nel lungo periodo della permanenza nel
grembo della terra, la loro stirpe aveva edificato splendide città
sotterranee e aveva imparato a dominare le forze che allignano nel
sottosuolo, tanto da essere in grado di realizzare una complicata rete di
cunicoli che mettevano in comunicazione terre tra loro lontanissime,
passando sotto mari e oceani. – Questa
è la leggenda di Agharti... Voi ne sareste i discendenti? – Non solo noi, ma anche voi. Quella di Agharti non è
una leggenda, né questa civiltà si è estinta. Nel profondo della Terra il
suo segreto rimane ancora inviolato. –
Nonostante le affannose ricerche effettuate negli anni ’30...
– Si riferisce a Hitler e alla spedizione che
quel folle inviò sull’Himalaya. –
Proprio a quella. I suoi scagnozzi, però, ritornarono a casa con un pugno
di mosche. – Cercarono nel luogo e nel
modo sbagliato, soprattutto senza la giusta disposizione d’animo.
Tentarono di dimostrare il teorema imposto dal loro capo, perciò
guardarono senza vedere, sebbene la verità fosse davanti ai loro occhi. Ma
non fatevi illusioni, perché voi stessi, purtroppo, non siete migliori dei
nazisti: guardate senza vedere, perché il vostro animo è colmo di
pregiudizi. È un difetto comune alla gente di questo secolo
disgraziato. – Una delle ragioni per
cui ci troviamo qui è proprio il desiderio di capire, senza pregiudizi di
sorta. Perciò abbiamo bisogno del suo aiuto. Kafir Khan annuì, poi si diresse verso un lato della caverna, dove
erano adagiati a terra splendidi tappeti a decorazioni geometriche con una
spiccata dominante rossa, arricchita da disegni vegetali e da figure
d’animali stilizzate. – Accomodatevi,
qui. Consumeremo un breve pasto, quindi trascorreremo la notte nella
caverna e all’alba riprenderemo il viaggio insieme. Prese del pane chapati e del formaggio tenero profumato
con spezie e l’offrì ai suoi ospiti. –
È pane poco lievitato che ho cotto io stesso e il formaggio proviene dalle
mie greggi. È tutto ciò che posso offrirvi, per il momento… Ho ricevuto il
tuo messaggio da New York, Leo. – Ti
chiedevo informazioni sull’epidemia del Khyber, immagino che tu sappia
dirmi qualcosa di più preciso, anche perché sei un biologo.
Kafir Khan bevve un lungo sorso di vino e
meditò la risposta. Poi prese un piccolo scrigno d’argento e l’aprì. Ne
estrasse alcuni fogli dattiloscritti e li scorse velocemente.
– L’epidemia del Khyber... forse la prova
generale di macula. – La prova generale
di cosa? – Di macula, le ho dato io
questo nome, dopo averne visto i sintomi: la malattia epidemica che
potrebbe cambiare la faccia del pianeta. Le nostre terre ne sono state il
banco di prova. – Dunque non si tratta
delle solite notizie allarmistiche. È tutto vero. – Direi che è quasi tutto vero. I morti ci sono stati,
ma solamente alcune decine e non qualche migliaio, come avevano riferito
certe agenzie di stampa male informate. Qualcosa di misterioso, però, è
accaduto sul serio. Da parte mia, ho provato a effettuare delle ricerche
con i mezzi limitati che possiedo e posso formulare solo delle
ipotesi. – Be’ diccene qualcuna. Ci
interessano. – Il primo sospetto è nato
dal fatto che l’epidemia si è diffusa all’improvviso così come
all’improvviso è scomparsa, senza diffondersi. I sintomi sono stati del
tutto insoliti. Non si ricorda niente di simile in questa zona.
– Di quali sintomi parli? – All’inizio si è presentata come un banale raffreddore:
qualche starnuto, per un paio di giorni, poi i sintomi sono scomparsi.
Dopo una decina di giorni, però, ecco comparire, all’improvviso, emorragie
dal naso e dalla bocca ed ecchimosi sulla pelle. Proprio per la presenza
delle macchie blu delle ecchimosi, ho battezzato la malattia
macula. – C’è stato qualche tentativo
di intervenire con dei medicinali? –
Macula non ha reagito agli antibiotici e le trasfusioni sono state
inutili, come inutile è stato il tentativo di fermare le emorragie. In un
paio di settimane, chi ne era affetto è deceduto per pancitopenia, cioè
per la morte di tutte le cellule del sangue. – Ti risulta che siano state effettuate autopsie su qualche
cadavere? – Ho assistito io stesso a
una di queste. Un corpo è tuttora conservato in una cella frigorifera nel
centro medico di Kuz Konar, a una decina di chilometri dalla mia
residenza. Potrete esaminarlo voi stessi, se ciò non vi disturba. Lei,
Mrs. Dana, ha qualche problema? –
Affatto. Nella mia carriera ho visto cose ben peggiori di un cadavere
congelato. La notte era calata in
maniera repentina e, dall’interno della caverna, s’intravedeva un lembo di
cielo illuminato dalle stelle. Dana e
Leo si erano coricati su due spessi tappeti di lana di cammello, sopra i
quali avevano steso delle coperte. La luce di alcune fiaccole percorreva
tremula le pareti irregolari della grotta, delineando forme subitanee e
sfuggenti, che creavano inquietudine e angoscia. Poi il sonno vinse
tutti. Ma, nel sonno, l’angoscia prese
corpo. Davanti agli occhi di Dana apparve l’immagine del deserto, dapprima
illuminato dalla luna, poi da un sole rovente. Infine giorno e notte si
succedettero veloci più di un battito d’occhi, come a colmare un tempo
incommensurabile. Il tempo cessò di
scorrere. Dana era al centro di una valle circondata da caverne che si
aprivano sulle pareti rocciose. Il sole, prossimo al tramonto, colorava il
cielo di rosso carminio. Fu allora che un grido lacerante emerse dal
grembo della terra. Dana rabbrividì, ma non riuscì a muoversi; le membra
erano paralizzate. Dalle caverne, una
turba informe e traboccante procedeva in direzione del sole. Uomini dai
tratti mostruosi, simili a cavallette, coperti di drappi scuri,
impugnavano asce e picche e lanciavano urla assordanti e bestiali. La
moltitudine scomparve verso Occidente e, dall’orizzonte, si sollevarono
alte fiamme e grida di dolore e disperazione. Un lampo accecante precedette l’arrivo di un corpo luminoso verde
smeraldo, che attraversò il cielo per tutta la sua estensione e scomparve
in corrispondenza delle fiamme. Seguì
una tremenda esplosione che scosse la terra da un capo all’altro. Le
stelle sembrarono cadere dalla volta celeste, e un’onda d’urto d’immane
violenza spazzò la superficie del deserto, abbattendo ogni cosa al suo
passaggio. Le montagne si disgregarono e i frammenti furono catapultati
oltre l’atmosfera insieme con i corpi smembrati degli
uomini-cavalletta. Nuvole di vapori
verdi scesero dal cielo e coprirono ogni cosa. L’esalazione rese l’aria
irrespirabile. Dana sentì mancare il respiro e d’istinto portò le mani
alla gola. Stava per morire soffocata. Tentò di gridare e protese le
braccia per cercare aiuto. Spalancò gli occhi. Il sogno era svanito, ma il
cuore palpitava e il respiro era stretto dall’affanno. Passò la mano sulla
fronte sudata, quindi si liberò della coperta e si sollevò. Qualcuno la
osservava, ma notò subito che Kafir Khan e Leo dormivano profondamente.
Pensò a Hamdan, ma verso l’ingresso della caverna non c’era
nessuno. Si alzò dal giaciglio e avanzò
di qualche passo. Udì un improvviso brusio provenire di là dove l’oscurità
era più cupa e la tenue luce delle fiaccole non riusciva a vincere le
tenebre. Cercò di far luce con una
torcia verso l’origine del rumore, ma, dopo pochi passi, la fiamma si
spense all’improvviso. Nonostante ciò,
non si perse d’animo e avanzò nella penombra, finché scorse un labile
riflesso verde muoversi tra le stalagmiti calcaree che, d’un tratto, le
sbarrarono il cammino, surreale confine di una dimensione proibita.
S’addentrò nel labirinto di guglie e
pinnacoli, ma più allungava il passo, più la radiazione luminosa prendeva
vantaggio su di lei. Pensò che forse non aveva adottato la tattica giusta
e decise di fermarsi e sedersi ai piedi di una gigantesca concrezione
dalle tenui sfumature rosate. Anche l’alone verde si fermò. Per un attimo
fu il silenzio, poi il brusio riprese a diffondersi e moltiplicarsi tra le
mille, diafane presenze di quel mondo pietrificato. La misteriosa entità
mosse verso di lei, dapprima lentamente, poi sempre più veloce, sino a
fermarsi oltre una stalagmite. Il
brusio salì d’intensità e la radiazione verde divenne più accesa,
superando l’ultimo ostacolo che la divideva dalla sua inseguitrice. Dana
raggelò alla vista di una forma fluttuante, non ben definita, al cui
centro un corpuscolo color smeraldo emanava una forte luminescenza. Le
sembrò che quel corpuscolo volesse comunicare. L’impulso potente di
entrare in quell’aura verde s’impadronì di lei. Doveva capire, toccare con
mano. Si alzò e fece un passo, poi un altro ancora. La terra le mancò sotto i piedi, all’improvviso. Il
vuoto stava per risucchiarla e lei non poteva reagire, pensare. La
meraviglia cedette il posto allo sgomento, finché una mano robusta
l’afferrò per un braccio. Dana lanciò
un grido di terrore e la misteriosa presenza si dileguò in un batter
d’occhio. – Stava per cadere nel
crepaccio, Mrs. Dana. Era la voce di
Kafir Khan. L’uomo, apparso dal nulla alle sue spalle, la teneva ora ben
salda per la vita. La trascinò al sicuro, quindi prese una piccola lampada
a petrolio appesa alla cintura sotto il mantello e l’accese.
– È un luogo pieno d’insidie, questo. Non è
prudente addentrarvisi senza le dovute precauzioni. Dana rabbrividì alla vista del profondo baratro nel
quale stava per precipitare e quasi svenne per lo spavento, ma il suo
indomabile orgoglio le diede la forza di reagire. – Chi era quell’essere? – Si è imbattuta in un fenomeno elettrostatico assai comune in
questa caverna e in molte altre della zona. Poco più di un
miraggio. – Non è vero. Non si trattava
di un semplice fenomeno fisico. Lei sta mentendo! Era una forma vivente e
cercava di mettersi in comunicazione con me. Ho sentito il suo richiamo
risuonare nella mia mente. Non posso sbagliarmi. – È molto facile prendere abbagli in un luogo come
questo, mi creda. Non è la prima persona alla quale è accaduto un fatto
simile e non sarà neanche l’ultima. Ora si calmi e ritorni indietro con
me. – Lo ha visto anche lei
quell’essere e sa bene che la sua spiegazione non è veritiera. La prego
non mentisca. – Si sta comportando come
una turista in cerca d’emozioni e non con la freddezza di una cronista,
Mrs. Dana. Poco fa le ho raccontato la storia del mio popolo, quella che è
scritta nei nostri antichi annali. Se vuole che sconfini nella leggenda,
gliene narrerò una seconda, che non sta scritta in nessun posto, ma da
millenni corre di bocca in bocca. Ciò appagherà la sua sete d’irrazionale,
ma non contribuirà alla causa della verità. – Non m’interessa il suo giudizio. La cosa importante è ciò che ho
percepito. Io sono abituata a fidarmi dell’istinto ed esso non mi ha mai
ingannato. – Se è così, l’accontento
subito. La prego, mi segua. Kafir Khan
la precedette di buon passo in un cunicolo strettissimo nel quale era
necessario procedere a capo chino. – Ho
già vissuto questa stessa esperienza molti anni fa, nel sottosuolo di
Roma. Per caso, mi sta portando in una caverna dove arde un grande fuoco o
qualcosa di simile? Kafir Khan la
guardò divertito. – No, il fuoco non
c’entra nulla. La sto portando a vedere una piccola curiosità. Una cosa da
turisti. Non è questo che voleva? Uscirono in un ballatoio di roccia che sovrastava una caverna dalle
dimensioni gigantesche, tanto che la luce della lanterna ne poteva
illuminare solo una minima parte. –
Adesso stia attenta, perché dobbiamo scendere per una gradinata
strettissima. Si tenga sempre aderente alla parete e segua i miei passi.
Inutile che le dica di non guardare in basso... – Non si preoccupi, non lo farò. Centoventicinque gradini a piedi nudi. Dana li contò uno
a uno, pregando ogni volta che fosse l’ultimo, finché raggiunsero il fondo
della grotta. – Ecco, mi segua, siamo
quasi arrivati. La cosa che deve vedere è proprio laggiù. – Alzò la
lampada a petrolio e illuminò una pietra scura, striata di verde e di
forma cilindrica. – La osservi
bene. – Che cos’è, un altare?
– La gente sostiene che sia l’impronta di
Di-Zao. Ma, la prego, guardi l’immagine incisa sulla facciata superiore,
all’interno del cerchio. Dana fece
scorrere la mano sulla superficie levigata dell’altare. Ebbe un moto di
stupore. – Ma è... – Finisca pure la frase, non abbia timore di
sbagliare. – ... è una scure bipenne
stilizzata! – Esatto, la scure bipenne,
l’antichissima labris! – Ma che diamine
significa tutto questo? E che c’entra con Di-Zao? – Si narra che in un’epoca remota il dio si fosse
manifestato per la prima volta in questo luogo, sotto forma di una labris
ardente. A quel tempo i nostri antenati vivevano in branchi come gli
animali e non erano consapevoli di sé. In questa caverna abitava una
comunità di primitivi che venne a contatto con la misteriosa presenza. La
leggenda tramanda che gli uomini di questa comunità ebbero nozione della
divinità e che, da quel tempo, prendessero consapevolezza di sé.
– Ecco spiegata ogni cosa. Si tratta
certamente della stessa entità verde che ho visto poco fa: lo spirito di
Di-Zao. E poi... è incredibile trovare il simbolo della bipenne così
lontano da Roma. Se solo gli uomini di Hitler fossero giunti fin
qui...! – Non ci sono mai giunti né
quelli di Hitler, né, tanto meno, quelli di Mussolini, sebbene questi
ultimi si siano impadroniti, senza averne titolo, del simbolo del fascio
littorio. Mi spiace però doverla deludere, Mrs. Dana: se è un fatto
incontrovertibile che in questo luogo si trovi l’immagine della bipenne,
tutto il resto però si può spiegare molto facilmente. La leggenda è nata
proprio dalla presenza del fenomeno elettrostatico di cui è stata
testimone. Per millenni, prima della nascita del metodo scientifico, gli
uomini hanno cercato di spiegare i fenomeni naturali attribuendo loro
un’origine divina. – È strano udire
tutto questo dalla bocca di un uomo religioso come lei. – Un vero credente non ha bisogno di prove materiali
della divinità. Mi sono ritirato in questa caverna a digiunare e meditare
per ricevere l’ispirazione del dio, non perché qualche lampo di luce
verdastra mi rafforzasse nella fede. –
Mi sta dando della superficiale. – È un
difetto di quasi tutti voi occidentali. Vi impadronite di simboli
antichissimi, senza comprenderne il vero significato e le valenze in essi
celate. – Lo sa invece che cosa penso
io di lei? – Non ne ho idea.
– Che ci ritiene dei sottosviluppati, indegni
di essere partecipi del suo sapere. Lei conosce bene l’origine di quel
corpo luminoso, ma si fa scudo della scienza proprio per non rivelarcela.
C’inganna, usando le nostre stesse armi. – Dimentica, Mrs. Dana, che in ogni caso lei non avrebbe mai
conosciuto l’origine di quel fenomeno, per un semplice motivo...
– Quale? –
Se non l’avessi afferrata per un braccio, ora sarebbe in fondo al
crepaccio, morta. – Neanche di questo
sono convinta. Forse non sarei mai caduta nel crepaccio, perché
quell’essere non intendeva uccidermi, ma comunicare con me. Perciò sarei
venuta a conoscenza di segreti che non dovevo conoscere e lei, col suo
intervento, ha impedito che ciò avvenisse. – Mrs. Dana, lei è una persona molto ostinata, come tutti i suoi
compatrioti. Questa ostinazione potrebbe, un giorno, esserle fatale. Per
affrontare certe prove e per prendere coscienza di certe realtà, è
necessaria la giusta disposizione d’animo e questa si conquista solo
attraverso un lungo e difficile percorso spirituale. La prego di credermi:
se non fossi intervenuto in tempo, ora sarebbe in fondo al crepaccio,
senza vita, in compagnia dei resti di decine di malcapitati prima di
lei... – Okay, non aggiunga altro, è la
risposta che volevo sentirmi dare. –
Non tragga conclusioni affrettate e, la prego, mi segua, facciamo ritorno
alla base. È ormai quasi l’alba e Leo starà certo per svegliarsi. Non
vorrei che la nostra inattesa scomparsa gli crei apprensione. Perciò, per
non perdere altro tempo, prenderemo una scorciatoia. Attraversarono l’immensa cavità sotterranea, fino a una
strettoia dove non era possibile camminare affiancati. Il sentiero si
allargò in uno spiazzo occupato da numerose stalagmiti. Kafir Khan
illuminò il cammino. – Ecco, questo è
il fondo del crepaccio nel quale, poco fa, lei stava per cadere. La prego.
– La invitò a precederlo. Dana obbedì e
percorse alcuni passi, fin oltre le prime stalagmiti, poi sentì il sangue
raggelarsi nelle vene e lanciò un grido terrorizzato: il corpo mummificato
e orrendamente mutilato di un uomo pendeva da una stalagmite la cui punta
gli aveva perforato la schiena, fuoriuscendo dallo sterno. Poco oltre, il
cammino era cosparso di migliaia di ossa umane e di corpi disfatti,
confusi in un’agghiacciante sequenza di cui non s’intravedeva la
fine. – Poco fa, Mrs. Dana, lei ha
ascoltato il canto delle sirene, ma, grazie a me, ha avuto salva la
vita... Mi sono chiesto più di una volta se Omero fosse passato di qui,
prima di comporre l’Odissea. Dana si
coprì il volto con le mani e scoppiò a piangere, poi non riuscì più a
controllarsi, si piegò in avanti e dette di stomaco. Kafir Khan la sorresse, cercando di rincuorarla.
– Mi perdoni se sono stato rude con lei, ma
era necessario che vedesse con i suoi stessi occhi a quale sorte sarebbe
andata incontro. Le fece bere un sorso
d’acqua da una piccola fiasca di cuoio. Lei si asciugò le lacrime e chiuse gli occhi, ripensando al sogno
di quella notte. Incubo o precognizione? Forse entrambe le cose. Si
convinse che la sua mente, attraverso misteriosi percorsi, aveva avuto
accesso a una dimensione occulta: così occulta, che il fatto stesso di
averne violato il segreto, aveva decretato la sua condanna a morte. Decise
perciò di non parlarne con nessuno. Leo
si era svegliato da poco e armeggiava intorno a un samovar di peltro,
cercando di preparare il tè. Alzò lo
sguardo verso i suoi due amici che si avvicinavano e sorrise: – Ho dormito
come un sasso, stanotte. Non pensavo che l’atmosfera di questa grotta
conciliasse così bene il sonno... Mi stavo domandando dove foste
finiti. – Kafir Khan è stato
gentilissimo, mi ha accompagnato a visitare le grotte. Una vera meraviglia
della natura. – Peccato che non ci
resti altro tempo: una piccola escursione me la sarei fatta ben volentieri
anch’io. Penso sarebbe stata un’esperienza indimenticabile – rispose Leo,
mentre tentava inutilmente di accendere il fornellino del samovar.
Dana gli tolse di mano l’accendisigaro e
appiccò il fuoco al primo colpo: – Indimenticabile: è proprio la parola
giusta. |